Scheletro nel bosco, una pista per Ylenia

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap438Ylenia Carrisi vittima del serial killer «faccia che ride», autore di otto omicidi compiuti negli Stati Uniti dal 1990 al 1995? Al Bano è scettico, Romina Power ha preferito non esprimersi. I carabinieri del Ris di Roma hanno inviato il dna della famiglia del cantante pugliese in Florida ed a giorni avranno i risultati. Sapranno cioè se i resti della sconosciuta uccisa presumibilmente da Keith Hunter Jesperson e trovati in Florida nel 1994, appartengano proprio ad Ylenia, svanita da New Orleans, città del jazz e del voodoo, il trentuno dicembre 1993. Jesperson, alias «Happy face killer», più volte in carcere aveva tirato in ballo Ylenia. «Si, potrebbe essere stata una delle mie vittime chi lo sa», aveva detto ai compagni di cella dell’Oregon Penitentiary di Salem, pur senza aver mai conosciuto la primogenita di Al Bano e Romina Power. Di fatto, all’uomo che sconta tre ergastoli per aver compiuto otto omicidi, è stato attribuito anche il delitto della sconosciuta trovata morta nel 1994 in mezzo alle foglie secche di un bosco. La sua sesta vittima. Un caso insoluto di cui parla (e scrive) ancora oggi tutta l’America. Il perché è presto detto. Le ossa della vittima, i brandelli dei suoi abiti, la dentatura, non riconducono ad una prostituta o ad una sbandata. No, quei resti parlano e dicono a chiare lettere di appartenere ad una donna di buona famiglia. È dunque possibile che dal 1994 ad oggi nessuno l’abbia riconosciuta? E soprattutto che nessuno abbia denunciato la sua scomparsa? Eccoci dunque ad Ylenia ed al tentativo dell’Interpol ed al coriaceo sceriffo di Palm Beach di provare ad indirizzare le indagini anche verso questa pista.

Uno scheletro nel bosco

Sono le due del pomeriggio del 15 settembre 1994 ad Okaloosa county, piccolo lembo della Florida costellato da casette garbate, da boscaglie e da arterie stradali trafficatissime, nei pressi di Holt. Un detenuto che sta svolgendo lavori sociali insieme alla sua squadra, all’altezza dell’«Interstate» 10, scopre resti umani in mezzo alla terra ed alle foglie, in prossimità del ciglio della strada. Sono ossa umane intere, gli organi interni risultano decomposti. Intorno a quelle ossa gioielli di fattura modesta, brandelli di abbigliamento. Lo sceriffo Rick Hord non sa riferire niente rispetto al rinvenimento. «Non sappiamo neanche se appartenga ad una donna o ad un uomo, di fatto lo stato dei resti non consente di fare ipotesi».

Il medico: «I resti sono di una donna»

Il sedici settembre 1994 è il dottor Edmund Kielman ad esaminare lo scheletro trovato nel bosco. Appartiene ad una donna castana, che ha striature di capelli schiariti, bionde ed una dentatura perfetta. Gli esami permettono di stabilire che la donna, di razza bianca, di un’età compresa tra i trenta ed i 45 anni, ha portato un apparecchio ai denti quando era piccola. Non si tratta di una prostituta o di una povera donna, no. I brandelli dei suoi abiti rivelano un’ottima fattura. La vittima indossava un camicione a fiori lungo, con bottoni rivestiti dello stesso tessuto (un genere d’abito che portava spesso Ylenia Carrisi) ed un giubbotto con qualche strass. I gioielli che vengono trovati accanto al corpo: un bracciale con tre perle indiane, un ciondolo con un cerchio, un triangolo ed un quadrato appesi ad un cordoncino di cuoio, un anello con un cuore. Elementi che potrebbero portare ad Ylenia Carrisi, ma è l’età a non sembrare la stessa. Anche l’altezza: la figlia di Al Bano e Romina era più alta, quei resti appartengono ad una donna di un’altezza media di un metro e sessanta centimetri. Gli investigatori fanno il punto della situazione: il corpo è stato gettato dall’autostrada dal suo assassino (che l’ha strangolata con ogni probabilità) nei tre mesi antecedenti alla scoperta del cadavere. Dal carcere «Happy Face» ricorda: «Io facevo il camionista, la presi su a Tampa city, stava facendo l’autostop per andare in Colorado. Mi disse di chiamarsi Suzanne, Suzette o Suzy, non ricordo. Disse anche che era italiana. Una bella donna». E chissà se fosse Ylenia, che negli Stati Uniti si faceva chiamare proprio Suzanne. Pare improbabile, allo stato dei fatti, ma gli elementi in comune con la figlia di Al Bano meritano comunque un approfondimento. L’ennesima svolta che non c’è? Pochi giorni e si saprà. Qualora il confronto genetico darà esito negativo, il destino di Ylenia Carrisi resterà legato ad un punto interrogativo. Logorante.

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