Caso Shalabayeva, otto indagati. “È stato sequestro di persona”

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap465Perugia, 27 novembre 2015 – QUELLO di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov e della figlia Alua, di appena sei anni, fu, secondo l’accusa, un sequestro di persona commesso da alti funzionari di polizia della questura di Roma, in concorso con personale dell’Ambasciata kazaka a Roma. E per realizzare l’espatrio ‘forzato’ della donna – imbarcata su un volo per Astana il 31 maggio del 2013 e rientrata in Italia a fine anno dopo che la Cassazione giudicò gravemente illegittimo quel provvedimento – i dirigenti avrebbero commesso una serie impressionante di falsi. A due anni dal caso della moglie del dissidente, che fece infuriare lo stesso ministro degli Esteri, Emma Bonino, tenuta all’oscuro della vicenda, la procura di Perugia stringe il cerchio su una delle vicende più oscure del Paese. Sono otto le informazioni di garanzia notificate ieri da polizia a pezzi da novanta.

Il procuratore di Perugia, Luigi De Ficchy e l’aggiunto Antonella Duchini accusano, tra gli altri, l’attuale capo dello Sco (il servizio centrale operativo), Renato Cortese, all’epoca capo della Mobile di Roma, il superpoliziotto che arrestò Bernardo Provenzano, il questore di Rimini, Maurizio Improta, già dirigente dell’ufficio immigrazione e il giudice di pace, Stefania Lavore. Il coinvolgimento del magistrato ha radicato la competenza alla procura perugina, alla quale la stessa Shalabayeva aveva depositato una denuncia. Fu infatti la Lavore, secondo la ricostruzione degli inquirenti, a convalidare il trattenimento della donna presso il Cie di Ponte Galeria. Atto indispensabile per quello che la Cassazione ha poi definito il ‘rimpatrio forzato’ di Alma Shalabayeva che, temendo per la propria incolumità, aveva chiesto inutilmente asilo politico. E invece la donna fu imbarcata ‘coattivamente’ sull’area insieme alla figlia minore, peraltro nata in Inghilterra e figlia di rifugiato politico. Gli altri destinatari dell’avviso di garanzia sono Luca Armeni, all’epoca dirigente della Sezione criminalità organizzata della Mobile e ora capo della Mobile di Cagliari, Francesco Stampacchia, vice di Cortese e gli agenti di polizia dell’ufficio immigrazione Vincenzo Tramma, Laura Scipioni e Stefano Leoni.

TUTTO comincia la notte del 29 maggio nel corso di ‘un’irruzione notturna immotivata’ – dice la Cassazione – nella villa di Casalpalocco dove viveva Alma, la bambina, con familiari e personale di servizio. In realtà gli agenti cercavano il marito, il dissidente kazako, Ablyazov. Alma viene portata via. Il giudice Lavore convalida la richiesta di espulsione. Ma nessuno prende in considerazione il pericolo al quale madre e figlia vanno incontro. E Alma e Alua vengono imbarcate sul volo per Astana. Quell’aereo era stato noleggiato prima che il giudice convalidasse l’espulsione e la fattura è intestata all’ambasciata kazaka.

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