Il tesoro della camorra sul litorale nord

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap752C’è un sospetto: uomini di presunta matrice del clan camorristico Giuliano, a Napoli, avrebbero messo radici nel nord del litorale romano. E c’è il duro colpo inferto ieri dagli investigatori della Dia di Roma: il sequestro di un tesoro del valore di cento milioni di euro, fatto di 60 immobili di pregio (anche ville e due costruzioni che ricordano i castelli), 200 conti correnti bancari, 20 veicoli e 10 terreni agricoli concentrato tra Ladispoli, Civitavecchia, Cerveteri e nelle località sarde di Santa Teresa di Gallura e Olbia, entrambe in provincia di Sassari.

I sigilli apposti sono l’ultima puntata dell’inchiesta “Alsium”. Nel giugno scorso la Dia voleva indagare sull’infiltrazione camorristica nell’economia locale dell’alto Lazio. E ha scoperto un giro di usura e gioco d’azzardo arrestando tre persone. Ora ha chiesto e ottenuto il ricco decreto di sequestro dal giudice Guglielmo Muntoni, presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale della Capitale. In quell’estate gli investigatori hanno messo ai domiciliari il napoletano Patrizio Massaria, 63 anni, Angelo Lombardi (55), originario del Varesino, e il cinquantenne romano Carlo Risso. Tutti residenti a Ladispoli. Adesso, nella seconda puntata, compaiono nella rete degli agenti (ma non sono stati catturati) altri due soggetti considerati vicini ai volti noti di questa storia: Giuseppe D’Alpino, classe 1945, e Francesco Naseddu, 51 anni, anche loro in pianta stabile nell’area attorno a Civitavecchia.

Il giudice contesta ai cinque di essere «pericolosi», di essere parte di un’organizzazione dedita a usura e gioco d’azzardo. Li accusa di aver stretto il collo a imprenditori in difficoltà economiche e a impiegati pubblici col vizio delle scommesse, costretti a chiedere piccoli prestiti di denaro (dai duemila ai diecimila euro al tasso d’interesse del 120% annuo). Il Gip (nell’inchiesta penale) imputa all’organizzazione anche di aver vessato un invalido civile che disperato voleva del denaro in prestito per acquistare farmaci e curare il figlio leucemico.

Ieri la magistratura è arrivata a sfilare i gioielli di “famiglia” sulla base della sproporzione tra i reddditi dichiarati dai soggetti nei guai e il valore stratosferico dei beni sequestrati.

L’ampiezza dell’operazione pare più ampia. Infatti, sono state le dichiarazioni di alcuni pentiti ad aprire Aagli investigatori antimafia lo scenario su Ladispoli. E, precisamente, sono state le parole dette agli inquirenti dallo stesso Salvatore Giuliano, leader del clan di Forcella poi pentitosi, a parlare di una «filiale criminale a Ladispoli», sul litorale romano.

«In questo gruppo le competenze erano ben definite – spiega il direttore del centro Dia di Roma, il colonnello Francesco Francesco Gosciu – Il capo appare Patrizio Massaria. Giuseppe D’Alpino è un investitore impressionante, ha un patrimonio smisurato rispetto alle sue entrate. Massaria e un certo Angelo Lombardi si occupano del gioco d’azzardo. Invece il quarto, Carlo Risso, dei prestiti a tassi usarai. E l’ultimo, Francesco Naseddu, è una figura di parvenza».

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