Martina Levato, la coppia dell’acido: “Sono pentita, ora voglio crescere mio figlio Achille”

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap594MILANO. Dice che non se l’aspettava. “A me 16 anni e a Magnani 9…?”. Dice, ed è la sua visione: “In aula l’altro giorno mi è crollato il mondo addosso”. Alexander? “Non voglio più essere identificata come coppia. La coppia dell’acido . Ora siamo io e mio figlio Achille. Mi interessa proteggere lui. Vorrei mi dessero la possibilità di crescerlo”. Secondo piano del reparto femminile del carcere di San Vittore: la porta della cella di Martina Levato è addobbata con stelline colorate, dentro c’è un filo con appesa biancheria intima, un fornelletto e Cinzia, la nuova compagna di vita. “Mi ha capita subito”, dice l’ex bocconiana. Capelli sciolti, trucco, pullover nero, jeans, scarpe da tennis. Dopo la condanna a14 anni più 16 per le aggressioni ai suoi ex – tre con l’acido solforico e un tentativo di evirazione – Levato parla per la prima volta dal carcere dove è detenuta dal 29 dicembre 2014. Lo fa con Eleonora Cimbro, deputata del Pd (sono entrame di Bollate). In un’ora di colloquio, niente lacrime, ma molti rimorsi. Ecco le domande della parlamentare e le risposte di Martina.

Perché le è crollato il mondo addosso?
“Per la disparità di trattamento. Io mi sono pentita, ho confessato, collaborato, ho ammesso le mie colpe ed è giusto che paghi. Ma ogni volta sembra sia solo io la responsabile di tutto quello che è successo. Che differeza c’è, allora, tra chi si pente e collabora e chi invece non lo fa?”.

Che cosa farà ora?
“I miei avvocati (Alessandra Guarini e Daniele Barelli, ndr) si muoveranno per far capire all’opinione pubblica, anche andando in tv, che se una persona sbaglia e si pente e collabora merita almeno una seconda possibilità di vita”.

In che senso?
“Mi rendo conto di quanto dolore ho provocato: alle vittime, alle loro famiglie, ai miei genitori. Ma perché durante la gravidanza mi hanno assicurato che sarei andata con mio figlio all’Icam (la struttura milanese per madri detenute e bambini, ndr) e poi invece dopo il parto (il 15 agosto 2015: Martina e Alex erano già stati condannati in primo grado a 14 anni per l’aggressione a Pietro Barbini) me lo hanno tolto? Vorrei avere una seconda possibilità di vita. Assieme a mio figlio. A che cosa servono sennò le comunità?”.

Lei chiede la patria potestà sul bimbo avuto da Boettcher. Sicura, dopo le condanne che ha avuto, di poter dimostrare di essere una buona madre?
“Lo valuteranno i periti del tribunale (entro aprile). Quando mi hanno tolto il bambino non ho reagito, ero in ospedale, sotto anestesia. Poi ho realizzato, e ho ricordato le promesse che mi avevano fatto. Se non ero in grado di fare la madre perché non me lo hanno detto quando avevo il bambino in pancia?”.

Quanti rimorsi ha?
“Tanti. Sto male per quello che ho fatto. Ci ho impiegato un anno per capire che ho sbagliato. Ho inflitto tanta sofferenza, ora voglio riabiltarmi con mio figlio”.

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