A Napoli la guerra dei «baby boss»

A cura di: Giuseppe Catapano

imageIl rombo di un motorino truccato e poi gli spari, vere e proprie sventagliate di Kalashnikov. Uno, due, tre, dieci, quindici, venti. Tutti giù, stesi per terra, come fosse una guerra. Sperando che l’obiettivo (spesso inconsapevole) di questa guerra non sia un passante, un turista, un cittadino (dei tanti) che non possono che assistere inermi. Al netto della mira, comunque, il vero obiettivo è spaventare e creare tensione, come, appunto, in una vera guerra.

Non siamo al centro di Kabul, siamo nel cuore di Napoli. Quel che «sembra una guerra», oramai lo è diventata davvero. Una mattanza senza fine che non conosce differenze di quartiere, con unico palcoscenico la città partenopea che, nonostante i «50 uomini del Reparto Prevenzione Crimine della Polizia di Stato e delle Compagnie Intervento Operativo dell’Arma dei Carabinieri» inviati dal titolare del Viminale, Angelino Alfano, pare completamente fuori controllo ed offre al mondo intero la visione di un brutale tuffo nel passato. Un territorio dove lo Stato sta perdendo. Sta perdendo, prima di tutto, la faccia, in una contesa tra gang che non ha fine. Tanto da far dire a Padre Alex Zanotelli, che da tempo al Rione Sanità svolge la medesima missione che lo ha visto girare per le bidonville dei teatri più disagiati al mondo, «quanto siamo sporchi. Con l’abbandono scolastico che c’è, dove possono finire i giovani se non in mano agli spacciatori ed alla camorra?». La posta in gioco della guerra tra ragazzini, drogati e col culto del comando, è duplice: da un lato il controllo delle piazze dello spaccio e degli affari illeciti, dall’altro la supremazia criminale.

Così, in questa folle mattanza, i teatri sono molteplici. Allo storico scontro in atto da tempo nel quartiere di Forcella ed in quello della Sanità, si è aggiunto il rione periferico di Traiano. Proprio l’area in cui un anno fa, per fatale e tragico errore di un militare dell’Arma dei Carabinieri, venne ucciso il diciassettenne Davide Bifolco. Domenica la triste sorte è toccata a Gennaro Cesarano, diciassettenne colpito a morte da un proiettile che, secondo gli investigatori, aveva proprio lui come obiettivo. E proprio per ricordare la vittima, per la prima volta, lunedì c’è stata una piccola manifestazione organizzata dagli amici per urlare a squarcia gola che «Genny – come veniva chiamato da tutti – è una vittima innocente, un ragazzo pulito». Pulito, nonostante i precedenti penali (per rapina) che gli erano costati una misura alternativa al carcere, un «affidamento in prova». E nella follia dei “baby boss” per gli inquirenti sembra non risparmiarsi neanche il San Paolo dove, probabilmente per gli stessi motivi, in occasione dell’ultimo match casalingo dei partenopei, una rissa con accoltellamento si è consumata in Curva A, proprio quella che ospita oltre ventimila tifosi e che rischia di diventare una potenziale zona franca concessa alla malavita organizzata.

Un’altra sparatoria, sempre sabato, c’è stata a Ponticelli, vicino Napoli. E un altro morto ammazzato. Giorni prima, a Santa Teresa degli Scalzi, in una delle curve che portano alla Sanità, è stato rinvenuto un cadavere in un auto, neanche a dirlo, con precedenti penali. Anche in questo caso tutto fa pensare ad un agguato di camorra. Facciamo un passo indietro. La prima vittima del 2015 è stata il ventunenne Ciro Esposito, morto ammazzato la sera del 7 gennaio. Era figlio di un boss ed era già stato segnalato per droga. Stessa drammatica sorte è toccata ad altri ragazzini, poco più che ventenni o addirittura minorenni.

Così si arriva al due luglio scorso quando, in via Oronzo Costa, viene ucciso Emanuele Sibillo, fratello dell’attuale latitante Pasquale detto “Lino” e che, secondo gli inquirenti, doveva già morire in un agguato – sventato – nel mese di aprile. Un clan dato «alle corde», quello dei Sibillo, che si affida a manovalanza di giovanissimi sotto effetto di droghe e che fa fatica a mantenere le proprie posizioni di sempre. Proprio così, perché in pochi mesi la Procura di Napoli ha messo a segno due blitz di alto profilo per smantellare le cosche in guerra per la leadership nell’ex feudo dei Giuliano. Sono cento gli arresti tra marzo e giugno, con colpi ai Mazzarella e agli Amirante-Brunetti-Giuliano-Sibillo.

Secondo il rapporto annuale della Procura Nazionale Antimafia la «caratteristica propensione delle aggregazioni camorristiche alla contrapposizione» è resa drammatica per la presenza di «killer giovanissimi che si caratterizzano per la particolare ferocia».

Eppure ciò che servirebbe maggiormente è che la gente parli e che l’appello delle madri del rione Sanità, urlato a gran voce, affinché i loro figli «possano essere aiutati», non cada nel vuoto.

Serve dire basta. Chi sa deve parlare, denunciare, fare i nomi, aiutare le Forze dell’Ordine. Per le madri di questi giovani, per il loro futuro o semplicemente per far sì che, come dice il questore di Napoli, Guido Marino, «Napoli non sia ostaggio di quattro parassiti».

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