“La mia bimba è nata morta. E dopo 9 mesi non so perché”

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap624Reggio Emilia, 20 gennaio 2016 – Ha le guance rigate dalle lacrime, Erica. Ma si sforza di sorridere, con quel suo viso pieno di amore e occhi che hanno pianto troppo. «Scusate, non ce la faccio». È la storia di una maternità negata, la sua. Quella di una bambina, Stella, cresciuta per nove mesi dentro di lei e poi nata senza vita, in quel maledetto 24 aprile 2015, in una sala parto dell’ospedale di Castelnovo Monti. «Era perfetta, pesava tre chili, non aveva alcuna malformazione… Però non piangeva, non respirava e si vedeva che aveva sofferto tanto. Vedevo segni violacei sul suo visino. È passato quasi un anno dalla sua morte e ancora non so perché la mia bambina non ha visto la luce. Non è una vergogna? I termini per il deposito dell’autopsia, compresa la proroga, sono scaduti in agosto. Possibile che non si sappia ancora nulla?»

Erica Beltrami, 31 anni, avvocato ed ex vicesindaco di Villa Minozzo (ora consigliere comunale), racconta quell’inferno. «Disumano». Definisce così il trattamento che avrebbe ricevuto nel reparto di ginecologia e ostetricia del Sant’Anna; calvario sfociato poi in una querela e in un fascicolo aperto dal pm Isabella Chiesi per omicidio colposo. Sono cinque gli indagati, tra medici e sanitari (difesi dall’avvocato Franco Mazza): Giliola Amorini (ostetrica), Angela Immacolata Falbo (ginecologa), Venera Millè (ginecologa), Milena Pedroni (ostetrica-caposala) e Annalisa Menozzi (ostetrica).

Erica, assieme al compagno Luca Merciadri, 35 anni, entrano per la prima volta all’ospedale verso le 6 del 23 aprile, quando la ragazza avverte arrivare le contrazioni, con relative perdite di mucosa. Viene però monitorata e dimessa dopo un’ora e mezza. «Non c’era la dilatazione necessaria», mi hanno detto. Vista la distanza da casa (Gazzano di Villa Minozzo), decidono di rimanere in paese. Verso le 10 torna al pronto soccorso e viene sottoposta a tracciato. «Tutto normale. Ma è troppo presto». Così viene dimessa per la seconda volta. È la sua prima gravidanza. E lei si fida dei medici.

La donna e il fidanzato tornano a casa. Le contrazioni col passare del tempo diventano sempre più frequenti, regolari e intense. «Intollerabili», secondo lei. Verso le 19, dunque, la coppia decide di tornare nuovamente all’ospedale. Un’ora e mezzo dopo arriva la visita ginecologica. «È ancora troppo presto per il parto», le dicono. Ma viene comunque ricoverata.

«Mi dissero che il feto era perfettamente posizionato, che i movimenti erano nella norma, così come i battiti cardiaci e le dimensioni della bimba. Nessuna traccia di sofferenza», racconta Erica. Comincia il travaglio. Infinito, «tremendo, assistita solo da un’ostetrica». Contrazioni, docce, immersioni nella vasca da bagno, esposizioni a getti di acqua calda, movimenti su una palla di gomma. Nulla sembra servire. «La dilatazione non è sufficiente», continuavano a ripetermi. Non solo. «Mi dicevano che dovevo rilassarmi e che forse erano i miei familiari ad agitarmi. Per questo mi hanno messo nella stanza al buio, non so come facessero a leggere i tracciati… ».

Passano le ore. Erica non ne può più, fatica a stare in piedi («erano due giorni che non dormivo»). Dopo dieci ore dall’ultima visita ginecologica, all’alba del 24 aprile (esattamente dopo 24 ore dal primo accesso all’ospedale) viene indotta la cosiddetta ‘rottura delle acque’, per accelerare il parto. «La ginecologa dopo aver valutato al buio il colorito del liquido amniotico nella norma, lasciava la sala travaglio senza farvi più ritorno», si legge nella querela.

La bimba però non nasce, cambiano i turni. Cambia pure l’ostetrica. Viene sostituita la flebo: da antibiotico passano all’ossitocina. «Ma è tutto nella norma», non smettono di ripetere. Passano altre ore. Erica continua a spingere, stremata. Quando arriva la caposala da lei, a mattina inoltrata, c’è solo un battito. «E talmente flebile che non si capisce se sia quello della bimba o della madre», chiosa l’avvocato Alessandra Lolli, che assiste Erica e la sua famiglia. «Ho rischiato la vita anch’io, non so come il mio cuore abbia fatto a reggere», sottolinea lei.

Sono circa le 13.30 quando nasce la bambina. Ma non piange. «Avevano anche lasciato la porta aperta e ho dovuto assistere alla rianimazione della mia piccola. Era morta. L’ho dovuto capire da sola, prima che me lo dicessero. Ora, vorrei almeno che mi dicessero se ci sono delle colpe, perché non è possibile che sia passato tanto tempo. Questo incubo non finisce più».

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