Quale futuro per la Libia?

gheddafi morto 2Le vicende libiche rendono ancora più evidente qual è il folle progetto politico che sta dietro l’ideazione dell’Isis. L’Isis serve a costituire in Siria in Irak in Libia e in Nigeria e comunque dove c’è petrolio e gas non uno Stato islamico bensì un non Stato islamico fondato sull’illegalità e sulla discriminazione razziale e religiosa, sulla persecuzione e sulla brutalità e che però affida l’estrazione del petrolio e del gas a compagnie indigene di comodo,  le quali lo vendono di contrabbando ad amici degli amici a prezzi inferiori a quelli praticati dai paesi dell’Opec e dunque in concorrenza con loro. L’Isis vuole così  generare una situazione di caos, di illegalità diffusa per poi affidare in uno spirito di ritrovata legalità la raffinazione la commercializzazione e le reti di vendita del petrolio e del gas a compagnia di triding americane come si sta facendo ora in Nigeria per cui le compagnie americane tornerebbero a essere i veri gestori del commercio del petrolio e di tutte le materie prime a livello mondiale come ai tempi delle Sette sorelle, In alternativa il caos potrebbe generare nel tempo nelle regioni dominate dall’Isis la tanto agognata privatizzazione dei pozzi petroliferi e gasiferi ovviamente in favore delle imprese americane, obiettivo per il quale i new cons americani e i falchi liberali americani e inglesi si stanno battendo fin dai tempi della seconda guerra in Irak quella per intenderci voluta da Busch e Blair nel 2003 che è costata 4.000 morti di soldati americani e due milioni di morti fra gli anonimi cittadini irakeni.

Questo progetto delle privatizzazioni forzate è già fallito in Irak per la strenua resistenza degli irakeni. Questi pur costretti a essere gestiti da una democrazia iderate e gestita dagli americani si sono rifiutati di approvare la famosa legge sul petrolio che consentiva la privatizzazione dei pozzi irakeni. La resettazione delle gare e la presa di possesso dei pozzi gasiferi e petroliferi sta ora fallendo anche in Siria per l’intervento militare armato della Russia che ristabilirà l’unità della nazione sotto l’egida di Bashar Assad o di un suo parente, il ritorno alla legalità  e alle aste internazionali e la fine delle discriminazioni religiose e razziali. Questo processo si sta proponendo per la terza volta in Libia attraverso la concentrazione in quella regione di tutte le forze ijadiste provenienti da tutte le parti del mondo, dalla Nigeria, dal Marocco dalla Tunisia dall’Algeria dal Caucaso dal Kossovo, dalla Bosnia dall’Europa e soprattutto dalla Siria ormai data per persa.

Ha dichiarato il ministro russo Lavrov: l’Isis vuole dimostrare di essere un prodotto di successo e mira a espandersi ancora. Per l’Italia è una forte preoccupazione per motivi geografici e storici. Putin e Renzi ne parlano da più di un anno in tutti i loro incontri. Faremo del nostro meglio per aiutarvi. E speriamo che tutti si rendano conto del grave errore commesso in Libia quando si pensò che la fine di un regime fosse la panacea di tutti i mali. Bombardare Gheddafi, destituirlo, giustiziarlo in diretta tv, ma senza un progetto alternativo, fu una grave dimostrazione di irresponsabilità. Noi diciamo: non scavare una buca per gli altri perché poi ci cadi anche tu”. “Il nuovo piano Onu prevede di scavalcare gli speaker dei parlamenti di Tobruk e Tripoli che si trovano su posizioni opposte. Noi appoggiamo questa soluzione, anche se rischiosa, ma non ci aspettiamo che essa risolva tutti i problemi”.

In effetti i problemi sono tanti.
Come si ricorderà fra le due amministrazioni libiche, nate dopo la caduta del regime di Gheddafi quella retta dal generale Khalifa Haftar che ha a sede a Tobruk (ed è riconosciuta dalla comunità internazionale) e quella che ha sede a Tripoli formata dai fratelli musulmani e da altre formazioni ijadiste era nata una piccola guerra civile rimasta però sempre in incubazione per la strenua resistenza del Presidente degli Satti Uniti Barak Obama affinchè nessuna delle due parti, ma soprattutto la parte che guarda al generale Haftar, prevalesse sull’altra, Di qui l’embargo sull’acquisto di nuove armi che l’Onu aveva decretato per l’una e per l’altra parte in lotta, le trattative condotte da un emissario Onu per la formazione a tutti i costi di un governo di unità nazionale ecc.ecc. Obama disse ch una guerra civile in libia avrebbe scatenato una carneficina. Già ma allora perchè non bloccare anche la guerra civile in Siria dove sono morte 200.000 persone?

Si è notata uan sorta di protezione americana per la formazione poitica dei Fratelli Musulmani sotenuti dal Qatar. Vari tentativi del governo di Tobruk di ristabilire la legalità e il suo predominio legittimato dalle elezioni, attraverso un conflitto armato prima contro il governo di Tripoli poi contro l’Isis sono stati soffocati personalmente dal presidente Barak Obama il quale ha sempre mostrato di tenere più ai Fratelli Musulmani che ai musulmani laici e in un’occasione per far questo, si è servito anche dell’Isis..

Il lettore ricorderà che all’alba del 18 agosto 2014 un attacco aereo aveva colpìto le posizioni delle milizie islamiche, federate sotto il nome di Alba libica, attorno all’aeroporto di Tripoli, da mesi oggetto di combattimenti atti a prenderne il controllo. Un secondo attacco avveniva il successivo 23 agosto 2014. Era evidente che questi attacchi aerei uniti a un intervento di truppe di terra avrebbero portato l’esercito di Tobruk a prevalere sulle milizie del governo islamista di Tripoli. Come pure apparve subito evidente che questa iniziativa non aveva l’assenso del governo americano. Infatti inizialmente la provenienza di questi raids aerei non era chiara. Il generale Haftar, comandante delle truppe libiche di Tobruk e maggiore avversario degli islamisti, provò ad assumersene la paternità, ma osservatori attenti notarono che i tipi di attacco e il momento in cui erano stati effettuati (prima dell’alba) andavano oltre le capacità delle forze aeree del generale Haftar. L’attenzione si spostò quindi verso attori esterni, Egitto ed Emirati Arabi Uniti (UAE) su tutti. Così si scoprì che gli attacchi aerei soprattutto il secondo attacco aereo, quello del 23 agosto, era stato opera di cacciabombardieri degli Emirati Arabia entrati illegittimamente e di soppiatto in territorio libico, con l’appoggio di aerei tanker (per il rifornimento in volo) egiziani e delle basi aeree messe loro a disposizione dal Governo egiziano.
Quindi in Libia non era in atto un confronto armato solo fra governo di Tobruk e governo di Tripoli, ma si stava svolgendo un conflitto molto più ampio perché gli UAE e l’Arabia Saudita erano stati tra i più grandi sostenitori della caduta del Governo dei Fratelli Musulmani in Egitto e della sua sostituzione con quello guidato dal generale al-Sisi. Ben Alì l’ex dittatore tunisino è ancor oggi buon ospite dei monarchi dell’Arabia Saudita.

I Governi islamici in Nordafrica erano dunque avversati da Egitto, Emirati e Arabia Saudita ed erano invece appoggiati dalla Turchia e dal Qatar, paese quest’ultimo che sin dall’inizio della ribellione libica contro il regime del colonnello Gheddafi in Libia aveva supportato le milizie di stampo islamico con forniture di armi e sostenimento finanziario. Egitto, Emirati Arabia Saudita Turchia e Qatar erano invece dalla stessa parte nella guerra civile siriana. E dunque gli attacchi aerei su Tripoli costituivano un chiaro messaggio minaccioso riveniente dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi uniti contro il Qatar in una sorta di guerra regionale per procura. Da parte loro Stati Uniti e le Nazioni Unite anziché avallare l’intervento degli Emirati e dei sauditi a sostegno del governo legittimo di Tobruk hanno fortemente condannato e impedito l’intervento stesso, sostenendo che questo attacco incrementava la guerra civile, portava a una carneficina fra soggetti dello stesso paese e minava gli sforzi diplomatici per una soluzione ragionata e pacifica della crisi in atto in Libia.

Gli attacchi aerei furono allora fermati e la situazione sul terreno in Libia per il governo legittimo di Tobruk peggiorò visto il successo delle milizie di Alba libica nel prendere il controllo dell’aeroporto della capitale.

Inoltre allo scopo di neutralizzare con maggiore certezza i propositi offensivi del governo legittimo di Tobruk ecco che qualcuno ha dato disposzioni che l’Isis ricomparisse in Libia e conquistasse una serie di posizioni sul terreno che l’hanno portata a controllare una larga parte del territorio libico. Questo ha definitivamente ribaltato e vanificato i nuovi equilibri geopolitici che il governo di Tobruk stava faticosamente cercando di creare a proprio vantaggio e hanno creato invece una aspettativa di unità fra governo di Tobruk e governo di Tripoli allo scopo di combattere il nemico comune ossia l’Isis.
Nell’aprile di quest’anno il governo di Tobruk e l’Egitto hanno posto in essere un nuovo tentativo di riprendere in mano la situazione quanto meno per quanto riguardava i rapporti con l’Isis. L’Egitto infatti si stava preparando a invadere la Libia, questa volta via terra. Secondo fonti militari e di intelligence citate dal sito israeliano Debkafile vicino al Mossad Al Sisi stava ammassando truppe, aerei e navi al confine ovest in vista di un’offensiva militare su vasta scala in Cirenaica, focalizzata su Derna, roccaforte dell’Isis in Libia. L’operazione, che prevedeva sbarco di truppe sulla costa e lancio di paracadutisti nell’entroterra, aveva l’obiettivo di debellare le milizie jihadiste libiche affiliate allo Stato Islamico e riconquistare tutte le località in mano all’Isis sottratte al controllo del governo libico esiliato a Tobruk, quello guidato dal premier al Abdullah Al Thani e riconosciuto come legittimo dalla comunità internazionale.
Senonchè il presidente egiziano Al Sisi ancora una volta è stato bloccato personalmente dal Presidente degli Stati Uniti Barak Obama il quale gli ha mandato in Egitto non già un diplomatico come poteva essere il segreatario di stato John Kerri o il vicepresidente statunitense Joe Bilden ma addirittura il capo della CIA Jhon Bennan (chiara minaccia di morte in caso di disobbedienza o di sgarro). Questo avveniva il 19 aprile 2015. Bennan riferiva ad Al Sisi l’assoluta contrarietà del presidente americano Barack Obama a un’azione di forza come quella che si stava preparando, concedendo all’Egitto solo la possibilità di un’azione indiretta a sostegno delle forze del generale Haftar, che non portava aniente. Al Sisi avrebbe ribattuto che questa strada era stata già percorsa in passato senza alcun risultato e che non c’era più tempo da perdere perché l’infiltrazione dell’Isis nel Sinai e addirittura in alcune unità dell’esercito egiziano stava raggiungendo livelli pericolosi. Al Sisi avrebbe garantito a Brennan che le forze armate del Cairo si sarebbero ritirate dalla Libia non appena sconfitti e disarmati gli jihadisti. Ma John Brennan è stato irremovibile. L’intervento non si doveva fare. Punto e basta. Così voleva Obama. E infatti non si è fatto più. Non è dato sapere se l’Egitto abbia condiviso i suoi piani anche con la Francia di Hollande, da sempre molto attiva a fianco del Cairo sia nella cooperazione militare – con ricche forniture di cacciabombardieri, navi da guerra e missili – che nella diplomazia – con il sostegno alle richieste egiziane di un deciso intervento internazionale anti-terrorismo in Libia che, quando è stato attuato autonomamente dalla Francia ha generato le stragi del 13 novembre.
L’obiettivo dell’amministrazione Obama in Libia è stato finora quindi solo quello di congelare la situazione, di non prendere posizione né contro l’Arabia Saudita (governo di Tobruk) né contro il Qatar (governo di Tripoli). Ora che però l’Isis scacciato dall’Irak, scacciato dalla Siria mira a concentrarsi in Libia e assumere esso l’iniziativa, anche l’amministrazione Obama è dell’opinione che la situazione va sbloccata
Il guerrafondaio Barak Obama (“ho bisogno di ribaltare alcuni regimi e ciò non posso fare con contadini e parrucchiere: ho bisogno di professionisti e dunque di terroristi”) vuol tornare aessere il Premio Nobel per la pace Barak Obama il quale insieme al cattolico premier italiano Matteo Renzi(“non bisogna investire in guerre ma in istrruzione” “non vado dietro i bombardamenti degli altri che sono solo spot”).
Ma è chiaro che pace non sarà. Ed è chiaro altresì che si preannuncia in Libia un nuovo spettacolare intervento armato dal cielo e da terra con esiti imprevedibili.
Il problema è soprattto uno: Sarà possibile mantenere tante promesse e soddisfare tanti appetiti? E’ chiaro che l’Atabia Saudita sostenuta dagli Emirati e della’Egitto e dal governo di Tobruk e detentrice di un quarto del debito pubblico americano mira ad acquisrie muovi pozzi di petrolio e soprattutto di gas al di fuori del suo territorio perché i suoi pozzi prevalentemente di solo petrolio e non anche di gas sono in via di esaurimento, Il Qatar e la Turchia che hanno sostenuto il peso finanziario della rivolta contro Gheddafi, tramite il governo di Tripoli vogliono incassare la parte loro, l’Italia aspira alla conferma delle quote di estrazione di petrolio e di gas già concesseci dal passato regime di Mohamer Gheddafi e la conferma dei 5 miliardi di appalti che pure aveva promesso, la Francia che sta per tornare per il comando di Sarkozy vuole essere gratificata dell’appoggio finora dato al governo di Tobruk, Russia e Cina non accetteranno sicuramente di essere sfrattate dal novero delle imprese legittimate a estrarre petrolio e gas e a concludere applati con la ricca Libia per la parte che già con Gheddafi era di loro competenza.
E la Libia in questo senso è ancor più appetibile di quanto non lo siano Siria e Irak. La Libia potezialmente possiede il 38% del petrolio di tutto il continente africano, l’11% dei consumi europei di carburante, distese sotterranee infinite di acqua potabile che in fututo forse varrà più del petrolio. Finora la situazione è rimasta bloccata e a estrarre greggio e gas è rimasta soltanto l’Eni relativamente però ai soli pozzi off schore. Tutte le altre compagnie sono state momentaneamente espulse ma è chiaro che tutte aspirano a rientrare magari con quote di estrazione e commesse ancor più rilevanti di quelle del passato.
Difficile quindi che le potenze occidentali, ma anche gli Stati del Golfo e l’Egitto, lascino all’Italia il controllo di questa cassaforte dell’energia Al contrario più il petrolio scende di quotazione e più si fa dura la lotta per la concorrenza.
Peraltro gli analisti più accreditati sostengono che per giustificare il ritorno alle posizioni acquisite sotto il passato regime di Gheddafi – 5 miliardi di appalti e commesse più la gestione di un terzo di tutta l’economia petrolifera libica, la non anel mondo – l’Italia dovrebbe anche partecipare a una missione di terra accollandosi il rischio di rilevanti perdita di vite umane e non limitarsi a comode ricognizioni aeree o ad addestramenti di soldati a terra senza alcun rischio. Naturalmente se lo vorranno gli stessi libici e con assoluta chiarezza di mandato.
La questione quindi è molto più complessa di quanto sembri. Tanto più che non sappiamo nemmeno quali saranno l’atteggiamento e le pretese delle potenze occidentali che già hanno determinato il caos. Ricordiamo che nel 2011 la Francia di Sarkozy, facendo infuriare Mosca, diede il via ai raid contro il raìs libico ancor prima che l’Onu decretasse la no fly zone a tutela delle popolazioni libiche e sorvolando lo spazio aereo italiano senza neppure farci una telefonata. Né piacevano alla Francia di Sarko0zy i nostri accordi con Gheddafi, firmati sei mesi prima, che avrebero procurato 5 miliardi di appalti a noi e nulla alla Francia e che invece diventarono in poche ore carta straccia. Il presidente Nicolas Sarkozy era poi risentito con la Russia per la commessa di una intera flotta area francese poi revcocata in favore della stessa commessa Russa. La Francia poi, pur di competere con l’Italia, aveva promesso a Gheddafi alcune centrali nucleari ma il raìs non gli aveva neppure risposto.
Ebbene questi appetiti potrebbero tornare soprattutto con il possible ritorno al potere in Francia di un grandissimo criminale di guerra quale l’ex premier Nikolas Sarkozy e con l’andata al potere alla presidenza degli Stati Uniti di una nota guerrafondaia a tutto spiano come Hillary Clinton.
Come pure bisognerà fare i conti con il mutato atteggiamento della Russia praticamente passiva ai tempi della caduta di Gheddafi ma che ora vede nell’Isis una minaccia alla propria sicurezza interna dato il gran nunero di miliziani caucasici che militano al suo interno
La Russia ufficialmente finora non ha preso alcuna posizione né ha preso in considerazione possibili raid russi aerei contro l’Isis come sta facendo in Siria «perché non c’è stata alcuna richiesta in tal senso da parte del governo libico legittimo di Tobruk e non si sa se ce ne sarà una in futuro da parte del governo di unità nazionale di Tobruk e di Tripoli ma certamente ci sono trattative se è vero come è vero che tempo fa il ministro dell’Informazione del governo libico di Tobruk, quello riconosciuto dala Comunità internazionale, Omar al Gawari disse che se l’Italia non avesse appoggiato concretamente Tobruk con una politica autonoma da quella americana, l’Italia rischiava di perdere contratti petroliferi in favore di compagnie russe. «La politica estera italiana finora è stata debole e quindi l’Italia non deve sorprendersi se si vedrà marginalizzata in Libia e rimpiazzata dai russi e dalle loro compagnie che verranno qui per estrarre il petrolio», disse. Il che significa che il governo di Tobruk o una sua parte vorrebbe ripetere in Libia lo stesso schema che si è attuato in Siria ossia chiedere a supporto della guerra contro l’Isis l’intervento armato russo anziché quello americano con complicazioni inimmaginabili perché per quello che se ne sa, gli Stati Uniti sono anche disposti ad abbandonare il Medio Oriente ma non l’Africa.
Invece flotte di droni e di caccia francesi e americani già da tempo volano lungo la via Balbia la strada costiera libica che, passando per Tripoli, collega la Tunisia con l’Egitto, uno sciame che non fa presagire nulla di buono.
Ai russi tutto questo ovviamente non piace. Lavrov è stato chiaro: in Libia i russi vogliono un governo approvato dai due Parlamenti e non un documento firmato da una maggioranza dei deputati dei due Parlamenti . Inoltre essi sanno bene che mentre alcune fazioni puntano a un intervento aereo esterno contro l’Isis, come quello che è in atto in Siria e in Irak altre fazioni sono contrarie perché ciò potrebbe rafforzare i jihadisti e spingere i giovani verso l’estremismo.
Come pure anche in Libia potrebbe ripetersi quella sostanziale alleanza per affinità ideologiche fra Isis e islamici moderati che in Libia sono rappresentati dalle milizie islamiche di Tripoli. Inoltre sempre con il consenso del governo di Tripoli al confine tra Libia e Tunisia i jihadisti avrebbero più di un campo di addestramento, soprattutto per i miliziani in arrivo dalla Tunisia,. Altrettanto preoccupante, forse anche di più, l’afflusso di combattenti a Sirte:.dove nell’ultima settimana sono arrivati migliaia di miliziani. tunisini, yemeniti e palestinesi e ne potrebbero arrivare altre migliaia da tutto il resto del pianeta. Con loro anche alcuni “ufficiali” da Iraq e Siria.

Infine l’Isis che si deve affrontare ora in Libia non sarà più la stessa Isis che si doveva affrontare qualche tempo fa quando essa era impegnata anche sul fronte siriano e su quello irakeno. Migliaia di ijadisti potrebbero arrivare da tutte le parti del mondo, dalla Siria dal Caucaso, dal Kossovo dalla Bosnia dalla Tunisia e dal Marocco per contrastare un possible intervento di terra egiziano.italiano in quella che potrebbe essere sentita come la madre di tutte le battaglie l’ultima campgana campale degli ijaidisti contro l’Occidente. Per cui alla fine se si arriverà a una vittoria e a una pace bisognerà dare qualcosa anche a loro o a chi sta dietro di loro. Domanda: sarà possibile risponcdere in positivo a tanti opposti appetiti e a tante opposte preoccupazioni?

Michele Imperio

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