“Il governo getti la maschera. È una guerra”

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap45Ogni volta che un italiano perde la vita in teatri di guerra, nella sua mente riecheggia il ricordo di Fabrizio Quattrocchi, il contractor giustiziato in Iraq nel 2004 dalle «Falangi verdi di Maometto», un attimo dopo aver pronunciato la frase ormai scolpita nella nostra storia: «Vi faccio vedere come muore un italiano». E anche ieri Salvatore Stefio, suo collega e compagno di prigione (con Umberto Cupertino e Maurizio Agliana), dopo aver appreso la notizia della morte, in Libia, di Fausto Piano e Salvatore Failla, rapiti il 20 luglio scorso insieme a Gino Tullicardo e Filippo Calcagno, ancora in mano agli islamisti, ha rivissuto il dramma, ponendosi più di un interrogativo sulla possibile dinamica dei fatti e sui rischi che si corrono lavorando in zone infestate da combattenti islamici.

Stefio, impossibile non ripensare al vostro rapimento e all’uccisione di Fabrizio.

«È inevitabile, purtroppo. Se la notizia dovesse essere confermata (come poi sarà, ndr), sarebbe davvero triste. Failla era di Carlentino, il paese in provincia di Siracusa dove sono nato».

Ancora non è chiaro se i nostri connazionali siano stati usati come scudi umani, ammazzati per rappresaglia per le operazioni contro i combattenti islamici oppure morti nello scontro a fuoco.

«Non si sa, con esattezza, nemmeno chi li avesse in mano, se l’Isis, qualche milizia antigovernativa o un gruppo più integralista. Ucciderli per ritorsione ci può anche stare, ma fino a un certo punto. Erano prigionieri dal luglio scorso, di certo ci sarà stata qualche negoziazione, un canale aperto doveva pur esserci. L’interesse dei rapitori, dunque, era quello di tenerli in vita per ottenere qualcosa in cambio. Ecco perché mi sembra strano un’azione di ritorsione. Più probabile che si siano trovati nel mezzo del conflitto a fuoco fra forze di sicurezza libiche e jihadisti. Non è da escludere che a colpirli sia stato il “fuoco amico”. Anche perché è probabile che li avessero costretti a indossare abiti locali, e questo rende complicato il riconoscimento a vista».

C’è da temere per gli altri due italiani ancora nelle loro mani?

«Se, come penso, Failla e Piano sono morti perché si sono ritrovati in mezzo allo scontro a fuoco, allora la possibilità di liberarli c’è ancora. Lo spazio per eventuali trattative rimane aperto».

I rischi in Libia, Siria e Iraq sono maggiori rispetto a quando voi lavoravate come contractor nelle zone allora in preda alla guerriglia?

«Lo scenario è completamente cambiato. Prima gli “insorgenti”, i terroristi, avevano caratteristiche particolari di azione che con l’Isis sono state completamente superate. Lo Stato islamico è andato oltre. Il suo progetto, infatti, è strategico e geopolitico, ha uno spessore diverso, come dimostrato anche dal loro abile utilizzo dei sistemi di comunicazione mediatica».

Voi eravate delle guardie private, Failla e Piano lavoravano nelle costruzioni. Eppure si muore allo stesso modo. Questo dovrebbe indurci a pensare che, finché non si giunge a un equilibrio politico-militare maggiore, sarebbe il caso di tenersi a debita distanza da certi scenari oppure è giusto “sfidare” gli aguzzini anche a rischio di perdere la vita?

«Occorrerebbe, innanzitutto, che il nostro governo gettasse la maschera affermando che stiamo combattendo l’Isis e, di conseguenza, schierarsi apertamente con Assad. Già questo sarebbe un primo passo per diminuire il pericolo per chi lavora in quelle zone. Gli equilibrismi non servono. Inoltre, se è sempre un bene per un’azienda che opera in quei luoghi avere un ufficio di sicurezza interna e utilizzare personale di protezione a contratto, è necessario che ciò sia supportato dalla cooperazione con le popolazioni locali. Solo così è possibile moltiplicare le forze, avere informatori sul terreno e diminuire i rischi».

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