Renzi: cambieremo l’Italia senza rinunciare alla solidarietà

A cura di: Giuseppe Catapano

Basta dire no, c’è chi dice sì e cambia l’Italia. E la cambia senza rinunciare ai valori della solidarietà che sono nella tradizione della sinistra. Matteo Renzi chiude la festa dell’Unità a Milano con un comizio classico, facendo leva sui sentimenti del popolo democratico e sui valori che lo distinguono da un Matteo Salvini qualsiasi. Si parte dal successo dell’Expo a dispetto dei soliti “gufi”, che per l’occasione diventano “gufi laureati”. Ma è quando parla del dramma dei migranti e del dovere dell’accoglienza che Renzi raggiunge i toni più commossi.

Matteo_Renzi_Festa_Unita_73-kclG--258x258@IlSole24Ore-WebLa cronaca dei migliaia in fuga dalla barbarie dell’Isis in cerca di pace e asilo nella vecchia Europa aiuta, e mentre il premier-segretario parla scorrono sul video le immagini dei bambini morti e di quelli salvati. «C’è un elemento di umanità sotto il quale non si può scendere, non si può strumentalizzare anche la vita. Non c’è il Pd contro le destre, ci sono gli umani contro le bestie. Noi non rinunceremo mai a salvare vite umane, non rinunceremo mai ad essere noi stessi. Contro tutti i sondaggi: se il modello è l’Ungheria di Orban noi siamo orgogliosi di essere un’altra cosa».

Ci sono i valori della solidarietà e dell’accoglienza, ma c’è anche la rivendicazione del Jobs Act come una riforma che ha portato alla stabilizzazione di tanti posti di lavoro e ha dato risposta a una generazione «presa a schiaffi sul precariato». E c’è anche la sfida ai sindacati: sconfiggiamo insieme la piaga del caporalato. «La signora Paola è morta in Puglia a meno di 50 anni per 2 euro l’ora, era una bracciante. Nel’Italia del 2015 bisogna disintegrare il caporalato». E c’è infine la promessa di portare a casa in breve tempo la legge sulle unioni civili. Né manca l’ancoraggio ai valori della Resistenza («io ho fatto una sola richiesta alla Rai in questi mesi: che il 25 aprile andasse in onda in prima serata una trasmissione sulla Resistenza, perché noi vogliamo prendere quei grandi vecchi per mano e portarli con noi nel futuro»). Il terreno è preparato: questo Pd è di sinistra, è il sottinteso di Renzi, la sinistra sono io e a nessuno lascerò la bandiera. «Abbiamo riportato l’Unità in edicola – rivendica tra gli applausi -, e le nostre feste sono tornate a chiamarsi feste dell’Unità».

Le corde del popolo democratico sono state toccate tutte. Può dunque arrivare l’affondo contro la minoranza interna, sulle barricate contro la riforma costituzionale arrivata al giro di boa in Senato. E c’è spazio anche per una ripresa della critica bersaniana contro l’uomo solo al comando: «Io che sono il responsabile pro tempore di questa comunità, perché la nostra è una comunità e non c’è un uomo solo al comando, dico che il Pd è il partito in cui si discute ma alla fine si decide e vince il sì. Non permetteremo a nessuno di porre veti sulla riforma costituzionale. Se qualcuno pensa di usare la riforma costituzionale per dire no, per ripartire daccapo, sappia che la forza di chi dice sì è più grande».

Eccolo, il messaggio politico alla minoranza interna, dall’ex leader Pier Luigi Bersani al giovane Roberto Speranza, che ascolta sotto il palco. E il messaggio politico si fa quasi minaccia quando il premier-segretario fa notare che «abbiamo già una legge elettorale che ha diviso l’Italia in 100 collegi: voglio vedere chi non vota la fiducia con che faccia si presenta poi davanti a voi, davanti al popolo democratico. Che cosa diranno costoro quando dovranno venire sul territorio, che hanno sbagliato tasto?». E’ una minaccia duplice: le liste elettorali, come si sa, le fa la segreteria. Ma non basta. Chi spera che in caso di fallimento della riforma costituzionale si tornerà a votare con il proporzionale Porcellum è avvertito: l’Italicum è già legge, anche se vale solo per la Camera (per togliere la clausola di salvaguardia che lo fa entrare in vigore nel luglio 2016 basterebbe un decreto che sarebbero poi le nuove Camere a dover convertire).

Insomma, l’accordo sulla modalità di elezione dei futuri senatori – che Bersani e i suoi vorrebbero diretta mentre il governo vuole mantenere di secondo grado – non sembra proprio alle porte. È vero che mancano almeno un paio di settimane al momento della verità, ma Renzi ha fatto capire chiaramente che è disposto a qualche ritocco ma non a riscrivere l’articolo 2 del Ddl Boschi, cuore della riforma. E a sottolineare che il clima interno non è proprio dei migliori c’è anche la risposta a Massimo D’Alema, che nei giorni scorsi ha affermato che «il Pd ha perso la connessione sentimentale con il proprio popolo». La risposta è in una slide che appare sul video alle spalle di Renzi: 548.196 italiani hanno deciso di donare al Pd il 2 per mille portando nella casse del partito 5 milioni e mezzo di euro. Un po’ di più, è il sottotitolo, di una connessione sentimentale.
La sfida alla minoranza interna è ormai lanciata apertamente. Ora sta alla mediazione parlamentare – che non potrà non tenere conto della paura delle urne, anche da parte dei partiti di opposizione – cercare di comporre il quadro evitando una clamorosa bocciatura da parte del Senato della riforma costituzionale alla quale Renzi ha legato il proseguimento del suo governo. Intanto i 25 senatori dissidenti dell Pd, sulla carta determinanti in un Senato dai numeri risicati, sono avvertiti.

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