Emotion and Technology: è possibile una interazione?

Nelle giornate del 5-6 marzo scorso, si è svolto a New York il Symposium  sulle “human analytics”, un talk sull’analisi automatica delle emozioni nei social media dal titolo “Sharing emotions in social networks. Data mining tools for the sentiment analysis of audiences”. Il Sentiment Symposium di New York è il più importante convegno mondiale sui temi della sentiment analysis e ogni anno tutti i più noti ricercatori del settore, oltre alle aziende di rilevanza mondiale che operano nel campo dell’ICT, si confrontano sull’argomento attraverso dibattiti, workshop e l’illustrazione di innovazioni e sperimentazioni in corso sull’analisi delle pulsioni dell’essere umano. Anche in Italia, a novembre 2013, in occasione del XIII Conference of the Italian Association for Artificial Intelligence, numerosi esperti di tecnologie informatiche, social network è metodologie di comunicazione, hanno dibattuto sulla bontà e l’utilizzo di strumenti di sentiment analysis, opinion mining, e soprattutto analisi del mood nell’utilizzo delle applicazioni presenti nel Cyberspazio.

Qualcuno potrebbe chiedersi il significato del termine “analisi del mood”! Presto detto. Lo studio del mood (il cui termine inglese è traducibile testualmente come “umore” o “stato d’animo”), rappresenta il nuovo spettro degli esperti di comunicazione mondiale. In altri termini si potrebbe definire come l’analisi del sentimento, che si esplica nella possibilità di misurare automaticamente lo stato d’animo, le opinioni e le pulsioni manifestate mediante i mediante i media classici, i new media, ma soprattutto i social network. Finora, il processo di misurazione del mood, è stato svolto nel seguente modo: si procede all’assimilazione di tutte le informazioni riconducibili ad un determinato oggetto, soggetto, argomento. Poi si procede all’analisi delle notizie raccolte che consiste, mediante svariate metodologie di aggregazione, all’assemblaggio e alla valorizzazione delle informazioni per dare loro un significato da cui possano scaturire le opinioni degli utenti su un determinato prodotto, questione, situazione, personaggio. La conoscenza prodotta, servirà ai direttori marketing, esperti di politica, manager e agenzie di stampa, a comprendere meglio gli orientamenti della gente.

Sin dalla notte dei tempi, l’uomo ha sempre inseguito il sogno di poter interpretare il pensiero reale dell’individuo, sia in funzione dei suoi scritti che dei suoi comportamenti. Fu Harold Lasswell , il famoso teorico della comunicazione, a introdurre il concetto della calcolabilità del linguaggio quotidiano. Come diretta conseguenza delle teorie della scuola di Lasswell, ed in funzione dell’evoluzione delle tecnologie informatiche, siamo giunti al Natural Language Processing (NLP), o elaborazione del linguaggio naturale, cioè il processo di trattamento automatico del linguaggio umano, mediante un elaboratore elettronico (computer). Molte aziende del settore ICT, nel corso degli ultimi decenni, si sono cimentate nella produzione di software sempre più affidabili nella comprensione del linguaggio, ma poco efficienti per quanto concerne la possibilità di assimilare il reale senso delle parole pronunciate dall’individuo. Effettivamente, le difficoltà riscontrabili nella comprensione del “parlato” sono molteplici, e sussistono delle problematiche oggettive che rendono impraticabili le tecniche di analisi dell’umore della persona. È inconfutabile che al momento non esista un software che sia in grado di gestire tutti i più diffusi tropi retorici, come le metafore, le metonimie, le ellissi. Inoltre, nessuna applicazione è in grado di interpretare l’ironia, o la differenza tra l’ironia e il sarcasmo. Senza dimenticare che è impossibile identificare e comprendere il sottinteso, l’allusione, l’ambiguità voluta e quella involontaria, oltre all’impossibilità di comprendere, attraverso strumenti tecnologici, le cosiddette “sfumature” del linguaggio parlato, tutti elementi basilari e preponderanti nella comunicazione dei new media. E tanto per inserire un ulteriore problema: nessun software è in grado di gestire in maniera corretta le differenze e i cambiamenti del registro comunicativo.

Ma come sappiamo, le innovazioni tecnologie sono inarrestabili, e soprattutto imprevedibili. All’Università di Rochester, negli USA, un gruppo di ricercatori, già da qualche anno, sta sperimentando uno smartphone “emozionale” munito di un software in grado di riconoscere, dal tono della voce, lo stato d’animo dell’utente, con un margine di sicurezza molto elevato. In realtà si tratta di un “app” che mediante l’analisi vocale, restituisce un’immagine che raffigura un emoticon triste o felice in funzione dell’emozione registrata. L’applicazione è in grado di analizzare ben dodici caratteristiche del linguaggio parlato, come la tonalità e il volume della voce, che vengono poi catalogate tra sei possibili “stati emozionali”. I ricercatori asseriscono che l’algoritmo utilizzato è capace di arrivare ad una precisione dell’81%.

Al di là della velocità delle innovazioni scientifiche e del desiderio dell’uomo di  giungere a forme di interazione ancora più spinte tra la mente dell’individuo e le tecnologie informatiche, sono ancora molte le riflessioni da fare. Più che dedicarsi all’analisi dell’umore dell’individuo, per coglierne informazioni che possano rivelarsi in qualche modo “fruttuose”, sarebbe opportuno soffermarsi sulla pericolosità del livello di influenza degli strumenti digitali nella vita di ognuno di noi. E mi riferisco soprattutto alle forti emozioni e alle modificazioni comportamentali che tali strumenti determinano a livello esistenziale. L’ininterrotta presenza “online” nei social network, l’incontrollabile necessità di fagocitare informazioni di tipo diverso attraverso il web, la nostra crescente esigenza di comunicare sempre più nel mondo virtuale e sempre meno in quello reale, le mistificazioni che perpetriamo sulla nostra immagine nei social media al solo scopo di innalzare il nostro ego o il livello di interesse del pubblico nei nostri riguardi, sono solo alcuni delle modificazioni mentali e comportamentali che il Cyberspazio sta producendo su di noi.

Forse è giunto il momento di riflettere seriamente su questi aspetti. Su quanto sia fondamentale affidarsi al contatto diretto con un individuo per comprendere il significato di uno sguardo, di un gesto, del tono di un’affermazione e del gesto che lo accompagna. Su quanto sia importante, alle volte, farsi condurre dalla voce del “cuore”, senza obbedire sempre e ciecamente a quella della “mente”. Sul valore del contatto diretto con un aspirante collaboratore da assumere, prima di essere repentinamente scartato dopo una rapida e fredda analisi razionale del proprio profilo su LinkeDin. E ancora sull’importanza dei rapporti sociali diretti, sempre meno cercati e sempre più allontanati, in virtù di quel rassicurante mantello dell’anonimato che solo un social network può garantirci, e che ci consente di mostrarci al meglio delle nostre possibilità, filtrando o mascherando le nostre paure, i nostri limiti e debolezze e forse la nostra crescente incapacità di comprendere la pericolosità del nostro nuovo modo di stabilire contatti interpersonali.

Sarebbe quindi opportuno ragionare sull’importanza e la valenza di ciò che apprendiamo attraverso le esperienze della vita reale, non filtrate attraverso lo schermo di un computer. Bisognerebbe tornare e vedere con i propri occhi la bellezza di un tramonto sul mare, invece di che condividerlo e commentarlo con una fotografia postata su un profilo di Facebook. Per l’individuo che vive in quest’epoca di trasformazioni socio-economico-culturali, l’esigenza di comunicare è resa ancora più evidente dal crescente stato di precarietà emotiva della sua vita. Una comunicazione che però necessità di stati emozionali forti, che possano consentirgli di ritrovare quegli stimoli, quelle eccitazioni e quelle pulsioni che possono fargli assaporare nuovamente il gusto della fiducia in se stessi, una fiducia che risulta essenziale per un individuo sempre più impegnato ad affrontare le innumerevoli sfide che la vita gli riserva. Ma tutto ciò sarà realizzabile solo se riusciremo a riconoscere il valore delle emozioni di un tempo, quando si passeggiava per strada stringendo nella propria mano quella della propria amata e non certo uno smartphone, quando in pizzeria si discuteva animatamente abbandonandosi a fragorose risate e alla gioia della goliardia del momento e non certo ai “post” e ai “tag” da inserire su Facebook. Riusciremo a ed emozionarci ancora quando saremo capaci di riscoprire il calore familiare, una energia assimilabile solo nel contesto della famiglia di un tempo, nucleo sociale ed affettivo basilare in cui si consumava la condivisione degli eventi della giornata e del confronto personale. E forse dobbiamo ricominciare proprio da questo contesto: la famiglia, intesa come luogo in cui formarsi e condividere, comunicare e ragionare, crescere e far crescere. La famiglia come luogo di comunicazione e condivisione e non come luogo di “connettività”!

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