Il Pd legalizza i brogli con un colpo di spugna. E sprofonda nel panico

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap104«Il Pd pensi alla campagna elettorale, lasciando a casa Tafazzi», supplica il renziano Andrea Marcucci.Il lamento, però, è destinato a restare inascoltato: per la sinistra, la tentazione Tafazzi è più forte di tutto. Tanto più se la minoranza anti-renziana del Pd intravede l’occasione di fare qualche sgambetto a Renzi, visto che il polverone investe le primarie vinte dai candidati del premier. A Napoli il ricorso di Antonio Bassolino contro i presunti brogli (che sotto il Vesuvio, peraltro, sono una costante di tutte le consultazioni) che secondo lui gli avrebbero strappato la vittoria è stato rapidissimamente respinto dalla Commissione di garanzia del Pd locale. «Sentenza preconfezionata», secondo l’indignato Bassolino, che si scaglia contro il «colpo di spugna che offende le primarie e la città». Ma poi lascia tutti gli spettatori col fiato sospeso sul futuro: che farà ora l’ex sindaco, ex governatore, ex ministro eccetera?

Farà come l’ex sindacalista, ex sindaco, ex Pd (ma tutt’ora europarlamentare, grazie al Pd) Sergio Cofferati, e tenterà l’avventura di una candidatura contro il proprio partito? Lui replica sibillino all’ansiosa Valeria Valente, che dopo averlo sconfitto alle primarie ora cerca di rabbonirlo e gli chiede un incontro: «Ora sto facendo il nonno. Ci incontreremo quando ascolterò parole rispettose». I suoi lo spingono alla pugna contro il Pd, lui dice che ci sta «riflettendo».Le speranze di vittoria del Pd a Napoli sono comunque assai scarse, Bassolino o non Bassolino. La minoranza Pd si tuffa ovviamente nella polemica: «C’è un problema politico gravissimo, il disorientamento del nostro popolo», lamenta Pierluigi Bersani. Gianni Cuperlo, dicendosi «indignato e amareggiato», chiede che la commissione nazionale di garanzia torni sulla vicenda e attacca il «gruppo dirigente» e in particolare Matteo Orfini, che ha preso il suo posto alla presidenza del Pd: «Esercitino maggior equilibrio».

Per non farsi mancare niente, si litiga anche a Roma e a Milano. Nella Capitale nessuno può mettere in discussione la vittoria di Roberto Giachetti, e quindi ci si esercita sullo scandalo delle schede bianche, gonfiate – secondo le ammissioni di un dirigente locale – per rimpolpare la partecipazione. Intanto sembra tramontare l’ipotesi di una candidatura anti-Pd dell’ex ministro Bray, e l’ex sindaco Ignazio Marino sembra fuori gioco causa inchieste ma ancora spera di potersi prendere una vendetta contro e spera di essere candidato a furor di popolo dagli anti-renziani. Ma Stefano Fassina non ha intenzione di mollare, con l’appoggio di una parte di Sel (compreso il leader Fratoianni, che pensa che farlo schiantare a Roma sia un buon modo per liberarsi dell’ingombrante concorrente alla leadership della mini-sinistra).

A Milano Francesca Balzani si è tirata indietro: non capeggerà la «lista arancione» che dovrebbe pescare il voto di sinistra per Sala. Timore di fare una figuraccia elettorale, dicono i maligni, e di mettersi troppo contro i salotti della sinistra, che cercano invece un nome da contrapporre a quello del Pd: scartata l’autocandidatura di Curzio Maltese («Non lo voterebbe neanche sua cugina», il drastico verdetto di un esponente della sinistra milanese) si spera di resuscitare i lontani fantasmi di Tangentopoli con l’ex pm nonché membro del Cda Rai in quota Bersani Gherardo Colombo. Nella confusione, sono poche le cose chiare: Renzi – che alla Direzione del 21 marzo darà un ultimatum alla minoranza Pd: o dentro a lavorare per vincere le amministrative, o fuori – avrà concorrenti a sinistra ovunque. E lo strumento delle primarie va seriamente regolamentato, prima che si trasformi definitivamente in un boomerang.

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