Cambio di alleanze in Europa e in Medio Oriente (3)

Tutti questi conflitti soprattutto quelli fra Germania e Stati Uniti d’America porteranno sicuramente a uno smembramento e a uno spacchettamento dell’Unione Europea. La Grecia a suo tempo non potette uscire dall’euro perché non aveva sufficienti riserve valutarie e anche perchè se fosse uscita dal’euro sarebbe uscita anche dalla Nato e quindi sarebbe stata attaccata dalla Turchia. Ma la Germania ha queste riserve e non ha il problema della Turchia. E tiene già depositati i nuovi merchi in Svizzera. Probabilmente Olanda Belgio e Polonia seguiranno la Germania e quindi Bruxelles diventerà capitale di questa Europa germanica. Strasburgo rimarrà invece la capitale dell’Europa latino mediterranea (Francia Spagna Portogallo Italia e Grecia) oppure la capitale di un’Europa franco-ispanica (Francia Spagna e Portogallo), contrapposta a un ‘altra Europa di maggior fede atlantica (ma periamo di no) composta da Italia e Grecia, con la Svizzera formalmente autonoma ma inrelatà filo-americana. Facilmente assisteremo a una rinascita dell’Impero austro-ungarico (Austria, Ungheria, Cecoslovacchia. Croazia Slovenia e Bosnia). I popoli europei potranno comunque finalmente aggregarsi secondo le loro identità religiose culturali e storiche.

I conflitti fra americani e tedeschi potrebbero portare anche a una fine della Nato, che ormai tradisce apertamente gli scopi iniziali per i quali era nata (difendere l’Europa da possibili aggressioni esterne) , soprattutto quando arma la Turchia e quindi di fatto fiancheggia organizzazioni terroristiche cone Isis e Boko Haram finanziate anche dalla Turchia.

L’Isis e Boko Haram sono portatori di un’ideologia integralista sunnita che vorrebbe escludere tutte le compagnie occidentali dallo sfruttamento del gas e del petrolio e delle altre materie prime delle regioni asiatiche  e africane riservando questi commerci solo a società indigene locali rigidamente di religione musulmana e non anche cristiana. Quindi questi movimenti si fanno portatori di una doppia odiosa persecuzione una contro gli occidentali, l’altra contro i cristiani.

Però alcune grandi aziende anglo americani vengono avvantaggiate dall’azione di Issi e Boko Haram . Per esempio nel commercio del petrolio tutto il business che va oltre l’estrazione e quindi la raffinazione il trasporto la commercializzazione la rete di vendita non può essere gestita da società indigene ed essa va a società di triding formalmente olandesi o svizzere ma praticamente anglo-americane dietro le quali troviamo i nuovi mostri di questo secolo i gestori dei titoli derivati o tossici.

Il petrolio nigeriano non si vende in Nigeria come qualcuno potrebbe pensare, bensì si vende in Svizzera e precisamente a Ginevra e Lugano, ove operano le più grandi società dio triding americane e con esse i più grandi gestori del mondo di titoli tossici e derivati e in particolare quel Mark Rich collezionista di condanne penali graziato da Bill Clinton l’ultimo giorno della sua presidenza.

Naturalmente  ciò che è detto per il petrolio vale per tutte le materie prime che si possono trarre dall’Africa , ma anche da alcune regioni asiatiche, laddove i tradizionali metodi delle gare a base d’asta internazionale tendono ad emarginare le grandi società anglo-americane a vantaggio di quelle cinesi russe malesi e brasiliane. Puntiamo per il momento la nostra attenzione su ciò che è avvenuto in Nigeria in conseguenza dell’azione militare di  Boko Haram.

Dal 2005 circa in poi, i baroni musulmani del nord della Nigeria hanno operato per mettere le mani sugli impianti petroliferi del delta del Niger, ossia della Nigeria meridionale territorio per lo più abitato da popolazione di fede di fede cristiana. Queste soggetti musulmani sono diventati azionisti di società che hanno acquistato le infrastrutture delle compagnie occidentali. Queste hanno mollato perché erano vittime degli attacchi dei terroristi di Boko Haran. Quando è cambiata la proprietà, quando cioè l’impianto è  passato da una compagnia occidentale a una piccola compagnia nigeriana questi attacchi, come per incanto,  sono cessati.

“Prendiamo allora il caso della società Afren Plc fondata da tal Rilwanu Lukman, un ingegnere nigeriano che ha tenuto diversi incarichi ministeriali nel governo federale nigeriano, prima di diventare addirittura segretario generale dell’OPEC. La società Afren Plc ha cominciato dal nulla nel 2005, ma ha beneficiato  dell’esperienza e degli appoggi dell’ingegnere Lukman. Essa  oggi è la principale società locale nell’ambito dell’esplorazione e della produzione di petrolio e di gas. Come altre società locali, Afren ha acquistato alcuni impianti centri di produzione regolarmente attaccati da Boko Haram fino al giorno in cui hanno cambiato proprietario. Lukmann era un uomo molto rispettato nel nord della Nigeria, dove alcuni membri della sua famiglia sono giudici religiosi e fanno applicare la sharia con severità e rigore.

Un altro esempio è costituito della società Seplat, una società che ha fatto il suo ingresso alla Borsa di Londra nell’aprile 2014. Anch’essa non ha avuto nessun incidente dopo avere acquistato infrastrutture da colossi come la Shell, costretta a vendere poiché perdeva troppo denaro a causa dei continui attacchi armati di cui era vittima da parte di Boko Haran. Ufficialmente il fondatore di Seplat è il medico ortopedico Bryant Orkjiako, identificato dalla Nigerian Economic and Financial Crime Commission come il più grande riciclatore di denaro per conto del generale Ibrahim Babandiga, ex presidente golpista nigeriano dal 1985 al 1993. Babandiga non è mai apparso ufficialmente ma alcuni suoi critici pensano addirittura che egli, partigiano di un islam radicale, sarebbe addirittura uno dei principali mentori di Boko Haram. Così come probabilmente la famiglia Erdogan e i sultani del Qatar lo sono dell’Isis.

Alcuni attori commerciali come ad esempio le società di traider americane traggono grandi profitti dalla collaborazione con le società indigene locali che gestiscono Boko Haram. E’ evidente infatti che la  piccola compagnia indigena che acquista un impianto di estrazione di gas o di petrolio non possiede raffinerie, non possiede petroliere, non ha reti di vendita e ha quindi bisogno di un soggetto altro che raffini e commercializzi per lei il petrolio e il gas da essa semplicemente estratto dal sottosuolo. Questo soggetto è il trader. Il trader è un intermediario che gioca un ruolo nella catena del valore che comincia dal fornitore di materie prime e si conclude con l’utilizzatore finale del bene prodotto. Chi si occupa di negoziazione di materie prime, abitualmente acquista la merce da un produttore per cercare di rivenderla a quelle aziende che si occupano della trasformazione, ad altri intermediari oppure direttamente agli utilizzatori finali; tutto ciò cercando di ricavare il margine di guadagno maggiore e di garantire l’efficienza della catena. In altre parole, il trader si occupa di coadiuvare l’incontro di domanda ed offerta, normalmente collocate in diverse aree geografiche fornendo al contempo sia al fornitore che al cliente una serie di servizi addizionali che richiedono competenze specifiche e procurano guadagno.

Quindi il trader si occupa di piazzare la merce facendo capo alle proprie conoscenze del mercato, del trasporto, della logistica, dell’accreditamento e del finanziamento di queste operazioni.

Ma questo ravanscismo nazionale non riguarda soltanto il commercio del petrolio bensì  anche lo sviluppo delle banche. Recentemente in Nigeria vi è stata una forte progressione da parte di una banca islamica denominata Jaiz Bank. Questa banca è nata nello stesso periodo in cui ha operato in Nigeria  Boko Haram e il suo maggior business plan si concentra nel nord della Nigeria dove ha aperto alcune succursali. Da notare che nel Nord-Nigeria le altre banche vanno letteralmente in fumo. Si tratta della prova che gli affari in quella regione non sono difficili per tutti. Senza dimenticare che il già citato Rilwanu Lukman era membro del consiglio d’amministrazione anche di questo istituto bancario”.

Il revanscismo nazionale a sua volta si accompagna al revascismo religioso nel senso che i musulmani del nord non vogliono che dei proventi del commercio del petrolio dele materie prime e della gestione delle banche siano partecipi anche  i nigeriani  del sud perchè essi sono cristiani.

Se oggi tanti eritrei fuggono dall’Eritrea è perchè in Eritrea sono state scoperte grandi miniere di uranio e di oro e i musulmani eritrei non vogliono che ne siano partecipi anche i cristiani eritrei i quali quindi fuggono per paura dei loro connazionali musulmani.

Naturalmente questo stato di cose non può continuare ancora e invece come ha giustamente denunciato il presidente russo Vladimir Putin molte aziende occidentali – come abbiamo visto – ne traggono convenienza a finanziano sia pure indirettamente Isis e Boko Haran.

Così ad esempio la banca francese BNP Paribas si è specializzata nel finanziamento di società come Afren e SWeplat e si è persino occupata della loro quotazione presso la Borsa di Londra, naturalmente traendone un proprio  beneficio. Quindi BNP Paribas è un esempio di società occidentale che avrebbe interesse a finanziare e forse finanzia Isis o Boko Haram.

“Nel marzo 2014 il senatore americano Ita Enang ha denunciato che l’80 per cento degli impianti di produzione di petrolio nigeriani si trovano in mano ai baroni del nord della Nigeria grazie ai legami tra il finanziamento dell’estremismo musulmano del nord e le società indigene che gestiscono  il petrolio delle aree del sud.

 

Un tempo queste operazioni le facevano le grandi compagnie petrolifere americane (le famose sette sorelle) dominatrici del mercato mondiale del petrolio. Ma da alcuni anni le compagnie americane escono costantemente sconfitte dalle gare a base d’asta internazionali indette dai singoli governi per assegnare i diritti di estrazione e di sfrutamento del petrolio e del gas.

Di grande significato politico è ciò che è successo in Irak nelle gare a base d’asta del 2009 dopo che gli americani avevano investito nella guerra per abbattere Saddam Hussein ben 400 miliardi di dollari e avevano subito la perdita di oltre 4.000 soldati americani.

Ebbene non ci si crederà ma da quella guerra gli americani invece di trarne vantaggi economici ci hanno rimesso!

Infatti la legge che avrebbe dovuto privatizzare i pozzi petroliferi irakeni e cederli a società americane è praticamente abortita per la strenua opposizione sia degli sciiti che dei sunniti. Si è andati quindi alle gare d’aste internazionali ma da queset gli americani non hanno preso praticamente niente. Infatti l’’11 e il 12 dicembre 2009 si è tenuta a Baghdad la seconda asta petrolifera dopo che la prima, nel giugno dello stesso anno, era andata praticamente deserta per le esose richieste del governo iracheno e del suo ministero del Petrolio. All’asta sono state accreditate quarantacinque company di tutti i Paesi, fatta eccezione per quelle che in passato avevano avuto concessioni petrolifere dal governo curdo. Questo a testimonianza dello scontro che c’era tra il governo centrale di Al Maliki e quello ‘autonomo’ del Kurdistan iracheno, nato da una soluzione tattica americana che aveva come obiettivo quello di tenere sotto controllo la principale area di produzione petrolifera irachena e che alla fine ha creato più confusione che altro, sia in termini di gestione pseudo nazionalistica, sia in termini di amministrazione delle stesse riserve petrolifere del Paese.

Le concessioni rilasciate dal ministero del Petrolio di Baghdad hanno visto prevalere le aziende europee e asiatiche, in alcuni casi riunite in joint venture. Dei dieci giacimenti aggiudicati nel 2009, appena due vedono le compagnie americane impegnate nelle operazioni di sfruttamento e una sola delle due in un giacimento di qualche rilievo. A ottenere i migliori risultati è stata la compagnia statale malese Petronas, la quale ha conquistato i diritti per ben tre giacimenti, poi l’angolana Sonangol con due. Hanno ottenuto concessioni anche la China National Petroleum Corporation (CNPC), le russe Lukoil e Gazprom, e le europee Shell (Olanda), Total (Francia), Statoil (Norvegia), BP British Petroleum e buon ultima l’italiana Eni.

Secondo i contratti ventennali firmati a Baghdad, le aziende appaltatrici hanno accettato di ricevere somme che variano tra un minimo di 1,35 e 2 dollari per ogni barile di petrolio estratto in più rispetto all’attuale livello, in modo che qualsiasi (auspicato) aumento del prezzo del greggio andrà a ingrassare le esangui casse del governo iracheno.

La posta in gioco più appetitosa, era la concessione dei diritti di sfruttamento dei giacimenti presenti nel sud del Paese, attorno alla città di Bàssora, dove si trova il sito di Al-Zubayr, che dispone di riserve stimate tra i quattro e i sei miliardi di barili e che vede la presenza di una joint venture formata da Eni, Occidental Petroleum e Korea Gas. Sempre nel sud del Paese, quasi ai confini con l’Iran, è situato il più consistente giacimento iracheno, quello di Majnoon. A ottenere i diritti sui 12,58 miliardi di barili stimati sono state Shell e Petronas. Il secondo pozzo potenzialmente più produttivo del Paese, West Qurna 2 (12 miliardi di barili), è stato appaltato a un consorzio guidato dalla russa Lukoil. A scendere, i giacimenti meno importanti e le compagnie meno competitive.

In pratica, per le Big oil americane il bottino è stato, sorprendentemente, quasi nullo.

L’Isis invece opera un resettamento di questo sistema e crea un nuovo sistema di sfruttamento del petrolio che rimette in gioco le società americane, tramite le società di triding e il potere bancario elvetico-americano, che cacciati dalla porta rientrano quindi dalla finestra.

La città di Ginevra negli ultimi decenni ha puntato moltissimo su questo settore (il triding) al punto che oggi sull’arco lemanico sono presenti quasi 400 società, un fatturato che si aggira attorno agli 800 miliardi di franchi annui ed un’occupazione diretta che supera le 6’000 unità. Le merci oggetto di negoziazione sono parecchie: cereali, zucchero, caffè, cotone), petrolio, acciaio ed altro ancora.

In questo contesto molto specifico anche la piazza di Lugano si è ritagliata una fetta di mercato importante – soprattutto nell’acciaio, nei metalli di base, nell’oro, nel gas, nel carbone ed in parte anche nelle soft commodities – posizionandosi oggi in una situazione di tutto rispetto.

Il commodity trading a Lugano è composto da pressappoco 80 aziende che contribuiscono in maniera importante alle entrate fiscali nonché al PIL del cantone Ticino. In questo settore sono occupate direttamente ed indirettamente circa 1’500 persone altamente qualificate che ruotano attorno a competenze ben specifiche: spedizioni, trasporti, finanziamento delle operazioni, assicurazioni dei rischi, problematiche giuridiche, conoscenze di lingue straniere e così via.
Dietro le società di triding ci sono le banche con la loro immancabile gestione di titoli derivati e tossici. Di queste società di triding una sola è quotata in borsa la Glencore la quale però recentemente ha visto il suo titolo perdere in una sola seduta il 30% del suo valore.

Le autorità di controllo si sono ovviamente allaramate e dai primi di ottobre di quest’anno (2015) le banche britanniche dovranno comunicare alla Banca Centrale di Inghilterra la loro esposizione nei confronti di Glencore e delle altre società di trading. La richiesta, secondo indiscrezioni di stampa, è stata inoltrata dalla Prudential Regulation Authority, un organismo creato in seguito alla grande crisi finanziaria per vigilare sulla «sicurezza e solidità» del sistema bancario, e potrebbe segnare un pericoloso punto di svolta, specie se anche le autorità di vigilanza di altri Paesi dovessero muoversi nella stessa direzione. Alcuni osservatori sostengono infatti che nel caso più estremo Glencore rischia di fare da detonatore per una nuova crisi sistemica. Come Lehman Brothers nel 2008.

Michele Imperio 3. continua

 

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