Testi inattendibili, perizie e bugie Il gran pasticcio del caso Uva

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap627Il 4 gennaio scorso Lucia Uva pubblicò sulla propria pagina Facebook la foto di Luigi Empirio, uno dei poliziotti coinvolti nell’inchiesta sulla morte del fratello Giuseppe. Undici giorni dopo per quel poliziotto e per gli altri sette imputati nel processo, è arrivata la richiesta di assoluzione da tutte le accuse. Una decisione non certo in controtendenza, quella presa dal procuratore capo di Varese, Daniela Borgonovo, e comunque in linea con l’archiviazione e il non luogo a procedere già sollecitati dai colleghi nelle fasi precedenti. Soddisfazione è stata espressa da parte del sindacato di Polizia Sap: «Il caso Uva – commenta il segretario generale, Gianni Tonelli – passerà alla storia come una delle più grosse patacche italiane. E lo dimostrerò». In attesa della sentenza di primo grado, prevista per il prossimo 29 gennaio, ecco tutti i «pasticci» del caso Uva.

FACEBOOK

«Almeno ora so, grazie al pm Daniela Borgonovo, che Giuseppe è morto di freddo», ha scritto sulla propria bacheca Lucia Uva in merito alla richiesta di assoluzione. Una richiesta avanzata anche per il poliziotto imputato insieme a cinque colleghi e a due carabinieri, del quale la donna pubblicò una foto a petto nudo: «Questo si chiama Luigi Empirio, era presente in caserma», scriveva il 4 gennaio scorso a corredo dell’immagine. «Io che colpa ne ho se come Ilaria Cucchi voglio farmi del male per vedere in faccia chi ha passato gli ultimi attimi di vita di mio fratello? Questo soggetto a Giuseppe lo conosceva molto bene…». Una battaglia graffiante, forte, tenace, quella di Lucia Uva, combattuta grazie al social network per ribadire la tesi degli abusi da lei sempre sostenuta.

ILARIA CUCCHI

Era stata la sorella di Stefano, il geometra romano morto il 22 ottobre 2009 all’ospedale Sandro Pertini durante la custodia cautelare, a pubblicare il giorno prima la foto di uno dei carabinieri indagati nell’inchiesta bis della procura di Roma sul pestaggio del fratello. «Volevo farmi del male, volevo vedere le facce di coloro che si sono vantati di aver pestato mio fratello, coloro che si sono divertiti a farlo. Le facce di coloro che lo hanno ucciso. Ora questa foto è stata tolta dalla pagina. Si vergogna? Fa bene», aveva scritto la donna, rivolgendosi allo stesso militare. L’avvocato di Davide Tedesco, «presentato» all’opinione pubblica pure lui in costume e sorridente, ha denunciato Ilaria Cucchi per diffamazione.

ERRORI COMPORTAMENTALI

Sarebbero alla base del processo-pasticcio, secondo i legali della difesa. I sei agenti e i due carabinieri sono passati attraverso una prima richiesta di archiviazione da parte dei pm Abate e Arduini, un’altra di non luogo a procedere avanzata dal procuratore della Repubblica Isnardi facente funzioni, quindi per quella di assoluzione del pm Borgonovo. Gli avvocati parlano di un’insistenza nonostante ci fossero già tutti gli elementi per appurare le mancate responsabilità. L’istruttoria dibattimentale viene definita monumentale, «sono stati sentiti tutti coloro che avevano qualcosa da dire». L’accusa di calunnia potrebbe ribaltare l’esito di un processo orientato verso un finale obbligato, sebbene già tre pubblici ministeri si siano pronunciati in modo identico e in netta opposizione rispetto alle accuse avanzate dai familiari della vittima.

PROVE DUBBIE

«È stata disposta dal gip l’imputazione coatta – dice Tonelli – Sono stati forzatamente rinviati a giudizio gli otto tra poliziotti e carabinieri, nonostante agli atti non ci fosse nulla e anzi la relazione dell’autopsia controfirmata dal perito di parte abbia rilevato l’assenza di lesioni. La famiglia ha cambiato tre esperti, perché tutti incapaci di sovvertire i fatti. Le macchie ipostatiche presenti sul corpo dell’uomo sono conseguenti al decesso e non possono essere trasformate in ematomi. Le ipotesi presentate dagli stessi periti di famiglia parlano di una malformazione cardiaca, di forte assunzione di alcol, di grosso stress e dell’interazione dei farmaci somministrati per il trattamento sanitario obbligatorio (tesi quest’ultima poi accantonata) come cause della morte. Perfino l’avvocato Anselmo, ben consapevole che non c’era trippa per gatti, abbandonò la difesa. Non ha seguito il campo e il processo è stato celebrato con altri legali».

PROCESSO «SBILANCIATO»

È lo stesso segretario generale del Sap, con il quale sia la sorella di Uva che quella di Cucchi hanno avuto un recente confronto televisivo, a parlare di spettacolarizzazione della vicenda. «Gli atti sono secretati e si continuano a sparare baggianate a raffica – insiste Tonelli – I familiari delle vittime raccontano ogni giorno attraverso il circuito mediatico la loro personalissima versione, mentre ai nostri uomini non viene data la possibilità di difendersi per motivi professionali agli occhi degli spettatori che, in questo modo, sentono una sola campana. Ci siamo trovati ad assistere a una gogna mediatica, nonostante nessuno sia giudicabile colpevole fino a prova contraria, e oggi se provassimo a fare un test tra la gente, la maggior parte sosterrebbe con convinzione l’ipotesi dell’abuso da parte degli operatori della sicurezza. Tra l’altro il dipartimento della Polizia di Stato ha espresso vicinanza agli agenti imputati solo dopo la richiesta di assoluzione, mentre prima nessuno si era fatto vivo. In ogni fase del processo è stato presente un ufficiale dei carabinieri, mai uno dei nostri. Cerchiamo la verità, non diffamiamo sui social network uomini che potrebbero essere prosciolti da ogni accusa».

Al vaglio degli inquirenti anche le testimonianze di personale ospedaliero e della Polizia Penitenziaria sulla freddezza e le chiamate rispedite al mittente da parte dei familiari di Giuseppe Uva. «Un uomo già abbandonato – dice Tonelli – nei suoi frequenti ricoveri in ospedale per le percosse ricevute, frequentando tossicodipendenti. E oggi pianto da tutti».

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