“Assalti No Tav: condannate De Luca”

A cura di: Giuseppe Catapano

imagePotrebbero costare il carcere allo scrittore Erri De Luca le parole pronunciate due anni fa sull’Alta Velocità.

Ieri, infatti, la procura di Torino ha chiesto la sua condanna a otto mesi di reclusione per la frase «la Tav va sabotata», proferita e ribadita dall’autore napoletano che invitò anche a tagliare le reti del cantiere.

A fianco di un imputato che si è detto «stupito», in quanto si aspettava che «l’entità della pena richiesta fosse maggiore», è sceso subito in campo l’ex magistrato e attuale sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, che ha preso le difese dello scrittore con un tweet: «Da pm sto con Erri e quindi con la giustizia», ha vergato Giggino, spiegando che «non si processa la cultura, non si arresta il pensiero libero».

I suoi ex colleghi la pensano diversamente, se è vero che nel corso dell’udienza, il sostituto procuratore Antonio Rinaudo si è detto convinto che quando De Luca incitò a sabotare l’Alta Velocità, in un momento in cui gli scontri fra forze dell’ordine e manifestanti No Tav si susseguivano in continuazione, istigò a delinquere. Per i magistrati, infatti, il contesto in cui quelle parole furono pronunciate riveste notevole importanza, così come la personalità di chi le ha dette.

In quel periodo del 2013, ha sottolineato la pubblica accusa, il clima «era di violenza», tanto che «gli estremisti No Tav assaltarono il cantiere» ma misero in atto anche «attacchi notturni esterni, alle ditte, a cose o persone, anche contro poveri operai che avevano a che fare con la Tav». Da qui la certezza che le parole di uno scrittore di peso come De Luca, contribuirono ad avvelenare ancora di più il contesto.

«De Luca non è uno qualunque – ha spiegato il pm – ma uno scrittore di fama, un personaggio noto. Parliamo di forza suggestiva. Ha incitato altri soggetti a commettere reati, e non ci venga a dire che non ha mai sentito parlare di molotov». Infine il pm, dopo aver premesso di non avere nulla contro la concessione delle attenuanti generiche per via dello spirito collaborativo dimostrato al processo dallo scrittore, ha ricordato quanto disse Primo Levi: «Abbiamo una responsabilità, finché viviamo. Dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far sì che ogni parola vada a segno».

Per la pubblica accusa, dunque, «la libera manifestazione del pensiero, di fronte a una manifestazione che ha un contenuto intrinseco di illiceità come istigare, non può trovare una tutela». A sorprendere De Luca, come detto, è stata una richiesta di condanna che lo scrittore ha ritenuto esigua rispetto alle premesse: «C’è molta differenza tra la pena richiesta e gli argomenti prodotti, mi sarei aspettato il massimo – ha affermato l’autore partenopeo – ma questa sentenza è un messaggio sul presente immediato di questo paese e sulla sua possibilità di libertà di espressione».

Poi ha aggiunto: «Io non sono una vittima, non sono un martire, non mi è caduta una tegola in testa mentre camminavo per strada. Sono un testimone di una volontà di censura della parola». Per il suo legale, Gianluca Vitale, «con questo processo l’Italia sta affrontando un esame sulla libertà del pensiero, perché una norma deve tenere conto dello spirito del tempo e del sentire comune e l’ordine pubblico non è la pace sociale. La democrazia è l’antitesi di questo concetto».

L’avvocato ha sottolineato che «De Luca ha subito detto che la Tav andava arrestata, fermata e pertanto sabotata», ma senza mai dire «sabotiamo per…». Ecco perché, ha spiegato il legale, «il reato contestato è un reato impossibile, perché chi avrebbe dovuto essere suggestionato, tra i No Tav, era già ampiamente intenzionato e convinto di determinate cose. Non aveva bisogno di De Luca. Le sue parole non avevano quindi l’idoneità in concreto, nei confronti della platea, di istigare alla commissione di reati».

E fra i tanti pronti a sottoscrivere queste conclusioni, c’è anche il sindaco Luigi De Magistris.

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