E ora gli OTT fanno paura anche agli asset manager

A cura di: Giuseppe Catapano

Asset-managementI big di internet sono un potenziale e pericoloso competitor. Lo pensa il 79% degli asset manager intervistati da State Street Global Services in 22 Paesi, Italia compresa. Lo spauracchio degli OTT, cioè i player Over The Top come Google, Apple & co., accompagnati dalla carica delle startup Fintech, arriva così anche nel settore dell’asset management. “Colpa”, si fa per dire, di un momento di particolare ottimismo per il settore: la crescita degli asset in gestione si accompagna a una spinta verso il lancio di nuovi prodotti per dare risposta alle necessità del cliente, in rapida evoluzione come mai prima.

Il cambiamento apre spazi ai competitor

Una fase di crescita che impone un riposizionamento a tutti i player del settore. E apre anche nuovi spazi ai potenziali competitor. «Si tratta di un fenomeno nuovo – commenta Riccardo Lamanna, Country Head Italia di SSGS – perché proviene da attori non tradizionali. Aziende di altri settori, con una fortissima competenza tecnologica, una capacità distributiva molto sviluppata e una ottima conoscenza del cliente grazie all’analisi dei dati. Soprattutto, sono realtà che iniziano a operare nel settore in una totale mancanza di regole».

1. Il prodotto e la distribuzione cambiano

E questi nuovi player si troveranno a confrontarsi con i quattro trend che, secondo l’indagine State Street, guideranno lo sviluppo del settore nei prossimi anni. Il primo è il ridisegno dei prodotti: in un mercato con esigenze nuove e crescenti, il 42% degli asset manager lancerà nuovi prodotti. Nel 22% si tratta di soluzioni liquid alternative e nel 19% di soluzioni multi-asset: in entrambi i casi, c’è la volontà di ricercare un rendimento assoluto. «Non tutte le realtà dispongono però delle capacità per farlo – afferma Lamanna – e chi non le ha dovrà cercare talenti sul mercato per colmare il gap». Eventuali nuovi player dovranno confrontarsi con queste sfide: e se sul fronte distribuzione un OTT può certamente tentare qualche formula innovativa, sulle competenze per sviluppare un prodotto ci sarà poco da fare.

2. Servizio personalizzato a trasparente

Secondo trend, la personalizzazione e la trasparenza del servizio: la clientela post-crisi è quanto mai esigente sulle informazioni che vengono fornite e sulla lettura del mercato, e gli asset manager dovranno essere più trasparenti in termini di rendimento e di rischio dell’investimento. Ma si pone anche il problema inverso: l’asset manager segnala cioè una certa difficoltà a ottenere un feedback chiaro dal cliente per valutare i risultati ottenuti rispetto alle aspettative. Anche in questa area, che richiederà probabilmente competenze tecnologiche e “social”, gli OTT potrebbero trovare nuove modalità di interazione con la clientela, magari facendo leva sui social media.

3. Un dialogo centrato sul rischio

Il terzo trend riguarda proprio il dialogo con l’investitore, che sarà centrato più sul rischio che sui rendimenti: chi disporrà di strumenti di data analytics capaci di misurare più accuratamente il rischio potrebbero avere un vantaggio competitivo. La stessa complessità dei nuovi prodotti in via di sviluppo richiederà ulteriori investimenti per la misurazione e il controllo del rischio: la forte expertise in ambito big data maturata da alcuni player OTT non va sottovalutata, eventualmente anche come forma di collaborazione con realtà già affermate nell’asset management.

4. Investimenti, operations e riduzione dei costi

Quarto punto, particolarmente dolente: le sfide in atto richiedono investimenti, ma il 15% degli asset manager percepisce una pressione “elevata” per la riduzione dei costi e il 48% una “moderata”. La scelta sembra obbligata: bisognerà investire sul core e ridurre i costi sui processi standard. Arrivando, in alcuni casi, a sostituire i sistemi. Un problema che gli OTT potrebbero non avere, partendo da zero e potendo subito investire su soluzioni IT di ultima generazione.

Le regole condizionano lo scenario in Italia

E per l’Italia? I risultati dei quattro asset manager coinvolti nell’indagine (su un campione totale di 400) non permettono di fare uno spaccato nazionale delle sfide, ma Riccardo Lamanna identifica tre elementi di attenzione per il nostro Paese. «Il primo è legato alle tematiche regolamentari – spiega – con l’AIFMD che ha anticipato il recepimento in Italia di alcuni temi della Ucits V: questo eserciterà sul settore una certa pressione con almeno due anni di anticipo. Un secondo fattore riguarda le modalità di remunerazioni del settore bancario: le limitazioni imposte alle banche valgono anche per quegli asset manager di emanazione bancaria. Questo pone uno svantaggio competitivo tra controllate e indipendenti nella lotta per i migliori talenti. E poi c’è la MiFID II, che porterà la distribuzione a privilegiare i prodotti assemblati rispetto a quelli diretti. C’è però anche una riscoperta della gestione patrimoniale, che viene innovata per renderla più appetibile. Anche qui c’è un tema di competenze: se non so fare la gestione patrimoniale, devo trovare un accordo con un altro player. Oppure acquisirlo».

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