Bankitalia attacca, l’ex Cda risponde: “Vicenza? Opa bluff, offerta modesta, clima ostile”

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap549Arezzo, 12 gennaio 2016 – Ma come è andata davvero la trattativa con Vicenza, perchè Banca d’Italia la contesta agli ultimi amministratori (il presidente Rosi, i vice Berni e Boschi e cinque consiglieri) come uno dei rilievi di addebito e quali sono gli argomenti con cui l’ex vertice di via Calamandrei si difende? Innanzitutto la contestazione di via Nazionale, punto 4 della relazione ispettiva: «Non è stata portata all’attenzione dell’assemblea dei soci l’unica offerta giuridicamente rilevante (quella avanzata da Banca Popolare di Vicenza di un euro per azione estesa al 90% del pacchetto azionario) per divergenze riguardo alla modalità di aggregazione. La scelta di non sottoporre al voto dell’assemblea l’offerta non è stata sostanzialmente dibattuta in consiglio, che si è limitato a prendere atto della posizione comunicata dal presidente…Il consesso ha ratificato scelte e decisioni prese in altre sedi».

Cioè nella famosa «commissione consiliare informale» di cui facevano parte Rosi, i vice, Nataloni e Felice Santonastaso. E da qui prende il via la difesa del boardo. La «commissione», si spiega», era solo finalizzata all’aggregazione, era cioè l’organo ristretto cui il Cda aveva delegato di seguire in prima battuta la trattativa con Vicenza.

Quanto all’Opa di quest’ultima, le controdeduzioni di uno dei più autorevoli ex amministratori (ma si può presumere che valgano per tutti) ne mettono in rilievo le «notevoli criticità: un euro ad azione, nonostante il premio del 25% sul valore in borsa, «non sembrava poter costituire un adeguato incentivo», cioè veniva considerato poco premiante per i soci, tanto che si dubitava della possibilità di raggiungere il 90% richiesto del capitale e anche la maggioranza assembleare richiesta per la trasformazione in Spa, condizione dell’Opa.

Ad Arezzo, infatti, scrive l’ex amministratore, c’erano «clima ostile» e «campagne di stampa» sui rischi per l’indipendenza di Bpel. Perciò il Cda l’11 giugno, chiede tempo: 6/8 mesi per far digerire l’operazione alla città. Si arriva così, ma questo la controdeduzione non lo dice, a un accordo informale con Samuele Sorato, direttore generale di Bipivi, che prevede un’aggregazione a tappe: subito la cessione a Vicenza delle filiali Bpel del nord, poi un piano di razionalizzazione del personale e quindi di sinergia commerciale. Tappa finale l’integrazione.

Ma, secondo le ricostruzioni aretine, il 16 giugno, giorno in cui si va in Banca d’Italia, il patron veneto, non ci sta più. Quando gli chiedono cosa farebbe dinanzi a un’Opa che raccogliesse meno del 90%, risponde secco: «Un’opa è un’opa». Come a dire tutto o niente. E lì si spezzano i fili. Sottinteso della controdeduzione, quello di Vicenza era un bluff, «effettiva insussistenza di concrete prospettive di integrazione», come confermato dai pessimi risultati successivi della banca veneta. Popolare Vicenza, si fa notare a margine ma non nei documenti ufficiali, ha fatto aumenti di capitale per 975 milioni volti alle acquisizioni, fra cui Bpel, ma poi non ha comprato nessuno, perchè quei soldi servivano a tappare i buchi di bilancio.

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