Libia: dove Renzi ha ragione e dove ha torto

I rapporti fra Jean-Claude Junker e Matteo Renzi non sono in questo momento dei migliori. Tanto che Juncker sarà nel nostro paese in febbraio perché  – ha detto – “mi voglio occupare personalmente di questo problema. Ho difficoltà a capire la riserva dell’Italia a finanziare i 3 miliardi alla Turchia, perché questi soldi non vanno alla Turchia ma ai rifugiati siriani in Turchia”.

E da dove trae tanta certezza Junker?

Non è soltanto l’Italia a non essere d’accordo su questa caduta a pioggia di questo denaro nella mani del discusso leader turco Recep Tayyip Erdogan.

Da tempo i saggi cinesi per esempio sono convinti che la violenza estremista islamica, che scuote da tempo l’area che va dal Nord Africa all’Europa e dal Medio Oriente all’Asia centrale, rappresenta una minaccia anche per la Cina per cui essi avrebbero predisposto un progetto che si chiama “Cintura economica della Via della Seta”, la via terrestre che attraversa l’Asia centrale e arriva in Europa passando per Iran e Turchia che crea una connessione tra l’economia asiatico-pacifica e quella europea.Il progetto, proposto dallo stesso presidente Xi Jinping, rappresenta un piano significativo per aiutare a stabilizzare regioni «caotiche», attraverso una rete di autostrade, ferrovie, stazioni di rifornimento e parchi industriali lungo la via per l’Europa. Pechino metterebbe sul piatto ben 3.500 miliardi di dollari (quasi 3.800 miliardi di euro, altro che 3 inutili miliardi di euro da regalare a Erdogan) per dare una spinta alla crescita e creare posti di lavoro nelle aree a religione musulmana. E’ un piano che alcuni hanno definito un «nuovo Piano Marshall» perchè, proprio come il programma americano che all’indomani della seconda guerra mondiale contribuì a ricostruire l’economia dell’Europa, anche l’iniziativa cinese della Via della Seta «è impressionante non solo per i suoi obiettivi geografici ma anche per l’integrazione tra istanze di natura economica, politica e di sicurezza nazionale».

Sul Wall Street Journal, l’editorialista Andrew Browne ha scritto che «risollevare la disperazione economica che sostiene l’estremismo islamico è una visione che dovrebbe veder convergere in maniera naturale Cina e Stati Uniti. Invece gli Stati Uniti si oppongono. Non voigliono collaborare con l’odiata Cina. Nnon vogliono perciò mettere a disposizione della Cina la loro forza militare per affrontare i complessi problemi della sicurezza. In tempi recenti, la Cina è stata costretta a fare marcia indietro in diversi colossali investimenti in aree del mondo cronicamente instabili, dopo attacchi mortali ai suoi lavoratori e ai suoi imprenditori, provocati da terroristi che – si sospetta -sono finanziati proprio da alcuni segmenti politici ed economici degli Stati Uniti  chi vedono con sfavore questa crescita della Cina in altre partiu del globo e nella pubblica opinione mondiale. L’uccisione di tre dirigenti ferroviari cinesi durante l’assedio dell’hotel in Mali lo scorso novembre è solo la più recente di queste aggressioni. Non sappiamo la momento in cui scriviamo se vi sono analoghe perdite nell’aggressione perpetrata nel Burchina Fago. Per proteggere i propri investimenti all’estero la Cina dovrebbe farsi valere dal punto di vista militare ma la sua tradizionale politica di non interferenza nei confronti degli altri paesi limita questa opzione politica.

Ora è sorta controversia tra il premier italiano Matteo Renzi e il commissario Junker sull’opportunità di consegnare a un personaggio inaffidabile come Erdogan questi tre miliardi di euro.

Su questo punto Renzi ha perfettamente ragione. Anche i lampioni capiscono che è in corso una vera e propria estrsione di Erdogan nei confornti dell’Europa. Nel senso che Erdoigan sta minacciando altri sberchi di profughi (n etiene in mano due milioni) se non ottiene questi tre miliardi di euro e il visto per entrare nell’Unione Europea. Da dove tutti ormai vogliono uscire però lui vuole entrare. Per fare che cosa?

Si dice che Erdogan su incarico dei soliti noti segmenti politici ed economici americani vorrebbe rifondare ‘’l’impero ottomano” aggregando Turchia, Bosnia, Albania, Kossovo e Macedonia occidentale tuti paesi a maggioranza musulmana e quindi portarli all’interno dell’Unione Europea.

Per carità! Padronissimo di fare questa operazione se ha il consenso della maggioranza  di quelle popolazioni. Ma non in casa nostra!!!!. E obbligati allora noi a sciogliere immeditamente l’Unione Europea e a ricostituire l’impero austroungarico per ricreare nuovamente, dopo circa un secolo  un nuovo argine politico e militare alla ventilata invasione msusulmana in Europa, per difenderci da questa deriva. La quale non è più soltanto una  deriva musulmana come lo era allora ma è anche una derrva criminale anzi meglio una deriva del crimine organizzato globale dove sicuramente ci sonoi dentro anche i soliti noti segmenti poltici ed economici americani.

Premetto che ormai non è più un segreto per nessun navigatore della Rete che John Mc Cain ha rapporti con i cartelli della droga messicani dei Salinas, Georege Soros ha da moltissimo tempo rapporti con i cartelli della droga colombiani, il fratello di Karzai in Afganistan è stato al vertice della maggior prorduttore di oppio di quel paese. E che le banche americane che movimentano il denaro dei cartelli della dorga sono curiosamente le stesse che movimentano i finanziamenti dell’Isis e sono ancora le stesse che hanno lautamente finanziato l’ultima campagna elettorale del presidente Obama. Dei nuovi aspiranti alla Casa Bianca solo il repubblicano Donald Trunph attraverso messaggi sostiene che gli americani devono chiudere con i trafficasnti messicani e non debbono più avere a che fare con i musulamani fin quando non si capisce cosa diavolo stia succedendo.

In Turchia e nel Kossovo con il grazioso consenso dei premier turco Erdogan e del premier kossovaro Thaci, entrambi musulmani sunniti, operano le più grandi raffinerie di eroina del mondo  che trasformano in eroina pura l’oppio che proviene dall’Afganistan  per poi diffonderlo in tutto il pianeta ivi comprese – con un ritorno all’indietro – la Russia e l’Iran paese quest’ultimo dove su 80 milioni di abitanti ben due milioni sono tossicodipendenti da eroina e all’ncirca analoga alta  percentuale si registra in Russia tanto da far parlare il ministro Lavorv di una vera e propria narcoaggressione.

E sapete perché la droga afgana si raffina nella lontana Turchia e nel lontano Kossovo? Perché in Turchia e in Kossovo ci sono una serie di basi Nato le quali evidentemente proteggono il lucroso traffico (91 miliardi di dollari all’anno) Infatti ora che le basi nato si stanno insediando anche in Afganistan si stanno aprendo raffinerie di eroina anche in Afganistan. Qualcuno in Rete ha avanzato il sopsetto che i narcodollari sono serviti in passato per coprire i buchi delle banche americane o per finanziarte le perdite dei titoli derivati. Per cui di mezzo ci sarebero anche le banche. Senza parlare poi delle compagnie petrolifere americane portatrici di progetti per privatizzare i pozzi petroliferi dell’Irak per fortuna falliti..

Quindi c’è il rischio che quei tra miliardi di euro se messi nelle mani di Erdogan, definito l’uomo politico più ricco al mondo, vadano a finire ai trafficanti di droga anziché ai profughi siriani. Per cui su questa opposizione Matteo Renzi ha ragione.

Ma c’è invcece un altro punto su cui Renzi ha torto.

Nel tratto che in Libia parte da Sirte e si spinge a Ras Lanouf e ad Ajdabiya, a centocinquanta chilometri da Bengasi. il Daesh ha piantato da tempo le tende e sempre qui, alle spalle degli oleodotti di Defa, Amal, e Messla che il Califfato ha esautorato le milizie di Ansar al-Sharia, quelle – per intenderci – che fecero assassinare l’ambasciatore americano Chris Stevens,  inalberando le proprie bandiere nere. Alle finanze del Califfato quelle raffinerie, quei giunti di dilatazione che pompano il greggio che per lunghi anni ha assicurato alla Jamahiryia un relativo benessere garantendo a Gheddafi il consenso popolare fanno più gola dell’oro.

Colpita al cuore dall’aviazione russa e successivamente da quella francese e britannica, la tratta del greggio siriano e iracheno del Daesh non può più assicurare alle casse del califfo il suo quotidiano milione e mezzo di dollari. Per questo il petrolio libico diventa a questo punto strategico. Non è un caso che da qualche settimana gli uomini del Daesh hanno cominciato a mietere vittime fra i capi militari, gli intellettuali e i leader religiosi di Ajdabiya: dal segretario della shura (il consiglio cittadino) al professor Saleh Rahil, dall’imam Faraj al-Aribal al colonnello Ateya al-Oreibi, capo dell’intelligence militare, fino allo sceicco salafita Mahmoud Bourawi al-Hamal, assassinato con un’autobomba. «Eliminando la classe dirigente della zona– si spiana la strada alla conquista di Ras Lanuf, Ajdabiyia e della zona dei pozzi. Il pericolo è più che reale. La Libia rischia di diventare una specie di ‘hub’ per il Daesh». Ed anche il primo serbatoio di profitti petroliferi.

Sirte, città madre di Muhammar Gheddafi, è da mesi in mano al Daesh. A sottometterla ci hanno pensato tremila miliziani, e da allora qui si amministra la giustizia, s’impone la sharia, si vieta ai barbieri di tagliare la barba agli uomini, si obbligano le donne a vestirsi esclusivamente di nero, le stazioni radio hanno il divieto di trasmettere qualunque genere di musica e soprattutto a Sirte s’indottrinano battaglioni e reparti di giovani guerrieri e s’addestrano futuri kamikaze. Fonti saudite assicurano che in città vi sia un prezioso simulatore di volo dove gli emuli di Mohammed Atta (il qaedista egiziano che nel 2001 dirottò il volo dell’American Airlines portandolo a schiantarsi contro la Torre Nord del World Trade Center) si esercitano per imparare a padroneggiare le tecniche di volo

Il Daesh, forse perché sta cominciando avere seri problemi sul campo in Siria e in Iraq sta trasferendo in Libia uomini e risorse. Sicuramente per aprire un secondo fronte e per aumentare il caos che già predomina in Libia. Un migliaio di combattenti del Daesh in Siria provengono dalla Libia ed ora stanno tornando a casa con una preziosa esperienza alle spalle Di contro da qualche giorno i Rafael francesi hanno iniziato a compiere ricognizioni sopra Sirte, in coppia con i P3 Orion americani. E anche bombardamenti.

I libici sono convinti che ci sarà un intervento militare. Ma a dispetto delle pressioni, soprattutto americane, non tutti sono di questo parere. L’Italia per prima. Dice Renzi: «Abbiamo utilizzato la strategia dei bombardamenti in Libia nel 2011: alla fine cedemmo a malincuore alla posizione di Sarkozy. Quattro anni di guerra civile in Libia dimostrano che non fu una scelta felice». A Bruxelles la pensano diversamente. «La Nato – ha annunciato due giorni fa il segretario generale Jens Stoltenberg – è pronta a intervenire in Libia, se si formerà un governo di unità nazionale e se questo chiederà assistenza per ricostruire le proprie capacità di difesa. Non stiamo discutendo di una nuova grande operazione militare in Libia,Stiamo dicendo che se si formerà un governo di unità nazionale, siamo pronti ad aiutarli fornendo assistenza, se ce ne farà richiesta».

Ma è su quel ‘se’ che si nutrono i dubbi peggiori: il premier incaricato Farrai ha detto che lui non vuole raid aerei. Anche lui come Erdogan vuole soldi! quelli che erano stati promessi a Gheddafi nel 2008 per bloccare i barconi. L’Isis – secondo lui – deve essere sconfitta dal solo esercito libico in modo che poi la Libia non dovrà niente a nessuno. Se parla così è perché questo è il mandato che gli è stato dato dai parlamentari di Tripoli filoislamisti come quelli del’Isis e quindi solidali con l’isis come solidali con l’Isis erano i ribelli siriani. Quindi noi ci troviamo nella condizioni che non solo non posiamo miìuovere un dito contro Isis Fratelli Musulmani e altre storie e anzi dobbiamo a questa gente dare dei soldi. Miliardi.

A questo punto l’unico ente che può legittimare un intervento militare armato in Libia è l’Onu. Ma perché l’Onu dovrebbe delegare solo le potenze occidentali e non anche la Russia che così bene ha operato in Siria? Pare cha a questo proposito Haftar (quindi governo legittimo di Tobruk) e Lavorv (ministro degli esteri russo) già si stiano parlando. E c’è chi suggerisce di inserirci anche noi in questa rattativa.

Intanto i pozzi di Ajdabiyia vanno difesi anche con l’ausilio di forze occidentali non legittimate, perché se cadono quelli la Lbia nona economia petrolifera del mondo rimarrà paradossalemnte senza petrolio. Renzi invece per intervenire vorrebbe attendere la formazione del governo di unità nazionale e le determinazioni dell’Onu. Qui Renzi sbaglia. E’ giunto il momento in cui non si può più attanbdere. Legittimati o non legittimati bisogna assolutamente impedire un’ulteriore avanzata dell’Isis e la conquista di quei pozzi di petrolio. Quindi su questo punto Renzi ha torto.

Michele Imperio

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