Post offensivo su Facebook contro l’azienda: licenziamento in tronco

A cura di: Giuseppe Catapano

Diffamazione e ingiuria: legittimo il licenziamento per giusta causa del lavoratore dipendente che parla male su Facebook dell’azienda presso cui è assunto.

Post-offensivo-su-Facebook-contro-l’azienda-licenziamento-in-tronco-370x230Occhio agli sfoghi contro l’azienda presso cui si è assunti: basta un post offensivo su Facebook per essere licenziati in tronco, senza neanche il diritto al preavviso. E questo perché, in presenza di tali comportamenti irrispettosi verso il proprio lavoro, legittimamente il datore può perdere le staffe e, insieme ad esse, la fiducia che deve essere alla base del rapporto tra le parti. La mancanza di fedeltà del lavoratore, insomma, recide il legame con l’azienda e, pertanto, giustifica il licenziamento per giusta causa. A dirlo è una recente ordinanza del Tribunale di Milano.

Scatta, dunque, il licenziamento per chi parla male del proprio ambiente lavorativo o dei prodotti della azienda sui social network, facendone cattiva pubblicità: Facebook è come una piazza e il commento offensivo o le fotografie del posto dove si opera raggiungono un numero potenzialmente illimitato di persone. Le cose non cambiano neanche se il profilo è “chiuso” e ristretto solo alla propria cerchia di amici: tutti coloro che accedono al profilo dell’incolpato si rendono conto a chi vanno riferiti i giudizi, che dunque ledono l’immagine dell’impresa. Non ci sono, insomma, giustificazioni che tengano per chi usa il social come sfogo personale. I social network giuridicamente sono un servizio della società dell’informazione, non un diario privato.

Peraltro, in presenza dei presupposti penali (lesione all’immagine dell’impresa), potrebbe anche scattare il reato di diffamazione aggravata, anche se la vittima non è indicata col suo nome e cognome, essendo sufficiente che sia identificabile ovvero individuabile anche da una cerchia ristretta di “amici” o appartenenti a una community. Per i giudici della Cassazione non basta denunciare ex post di essere stati vittime di un accesso abusivo a un sistema informatico per escludere la propria responsabilità penale: è necessaria, anche in questo caso, la prova certa e rigorosa di non aver mai scritto quel contenuto.

Ancora una volta, la prova dell’illecito disciplinare può essere la “cimice” sul computer del lavoratore. Va bene che il Job Act ha aperto i controlli a distanza sui Pc dei dipendenti, ma all’azienda basta spiare il profilo del proprio dipendente per procurarsi le prove del comportamento contrario al rapporto di lavoro. Sia che a farlo sia un collega, che un terzo, o anche un profilo falso costruito ad arte dall’imprenditore e con le sembianze di una bella ragazza (leggi: “Dipendenti su Facebook: sì ai controlli occulti dell’azienda”).

Non rileva, dunque, il fatto che le foto o i post siano stati pubblicati in un momento in cui il dipendente era in pausa o non era al lavoro: qui non conta il “tempo rubato” alla busta paga, quanto il comportamento in sé, nella sua oggettiva gravità. Le immagini postate sono visibili a tutti: gli amici dell’autore delle foto capiscono che le contumelie sono dirette all’azienda in cui lavora la persona che conoscono.

Occhio poi al proprio contratto collettivo nazionale di lavoro (ccnl) che può essere la vera ragione per cui il dipendente perde il posto in tronco: non raramente in essi si stabilisce la possibilità del licenziamento per giusta causa tutte le volte in cui il lavoratore provoca all’azienda un “grave nocumento morale”. L’offesa è proprio l’esempio tipico.

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