Dum Romae consiliatur Saguntum expugnatur (2)

La posizione dell’Italia in Libia è in effetti complicata. Il nostro Paese, infatti, si trova nel bel mezzo di un “dilemma diplomatico”, definizione di Karim Mezran del centro studi sul Medio Oriente dell’Atlantic Council. Dilemma che è ben sintetizzato da questo articolo del Post: Appoggiare il governo ufficiale della Libia […] significherebbe rompere i rapporti con gli islamisti dell’ovest. Cioè significherebbe danneggiare gli interessi dell’ENI, e creare grossi problemi di sicurezza all’ambasciata italiana a Tripoli, l’unica che è rimasta aperta senza interruzioni dalla caduta di Mu’ammar Gheddafi. Appoggiare i ribelli islamisti in Tripolitania significherebbe prendere una posizione che oggi sembra ingiustificabile, visto che l’unico governo con una legittimità popolare è quello di Tobruk.

Ad aggravare la situazione c’è l’infiltrazione di Daesh nel territorio libico, con l’apertura di alcuni campi di addestramento nella parte orientale del Paese. L’allarme è stato rilanciato anche dall’Onu. “La degradazione della sicurezza in Libia minaccia di destabilizzare i paesi del Sahel”, ha affermato l’inviato speciale dell’Onu nella regione, Hiroute Guebre Sellassie, in un’audizione al Consiglio di sicurezza.

“Se la situazione in Libia non verrà rapidamente messa sotto controllo, numerosi paesi della regione potrebbero venire destabilizzati a loro volta in un futuro prossimo: le voci riguardanti dei presunti campi di addestramento dello Stato islamico in Libia sono particolarmente preoccupanti”, ha spiegato Sellassie. Attraverso il Sahel passano infatti 20mila armi da fuoco provenienti dalla Libia, mentre “la maggior parte” delle 18 tonnellate di cocaina (per un valore di 1,25 mld di dollari) che giungono in Africa occidentale transitano per la regione. La sicurezza nel Sahel è inoltre minacciata dalle violenze del gruppo terroristico di Boko Haram finanziato direttamente dalla famiglia reale del Qatar, nel nord della Nigeria e dalle crisi nel Mali settentrionale e nella Repubblica Centrafricana.

La Libia è particolarmente appetita dal Qatar e dai suoi alleati perché siede sul più grande giacimento di acqua dolce sotterraneo del continente. Gheddafi era veramente un leader illuminato e farlo cadere è stato una idiozia e una barbarie Egli intendeva realizzare il Libia’s Great Man-Made River Project, mastodontico fiume artificiale che avrebbe attraversato il deserto per dare ulteriore benessere alla sua gente, per giunta senza ricorrere a FMI e WB (ragione della sua caduta, insieme all’istituzione del dinaro d’oro, alla banca centrale africana e all’abbondanza di fonti energetiche gestite in maniera indipendente dalle grandi corporazioni). Inutile nascondersi dietro un dito: l’Italia se vuole tornare agli antichi splendori ha bisogno di tornare a controllare in maniera sicura e affidabile i rifornimenti di gas e petrolio libico (non sarebbe male controllare anche i giacimenti di uranio al confine con il Ciad concupiti dai francesi).

E bisogna prendere di petto le ragioni per cui la Libia è stata ridotta in quelle condizioni e far si che non si ripeta più quello scempio. L’intervento contro la Libia fu voluto dalla Francia con l’accondiscendenza della Clinton e di Barak Obama per ragione monetarie. Gheddafi era in procinto di sostituire il FRANC CFA, una valuta utilizzata da 14 ex colonie di Parigi (creata nel 1945) che comportava una serie di obblighi nei confronti del tesoro francese. In sua vece Gheddafi voleva utilizzare un’altra moneta, coniata in Libia ai fini della creazione di un piano panafricano. Inoltre, le riserve di oro e argento del rais, stimate in 143 tonnellate per ciascun metallo, sette miliardi di dollari in tutto, accumulate da Gheddafi prima della guerra civile in Libia del 2011. erano destinate a essere utilizzate per instaurare una valuta panafricana basata sul dinaro libico d’oro.

Alla base di questa svola monetaria, nei piani di Gheddafi c’era il desiderio di rendere l’Africa francofona indipendente dal tesoro francese. Perché sono le casse di Parigi a garantire la convertibilità della moneta libica, il cui valore è fissato dall’euro. Inoltre, i 14 Paesi che utilizzano il Cfa hanno come minimo il 65% delle loro riserve nazionali depositate a Parigi. Gheddafi voleva portarle in Libia. In sostanza il vero obiettivo delle bombe sganciate dalla Nato sulla Libia è stato quello di evitare di incrinare il predominio di Parigi sull’Africa francofona, soprattutto a livello economico e monetario. Gheddafi mette a rischio la finanza mondiale disse Sarkozy.  E infatti dopo la guerra a Gheddafi nessuno ha mai più parlato di voler istituire una nuova moneta.

Invece ne dobbiamo riparlare per dare un segnale all’Africa che noi vogliamo il loro progresso. E anche perché nei piani di quel grandissimo criminale e mafioso corso che è Nikolas Sarkozy non rientrava solo la caduta di Gheddafi: egli voleva colpire anche l’Italia. Non direttamente, mediante interventi militari, ma andando a minare l’influenza dell’Eni nell’area e a indebolire i rapporti tra Libia e Roma. Perché è bene ricordare che nel 2011 due terzi delle concessioni petrolifere del Paese erano dell’Eni, il quale aveva investito somme considerevoli in infrastrutture e impianti di estrazione, trattamento e stoccaggio. E ora rischia di perdere tutto. L’ultracriminale Nikolas Sarkozy, intervenendo militarmente in Libia, voleva ottenere una quota maggiore della produzione di petrolio a danno dell’Italia. E ci sono intercettazioni telefoniche da cui risulta che lui parlava di questo con l’emiro del Qatar il quale stava dietro i fratelli musulmani che sono quelli che hanno fatto casino in Egitto e che avendo perso le elezioni in Libia hanno scacciato da Tripoli il governo legittimo libico e si sono insediati loro con la forza nella capitale libica. Dei mostri insomma.

Perché si sa che tra Francia e Italia quella sul petrolio libico è una rivalità che dura da oltre 50 anni.

Sarei cauto quindi ad avallare la tripartizione che è stata fatta: Tripoitania all’Italia Cirenaiaca alla Gran Bretagna Fezzan alla Francia. Anche perchè la regione più ricca è prpropio il Fezzan. La regione Ubari, nel Fezzan patria dei tuareg, galleggia su un mare di petrolio. Ha molti pozzi di petrolio che Gheddafi ancora una volta mostrando grande lungimiranza politica, chiuse preservandoli per le generazioni future, oltre anche ad enormi giacimenti di petrolio inesplorati; mentre i monti del Tibesti, terra dei tabu, al confine tra Libia e Ciad, ospitano migliaia di tonnellate di oro e di uranio.

Peraltro se una nazione bellicosa come la Francia intervenisse nel sud della Libia, aizzerebbe ancora una volta la disputa Libia-Ciad sulla striscia di Aozou, ricca di uranio,.

Riguardo l’Italia, con il precedente regime e grazie alle cordiali relazioni tra il primo ministro Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi, il gigante petrolifero ENI gestiva oltre il 35 per cento della produzione di petrolio libico, ricavandovi circa il 32 per cento del fabbisogno nazionale italiano. “

Va ricordato che la metà delle attività estere della banca centrale libica è costituita da partecipazioni in banche italiane. Ma dietro l’isis e dietro la fazione cosiddetta dei Fratelli Musulmani c’è una nuova concezione di come gestire i pozzi petroliferi con le compagnie occidentali e anche russe e cinesi.

Isis e fratelli Musulmani sono due facce di una stessa medaglia: non vogliono più dare in concessione alle compagnie occidetali i pozzi che vogliono invece gestire loro  direttamente tramite compagnie indigene ovvero del Qatar E’ quanto già avviene nell’80% dei pozzi petroliferi in Nigeria.

Di questo processo però che sicuramente coinvolgerà prima o poi tutta l’Africa non ne va accettata l’impostazione di Boko Haram dell’Isis e del Qatar. E’ un processo ceh va gestito perchè altrimenti arriveremo a un giorno in cui noi occidentali esporteremo l’olio di oliva con il quale si condisce l’insalata e arabi e africani esporteranno petrolio e gas con i quali si gestisce il riscaldamento e tutta la mobilità globale.

Attualmente la maggiorazione degli utili che gli arabi e gli africani otterrebbero da questa gestione diciamo così diretta dei pozzi petroliferi non è questo che perché le compagnie indigene sono ormai in grado di estrarre direttamente da se stesse il petrolio e il gas ma non hanno poi impianti di stokaggio, impianti di trattamento  impianti di raffinazione petroliere per il trasporto reti di vendita e quant’altro occorre sono quindi costrette a rivolgersi ancora una volta a compagnie di treding occidentali le quali sono per lo più compagnie statunitensi con sede in Svizzera. Di qui l’interesse statunitense di appoggiare la di là di tutte le apparenze e l’Isis e soprattutto i fratelli musulmani.

Come ricorderete il presidente americano Barak Obama si è sempre battuto perché fosse confermato l’embargo per le armi al governo legittimo di Tobruk perché altrimenti se esso si fosse armato sotto la guida del generale Haftar  avrebbe aggredito il governo illegittimo di Tripoli e – ha detto  Obma – ne sarebbe venuta fuori una carneficina.

Vorrei chiedere al presidente Obama se potessi parlargli: E della carneficina siriana che procrastinato per cinque anni brutto s……..non te ne è importato niente?

Però se fosse eletto presidente americano Donlad Trump molte di queste situazioni potrebbero cambiare. In meglio. Nella prossima vedremo perchè.

Michle Imperio 2. continua

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