Due anni fa nella Capitale l’esordio della “stepchild”

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap954I giudici scavalcano il Parlamento. Nonostante lo «stepchild adoption» della legge Cirinnà sia naufragato sotto il fuoco della polemica politica, i giudici vanno dritti per la loro strada, continuando a riconoscere agli omosessuali la possibilità di adottare il figlio del convivente. Decretando il primo caso di adozione «incrociata» per una coppia dello stesso sesso, il Tribunale dei minorenni di Roma «raddoppia»: la prima sentenza in materia è stata emessa sempre dai giudici minorili romani il 30 luglio 2014. Si tratta di una pronuncia che ha avuto un impatto rivoluzionario, alla quale si sono adeguati «a ruota» i magistrati di altri distretti giudiziari e che alla fine ha indotto il Governo ad adeguare la legge alla giurisprudenza consolidata. Tentativo, però, che non è andato in porto. Il Tribunale dei minorenni di Roma, dunque, ha deciso che riconoscendo «il nucleo» della coppia avrebbe garantito «l’interesse superiore del minore», cui così sarà assicurata una «tutela giuridica più ampia». Questi i passaggi cardine della sentenza che ha accordato a due donne, conviventi da 10 anni, il diritto di adottare le loro rispettive figlie, partorite dopo essersi sottoposte a un trattamento di inseminazione assistita in Danimarca. In sostanza, le due bambine, di 4 e 8 anni, avranno un genitore «naturale» e uno «sociale». La vita della coppia è stata analizzata con attenzione dai giudici minorili: la sentenza riporta la relazione sentimentale fra le due compagne e il condiviso progetto di una convivenza duratura nel tempo. Il fondamento del provvedimento è l’interpretazione «estensiva» dell’articolo 44 della legge del 1983. L’«adozione in casi particolari» prevista alla lettera D della norma viene aperta anche a chi non è coniugato, a condizione che la sua età superi di almeno 18 anni quella del figlio da adottare. Ciò è possibile nei casi in cui il minore non è in stato di abbandono. I giudici hanno applicato questa interpretazione normativa dapprima alle coppie eterosessuali e poi a quelle omosessuali. La prima sentenza in materia è stata emessa dal Tribunale dei minorenni di Milano il 28 marzo 2007. Un uomo aveva chiesto l’adozione della figlia della sua compagna, con cui conviveva dal 1999. La 14enne aveva riferito ai giudici: «Vivo con papà da quando ero piccola. È come se fossi sua figlia». Il Tribunale aveva accolto il ricorso, spiegando che l’ipotesi di cui all’articolo 44 lettera D non comporta «una violazione dello spirito della legge che mira, in ogni caso, non a sostituire un vincolo tra minorenne e genitori biologici, ma a porsi ìaccanto” ad esso». La seconda sentenza innovativa è arrivata quando i giudici minorili di Roma il 30 luglio 2014 hanno esteso questa interpretazione normativa a un caso di adozione tra due donne, spiegando che la legge del 1983 «non discrimina tra coppie conviventi eterosessuali o omosessuali». È stato il primo caso in Italia di «stepchild adoption» da parte di due genitori dello stesso sesso. «Questo Tribunale – si legge nella sentenza – non può e non deve stigmatizzare una genitorialità “diversa”, ma parimenti sana e meritevole di essere riconosciuta in quanto tale». La Corte d’appello ha confermato la decisione del primo grado a dicembre scorso, rigettando il ricorso della Procura minorile. Intanto la Cassazione ha negato a una coppia di Brescia il riconoscimento di un figlio nato in Ucraina da una madre «surrogata» che si era resa disponibile a dare il suo utero in affitto. Ad avviso dei supremi giudici, l’Italia non riconosce la pratica della «fecondazione extracorporea» e, quindi, il piccolo ora è come se fosse figlio di nessuno.

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