Pressioni, tradimenti, risatine e segreti Cronaca di un tranquillo colpo di Stato

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap864Labirintico, quel 2011. Le intercettazioni della Nsa all’allora premier Silvio Berlusconi e ad alcuni suoi collaboratori, pubblicate da Wikileaks e rilanciate, in Italia, da Repubblica e l’Espresso, aggiungono un tassello per chiarire ciò che portò alla caduta del governo nell’autunno di quell’anno. C’è chi si è affrettato, nel corso degli anni, a derubricare il tutto all’esito fisiologico di una crisi politica. Certo, Berlusconi ci arrivò indebolito sul piano politico (dopo l’uscita di Fini dalla maggioranza cui aveva rimediato con i Responsabili) e con il suo volto istituzionale sofferente per la narrazione sulle cene eleganti. Tuttavia, le forti pressioni internazionali e le manovre speculative furono il grimaldello per far saltare la serratura di Palazzo Chigi. E farvi entrare l’ homo novus (che poi tanto novus non era) Mario Monti.

Negli anni, una commissione parlamentare di inchiesta per accertare le dinamiche di quella fase è stata più volte invocata da Forza Italia (Brunetta su tutti), invano. Allo stesso modo, ieri la deputata azzurra Michaela Biancofiore ha ricordato la sua denuncia alla Procura della Repubblica di Roma per «attentato ad un organo costituzionale dello Stato italiano». «Che fine hanno fatto quelle indagini?», si è chiesta commentando le nuove intercettazioni. La cui pubblicazione si inserisce tra quelle testimonianze che disegnano i contorni di uno strano ingranaggio. Funzionante dall’estate del 2011. Il libro Ammazziamo il Gattopardo, di Alan Friedman, racconta che in quei mesi Mario Monti chiese consiglio a Carlo De Benedetti e Romano Prodi sull’opportunità di accettare o meno la proposta di guidare un nuovo governo avanzatagli da Giorgio Napolitano. Non mancava tantissimo al bimestre vissuto pericolosamente, ottobre e novembre, in cui l’operazione andò in porto. Sul punto, Timothy Geithner all’epoca ministro del Tesoro di Obama, nel suo Stress test, svela la richiesta inoltratagli da alcuni funzionari europei, affinchè gli Stati Uniti dessero una mano a pensionare Berlusconi. Obama fu informato e la risposta fu un netto rifiuto. Ciò accadeva alla vigilia del famoso G20 di Cannes, novembre 2011. Cui il Cavaliere arrivava fiaccato. Su di lui gravava la lettera con i diktat di politiche economiche inviata dalla Bce al governo, di fatto spogliato della sovranità. E ancora, i continui duelli con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. E poi, quanto accaduto a un vertice Ue qualche settimana prima. Un giornalista chiese a Merkel e Sarkozy se ritenessero affidabile Berlusconi nel portare a termine le riforme economiche promesse, e loro reagirono con una devastante risatina in diretta tv.

Questa, dunque, era la sigla di apertura del G20. Dove, scrive l’ex premier spagnolo Zapatero nel suo El Dilema, nei corridoi si faceva il nome di Mario Monti come imminente premier italiano. Circostanza confermata da Berlusconi stesso, nella biografia-intervista My Way, di Alan Friedman: «A Cannes alcuni amici, di diverse nazioni, vennero a domandarmi se avevo deciso di dimettermi, perché tutti avevano sentito la voce che nel giro di una settimana al governo sarebbe andato Monti». Nello stesso libro c’è anche una testimonianza di Barroso, allora presidente della Commissione Ue, che narra di una telefonata di Napolitano il quale lo rassicurò che l’Italia avrebbe rispettato tutti gli impegni assunti. «Mi parve chiaro – dice Barroso – che parlasse come se stesse pensando a una soluzione oltre Berlusconi». Che infatti arrivò. A ben poco servì, in quel G20 lo strenuo no di Berlusconi e Tremonti a un programma di salvataggio Fmi, che avrebbe di fatto, commissariato l’Italia. Nei giorni seguenti alcuni parlamentari lasciarono il Pdl per il gruppo misto. Ormai c’era ben poco da fare e il 12 novembre Berlusconi si dimise.

L’inglese Spectator scrisse che quel disarcionamento era figlio del «Gruppo di Francoforte», cioè Draghi, la Lagarde, Barroso, Van Rompuy e Juncker. Con la sponda politica di Merkel e Sarkozy. Nel frattempo, in Grecia, l’ex numero due Bce Papademos forma un governo di coalizione. Scenari che il filosofo tedesco Habermas definì un «quiete coup d’etat», un tranquillo colpo di Stato.

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