ROMA- Il titolo è de La Stampa, val la pena di riprenderlo per il suo effetto di immediata comunicazione: “Un pennello pagato 210, ecco le spese pazze dell’Atac”. Atac è l’azienda del trasporto pubblico a Roma. E, purtroppo, le spese tipo un pennello 210 euro sono tutt’altro che pazze. Sono un sistema ragionato e praticato con lucida meticolosità e determinazione. Prova ne sia che la suddetta Atac su circa 2,2 miliardi di appalti ne ha effettuati e concessi 1,6 per così dire a vista, senza gara. A vista, ma mica alla cieca: quei milioni e milioni di spesa in più del dovuto sapevano bene dove guardare, dove atterrare. I conti e i sospetti sono dell’Agenzia Contro la Corruzione, quella guidata da Raffaele Cantone. Cui si aggiunge il dossier inviato alla Procura di Roma dal fresco assessore ai Trasporti Stefano Esposito. Per almeno dieci anni, soprattutto sindaco Alemanno ma con marino sindaco la cosa è diminuita di intensità ma tutt’altro che sparita, Atac ha distribuito soldi pubblici a palate sul “territorio”. Territorio da intendersi come imprese appaltatrici e relative maestranze, clientele politiche, amici e dirigenti stessi per qualcuno dei quali un po’ di soldi tornavano indietro come “riconoscenza”. Per i dipendenti c’erano e ci sono state assunzioni a palate e senza senso che non fosse quello della “famiglia” e condizioni reali di lavoro tanto pessime quanto sporadiche: il maggior tasso di assenteismo e malattia del settore e il minor orario di lavoro di fatto. “E’ l’ultimissimo scandalo all’ombra del Campidoglio” scrive Francesco Grignetti. Ultimo in ordine di tempo ma forse non ultimo come grandezza. Undici milioni spesi sotto la dicitura regolazione di attività aggiuntive” sono solo un esempio di cosa è stato quel miliardo e seicento milioni di spesa senza controllo. O meglio sotto il controllo dei politici comunali, dei funzionari del Comune, delle aziende che a loro si legavano. Qualcuno ha detto. “Con gli immigrati si fanno più soldi che con la droga…”. Erano Carminati Massimo e Buzzi Salvatore, era Mafia Capitale. Ma soldi a palate a Roma si facevano anche con gli appalti Atac. Che ci sia un Mafia Capitale bis, che ci siano altri Buzzi e Carminati? E poi magari un capitolo tre quando si passerà alla gestione rifiuti? I conti e i sospetti non sono dei giornali ma dell’Anti Corruzione. A margine ma non a sproposito. Anzi a proposito pieno del rapporto tra mano pubblica e gestione servizi pubblici. Un festoso schieramento si aggregò e salutò come vittoria della civiltà l’esito del referendum che dichiarava l’acqua pubblica, pubblico diritto e mai gestibile con criteri aziendali. Bene, anzi male, malissimo. L’acqua pubblica in Italia significa 14 Regioni che sono fuori dalle leggi. Cioè che gestiscono l’acqua pubblica senza garanzie sanitarie per la popolazione. In Sicilia ad esempio il 60 per cento della popolazione scarica in mare. In 14 Regioni non ci sono o sono insufficienti i depuratori, i filtri, le condotte. E non perché non ci siano i soldi pubblici per farle ma per non volontà, incapacità di farle, litigi, cause, avvocati, sprechi, vantaggio politico di tenere cantieri semi aperti per l’eternità. Questa è la mano pubblica, dell’acqua come dell’Atac come di tante altre attività in Italia. Questa è la mano pubblica quando smette di essere la mano pubblica della sanità, dell’acqua o dei trasporti e diventa la mano pubblica delle mance, degli appalti, dell’arraffa e spartisci. La mano privata ti può stritolare alla ricerca del profitto ma la mano pubblica irresponsabile, incontrollabile, inamovibile può fare di te una mummia cui sia stata succhiato via ogni goccia di liquido.

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap191MARCHENO – Dov’è Mario Bozzoli? Secondo il legale della famiglia bisogna cercare nel forno. Quale forno? Quello della fonderia di Marcheno (provincia di Brescia) di cui l’imprenditore scomparso l’8 ottobre è titolare. La ripresa delle ricerche sul posto di lavoro è chiesta a gran voce dalla’avvocato della moglie di Bozzoli. Spiega infatti Brescia News: il legale della moglie dell’imprenditore scomparso, Mario Bozzoli, chiede che “le indagini tornino a quel forno”, ha dichiarato al Giornale di Brescia Patrizia Scalvi. Per l’avvocato infatti “Chi era in fabbrica quell’8 ottobre ora deve raccontare agli investigatori qualsiasi dettaglio possa aver colto, anche sguardi o frasi banali che possa aver sentito”. Quella sera Bozzoli ha chiamato la moglie per dirle che di lì a poco sarebbe partito dall’azienda per raggiungerla nella loro casa al lago. Ora l’avvocato Scalvi tornerà in Procura per chiedere che sia fatto ogni sforzo per ricostruire con puntualità quanto accaduto nell’azienda siderurgica, compreso capire se l’impianto può o meno essere utilizzato per l’occultamento di un cadavere. L’inchiesta va avanti, soprattutto ora che è stato trovato il cadavere di Giuseppe Ghirardini, operaio della fonderia scomparso qualche giorno dopo Bozzoli. Tutto nasce alla fonderia, la chiave per risolvere il giallo è lì. Ghirardini è morto prima di essere sentito dai carabinieri, era stato convocato quel giorno. Sapeva o aveva visto qualcosa, era afflitto da rimorsi inconfessabili, aveva paura? le ultime attività al telefonino raccontano di due post da interpretare su Facebook: “Guardati bene le spalle sempre… Pugnalate arrivano da chi meno te lo aspetti”, “Madonnina proteggici, aiutaci nelle difficoltà”.

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