Quando la politica fa propaganda sfruttando l’immagine dei più piccoli

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap957Rino Formica disse che la politica è sangue e merda. E forse proprio a questo dobbiamo quei maldestri, forse inconsapevoli, tentativi di autopurificazione con il candore dei bambini. E altrettanto con quella freddura si spiega il fatto che la politica non riesce a parlare di bambini senza scadere nel cattivo gusto. Così il povero Tobia Antonio, figlio del compagno di Vendola e di una madre surrogata ha creato una crisi di coscienza alla sinistra sul nodo dell’utero in affitto. Pur essendo, il neonato, ancora negli Stati Uniti già è stato pienamente assorbito nell’italica gazzarra dello stupidario social.

Stessa sorte toccò, qualche settimana fa, alla creatura nel grembo di Giorgia Meloni. La leader di Fdi scelse proprio il Family Day per annunciare la dolce attesa, e fu subissata, vista la tempistica, dalle peggiori reazioni, tra cui la battuta malriuscita di Vladimir Luxuria che le inoltrò il suo «auguri e figli trans». È la comunicazione, bellezza. O meglio. Il pianeta politico che si nutre di immagini e, sempre più, di traumi. Come la vicenda del povero Aylan, bimbo siriano di tre anni che nell’autunno scorso morì in un naufragio nel tentativo di raggiungere la Turchia. La foto del suo corpicino riverso sulla spiaggia di Bodrum fece il giro del mondo, e gli furono appiccicate tutte le etichette possibili. Poi arrivò Renzi e proiettò quell’immagine alla Festa dell’Unità di Milano, a supporto delle ragioni della politica dell’accoglienza contro quelle delle «bestie». Salvini gli diede del verme e i Cinque Stelle dello sciacallo. In realtà la propaganda renziana forse in virtù del sottile buonismo allo zucchero che la attraversa, non disdegna la resa estetica dei più piccoli.

Quasi due anni fa la popolarità di Maria Elena Boschi, da pochi mesi ministro, si giovò delle foto scattate sull’aereo di Stato che la ritraevano coccolata da quei bimbi congolesi, adottati da alcune coppie italiane ma bloccati nel paese d’origine, che lei stessa era andata a prendere dopo un’aggrovigliata vicenda diplomatica. Ma l’iperbole, spesso, sconfina nel ridicolo. Accadde allo stesso premier. Nel marzo 2014 visitando la scuola elementare Raiti di Siracusa, fu accolto da una fantozziana canzoncina intonata dai poveri alunni. E quando mesi dopo, parlando del decreto Ilva assicurò di voler salvare «i bambini di Taranto», si guadagnò l’appellativo «Erode» dal blog di Beppe Grillo. Nessun partito, però, è immune da questa accattivante disinvoltura dell’associare ad un proprio messaggio l’immagine di un bambino. Così fece discutere anche la foto dei ragazzini di una scuola media di La Spezia recanti in mano un enorme assegno di cartone con la cifra donata dai consiglieri comunali pentastellati che avevano raccolto trattenute dagli emolumenti. Sul cartone c’era il simbolo del Movimento, e questo buttò in polemica una lodevole iniziativa. Agli annali del Carroccio, poi, rimane la vicenda di una scuola di Adro (Brescia), dove venne fatto stampigliare dal sindaco leghista il Sole delle Alpi addirittura 700 volte. Eravamo negli anni del bossismo più sfrenato. La questione bambini coinvolse anche Berlusconi. Gli intellò della sinistra, oltre vent’anni fa, arricciavano il nasino quando il tycoon fattosi politico giurava sui suoi figli, a beneficio di telecamera, di non aver commesso nulla di quanto gli addebitavano gli avvisi di garanzia. Oppure quando, con i tre figli più piccoli, allora bambini, faceva gli auguri dal salotto di Arcore in uno spot natalizio di Forza Italia. L’intellighenzia, però, non disdegnò il supporto di Giovanni, tredicenne che nel 2011 aprì una manifestazione al Palasharp di Milano esternando come alla sua pur tenera età gli causassero gran patimento i «festini di Arcore». E poi ancora si ricorda lo squallore di un video del produttore Gianni Tirelli, fatto girare su internet nel 2011, in cui un gruppo di bambini canta un motivetto irripetibile contro il Cav. E tre anni prima, stanno agli archivi gli scolaretti portati in piazza contro la riforma Gelmini. Insomma, ce n’è per tutte le epoche (nel ’92 i radicali fecero aprire un congresso dalla poesia di una bambina di quattro anni) e tutte le fazioni. Magari cosa davvero moderna sarebbe, arrivati a questo punto, una moratoria sulla propaganda costruita sui bambini. Tanto, la politica, di infantilismo ne ha già parecchio di suo.

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