Si riapre il caso del parroco ucciso Sull’omicidio l’ombra della mafia

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap955Un avvocato ed una criminologa decisi a scoprire quali misteri si celino dietro l’uccisione di un parroco di campagna, don Cesare Boschin, ammazzato in quella che pare essere stata una rapina simulata, il 29 marzo del 1995. È questo l’ultimo capitolo della tortuosa indagine avviata e poi chiusa dagli investigatori con una ipotesi inefficace, l’opera di balordi che nella canonica spartana della chiesa di Borgo Montello avrebbero cercato i soldi del parroco, notoriamente benestante. A ventuno anni da quella morte sulfurea (picchiato, legato ed imbavagliato sul suo letto, Cesare Boschin morì soffocato dalla sua protesi dentale) si registra una decisa virata verso la ricerca della verità. Un piccolo ma autorevole team di investigatori chiederà accesso già nei prossimi giorni, su delega firmata del nipote di don Cesare, Luciano Boschin, agli atti dell’inchiesta. L’individuazione di eventuali falle nell’indagine sarà solo l’avvio di un percorso che porterà alla richiesta ufficiale di riapertura dell’inchiesta.

L’iniziativa coincide con la prossima pubblicazione di un libro, scritto da Felice Cipriani, sul parroco di Borgo Montello e sui segreti che ancora permeano il delitto di cui si scrive. Proprio in questo libro sarebbero contenute testimonianze «interessanti» sul palcoscenico scivoloso in cui si muoveva il sacerdote ucciso. Alla presentazione del volume, che si avvale delle preziose testimonianze degli amici del sacerdote e che dovrebbe coincidere con il ventunesimo anniversario della morte di don Boschin, il 29 marzo prossimo, parteciperà don Ciotti. Una parte dei borghigiani ritiene concreta la possibilità che ad uccidere Boschin, in una fredda sera di marzo, sia stata una manciata di balordi di nazionalità straniera, gente che frequentava il borgo, che aveva rimediato qualche lira dal parroco e che subito dopo il delitto lasciava frettolosamente il territorio pontino.

Tuttavia l’ipotesi che l’omicidio possa essere stato sollecitato da individui appartenenti ad organizzazioni malavitose legate a noti esponenti della mafia non ha mai smesso di circolare e non è priva di avalli. Un attivissimo comitato spontaneo sorto a Borgo Montello e poi l’associazione «Libera» e ancora personaggi come Don Ciotti e Roberto Saviano hanno palesato i propri dubbi sulla fine di don Boschin, padre benevolo ma autoritario della piccola comunità agricola. Don Boschin aveva amicizie politiche potenti, a Roma. Quando chiamava, non faceva mai la fila. Ma nel suo regno orlato da vigneti e da una discarica nella quale secondo il pentito Carmine Schiavone sarebbero confluiti rifiuti tossici, interrati abusivamente, non voleva intrusioni. Da mesi, prima del delitto, i borghigiani lamentavano la presenza di miasmi provenienti dalla discarica, qualcuno diceva di aver assistito a scavi notturni anomali. Don Boschin, nel 1995 anziano e malato ma non domo, aveva risposto imperativo che sapeva quel che stava succedendo e che sarebbe andato a Roma a colloquio con un politico di spicco per fermare i presunti traffici illeciti. La sera dell’omicidio, ad un amico sacerdote aveva manifestato una fragilità inconsueta: si era messo a piangere, chiedendogli di fermarsi a dormire in canonica. Cosa o chi lo spaventava? Qualcuno insinuò che l’anziano sacerdote avesse frequentazioni nel sottobosco gay della zona, chiacchiere smentite dall’età e dalle condizioni fisiche in cui si trovava all’epoca della morte.

A scoprire il corpo senza vita del parroco fu la perpetua Franca Rosato, la mattina del 30 marzo. Il portoncino che immette alla canonica era socchiuso, il disordine nella stanza da letto sembrava frutto di una messinscena. Va riferito che Borgo Montello, legato da una striscia di strada alla Casa del Martirio di Santa Maria Goretti, aveva avuto «ospite» anni prima, in soggiorno obbligato, uno dei sequestratori di Aldo Moro: c’era poi Michele Coppola che aveva investito soldi nella terra e circolavano con fare imperioso personaggi legati alla ‘ndrangheta calabrese che tentavano sia pure goffamente, di imporre il proprio dominio.

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