Torturato e ucciso per aver rubato nella casa sbagliata

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap42Rubò nella casa sbagliata e fu seviziato e ucciso per punizione. È questa la tremenda fine toccata a Giovanni Marco Chisari, 28 anni, disoccupato con qualche piccolo guaio di droga, che abitava in via Parenzo 59, quartiere Vallette. Il corpo venne ritrovato, la mattina del 15 marzo 2012, nelle campagne di Villaretto di Borgaro. I suoi aguzzini gli conficcarono un chiodo in fronte, usando probabilmente un asse in legno. Poi lo infilarono in un sacco di nylon con le mani legate con un fil di ferro. Gli diedero fuoco e lo gettarono in un fossato in via Santa Cristina, proprio davanti all’omonima cascina. Ora, dopo più di tre anni, le indagini su quel feroce delitto sono entrate in una fase molto delicata. E, probabilmente, sono arrivate ad una svolta difficile da immaginare.

«Vado a rubare»

Ecco quello che Giovanni Marco avrebbe detto al fratello prima di uscire di casa quella sera. «Vado a rubare». Ma, per gli investigatori, il ragazzo sbagliò completamente il bersaglio della sua razzia. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, Chisari sarebbe entrato nella cascina di una famiglia legata alla malavita organizzata. Probabilmente il 28enne non sapeva chi ci abitava.

Secondo un confidente, il giovane sarebbe stato punito per aver osato rubare nella casa di una persona di alto profilo criminale, con una grande influenza nell’area tra Caselle e Borgaro. Chisari sarebbe quindi stato scoperto e bloccato dai proprietari e poi pestato e torturato con una violenza inaudita. Costretto ad una fine orrenda e dolorosa per lanciare un segnale ad altri balordi. Questa ipotesi è stata confermata dalle indagini dei militari del reparto investigativo di Torino, comandati dal colonnello Domenico Mascoli. I militari hanno ricostruito i rapporti tra il morto e la bassa manovalanza della criminalità. Da questi intrecci sarebbero stati confermati i sospetti su uno dei tanti raid che avvengono nella zona durante la notte. Concluso, però, con un bersaglio inopportuno. Che è costato la vita a Chisari.

«Continuate ad indagare»

La madre di Giovanni, mesi fa, aveva lanciato un appello affinché l’inchiesta non venisse abbandonata dalla Procura, ma si continuasse ancora, fino ad arrivare all’identificazione degli assassini. Il 28enne era stato riconosciuto dal padre, Pietro, grazie a un braccialetto di caucciù con inciso il nome «Marco». In un primo tempo gli inquirenti avevano pensato ad un regolamento di conti o una lite finita male. Le indagini, però, erano subito apparse molto complicate. Anche perché Chisari con sé non aveva un telefonino cellulare e quindi non è mai stato possibile ricostruire i suoi spostamenti con precisione. Ora c’è un indizio in più.

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