Dum Romae consilitur Saguntum expugnatur (3)

Il candidato presidente della repubblica Donald Trump è l’unico degli attuali candidati alla Casa Bianca che non vuol fare la guerra a nessuno. Quando Beniamin Nethaniau diceva che il prossimo presidente  degli Stati Uniti avrebbe stracciato gli accordi dei 5+1 con l’Iran e avrebbe bombardato i siti nucleari iraniani provocando una grande gierra, certamente si riferiva a un candidato repubblicano ma non a Donald Trump che Nethaniau non ha nemmeno voluto ricevere.

E’ nota a tutti invece la perversa volontà dei democratici americani di muovere guerra alla Russia, che potrebbe partire proprio da una provocatoria impostazione della guerra in Libia, dove i russi sono in contatto con il governo di Tobruk.

Recentemente il presidente americano Barak Obama ha preso nuovamente in giro tutto il pianeta dicendo che la caduta di Gheddafi in Libia fu dovuta al timore che il rais trucidasse in massa i cittadini di Bengasi (li ammazzeremo come topi – avrebbe detto) che stavano cominciando ad associarsi alle primavere arabe  ribellandosi al suo regime.

Pubblico qui di seguito un’intervista di tal Laurent Valdiguié a Gheddafi pubblicata dal Corriere della Sera il 7 marzo 2011 ma chiaramente resa molto tempo prima, comunque alla vigilia degli scontri.

TRIPOLI – Qual è la situazione oggi?
«Vede… Sono qui…».


Da dove vengono queste cellule di Al Qaeda? 
Cosa succede?
«Tutti hanno sentito parlare di Al Qaeda nel Maghreb islamico. In Libia c’erano cellule dormienti. Quando è esplosa la confusione in Tunisia e in Egitto, si è voluto approfittare della situazione e Al Qaeda ha dato istruzioni alle cellule dormienti affinché tornassero a galla. I membri di queste cellule hanno attaccato caserme e commissariati per prendere le armi. E’ successo a Bengasi e a Al-Baida, dove si è sparato. Vi sono stati morti da una parte e dall’altra. Hanno preso le armi, terrorizzando la gente di Bengasi che oggi non può uscir di casa e ha paura».«I leader vengono dall’Iraq, dall’Afghanistan o anche dall’Algeria. E dal carcere di Guantanamo sono stati rilasciati alcuni prigionieri».

Come possono convincere i giovani di Bengasi a seguirli?
«I giovani non conoscevano Al Qaeda. Ma i membri delle cellule forniscono loro pastiglie allucinogene, vengono ogni giorno a parlare con loro fornendo anche denaro. Oggi i giovani hanno preso gusto a quelle pastiglie e pensano che i mitra siano una sorta di fuoco d’artificio».

Pensa che tutto questo sia pianificato?
«Sì, molto. Purtroppo, gli eventi sono stati presentati all’estero in modo molto diverso. E’ stato detto che si sparava su manifestanti tranquilli… ma la gente di Al Qaeda non organizza manifestazioni! Non ci sono state manifestazioni in Libia! E nessuno ha sparato sui manifestanti! Ciò non ha niente a che vedere con quanto è successo in Tunisia o in Egitto! Qui, gli unici manifestanti sono quelli che sostengono la Jamahiriya».

Quando ha visto cadere, in poche settimane, i regimi di Tunisia e Egitto, non si è preoccupato?
«No, perché? La nostra situazione è molto diversa. Qui il potere è in mano al popolo. Io non ho potere, al contrario di Ben Ali o Mubarak. Sono solo un referente per il popolo. Oggi noi fronteggiamo Al Qaeda, siamo i soli a farlo, e nessuno vuole aiutarci».

Quali opzioni le si offrono?
«Le autorità militari mi dicono che è possibile accerchiare i gruppuscoli per lasciare che si dileguino e per portarli pian piano allo sfinimento. Questa è gente che sgozza le persone. Che ha tirato fuori i prigionieri dalle carceri, distribuendo loro le armi, perché andassero a saccheggiare le case, a violentare le donne, ad attaccare le famiglie. Gli abitanti di Bengasi hanno cominciato a telefonare per chiederci di bombardare quella gente».

Le inchieste delle organizzazioni umanitarie parlano di 6.000 morti. Contesta questa cifra?
(Risata). «Le porto un esempio. C’è un villaggio abitato da meno di mille persone, compreso il segretario del comitato popolare. E’ stato detto che lui era in fuga verso l’estero. Invece, era qui, con me, sotto la mia tenda! E’ stato detto che c’erano stati 3.000 morti in questo villaggio che ne conta 1.000, e resta un luogo tranquillo, dove la gente non guarda nemmeno la tv».

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha preso una risoluzione contro la Libia…
«Non è competente per gli affari interni di un Paese. Se vuole immischiarsi, che invii una commissione d’inchiesta. Io sono favorevole».

Dal 1969 lei ha conosciuto 8 presidenti americani. L’ultimo, Barack Obama, dice che lei deve «andarsene» e lasciare il Paese…
«Che io lasci cosa? Dove vuole che vada?».

La Cirenaica è una regione dove lei ha sempre avuto dei detrattori. Non c’è richiesta di una più grande autonomia, di federalismo?
«E’ una regione poco popolata, che rappresenta il 25% della popolazione. Nel piano attuale, le abbiamo accordato 22 miliardi di dollari di investimenti. E’ una regione della Libia un po’ viziata».

Cosa si aspetta oggi?
«Che Paesi come la Francia si mettano al più presto a capo della commissione d’inchiesta, che blocchino la risoluzione dell’Onu al Consiglio di sicurezza e che facciano interrompere gli interventi esterni nella regione di Bengasi».

Quali interventi?
«So che esistono contatti semi-ufficiali, dei britannici o di altri europei, con personaggi di Bengasi. Abbiamo bloccato un elicottero olandese atterrato in Libia senza autorizzazione».

I piloti sono vostri prigionieri?
«Sì, ed è normale».

A sentir lei, tutto va bene».
«Il regime qui in Libia va bene. E’ stabile. Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione, a Bin Laden, a gruppuscoli armati. Migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. Bin Laden verrà ad installarsi nel Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e in Pakistan. Avrete Bin Laden alle porte».

Lei agita lo spettro della minaccia islamica…
«Ma è la realtà! In Tunisia e in Egitto c’è il vuoto politico. Gli estremisti islamici già possono passare di lì. Ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo. La Sesta Flotta americana sarà attaccata, si compiranno atti di pirateria qui, a 50 chilometri dalle vostre frontiere. Si tornerà ai tempi di Barbarossa, dei pirati, degli Ottomani che imponevano riscatti sulle navi. Sarà una crisi mondiale, una catastrofe che dal Pakistan si estenderà fino al Nord Africa. Non lo consentirò!».

Lei sembra pensare che il tempo giochi in suo favore…
«Sì, perché il popolo è frastornato per quel che accade. Ma voglio farle capire che la situazione è grave per tutto l’Occidente e tutto il Mediterraneo. Come possono, i dirigenti europei, non capirlo? Il rischio che il terrorismo si estenda su scala planetaria è evidente».

Alle democrazie non piacciono i regimi che sparano sulla propria popolazione…
«Non ho mai sparato sulla mia gente! E voi non credete che da anni il regime algerino combatte l’estremismo islamico facendo uso della forza! Non credete che gli israeliani bombardano Gaza e fanno vittime fra i civili a causa dei gruppi armati che si trovano lì? Non sapete che in Afghanistan o in Iraq l’esercito americano provoca regolarmente vittime fra i civili? Qui in Libia non abbiamo sparato su nessuno. Sfido la comunità internazionale a dimostrare il contrario».

Gli americani minacciano di bloccare i suoi beni bancari…
«Quali beni? Sfido chiunque a dimostrare che io possegga un solo dinaro! Questo blocco dei beni è un atto di pirateria, fra l’altro imposto sul denaro dello Stato libico. Vogliono rubare denaro allo Stato libico e mentono dicendo che si tratta di denaro della Guida! Anche in questo caso, che ci sia un’inchiesta, affinché sia dimostrato a chi appartengono quei soldi. Quanto a me, sono tranquillo. Posseggo solo questa tenda».

Gheddafi quindi pensava che i francesi fossero dalla sua parte. Invece al di là di tutte le chiacchiere di Barak Obama, la caduta di Gheddafi fu resa possibile dall’alleanza tra, da una parte, le forze speciali francesi, le forze speciali inglesi, le forze speciali giordane e le forze speciali del Qatar e, dall’altra, gruppi di ribelli libici. Il più importante di essi era il Libyan Islamic Fighting Group (LIFG), che figurava nella lista delle organizzazioni terroriste vietate. Il suo leader, Abdelhakim Belhadj, aveva due o tremila uomini ai suoi ordini. Questi ultimi furono addestrati dagli Stati Uniti subito prima dell’inizio della ribellione in Libia.

Guarda caso secondo alcuni recenti rapporti, Abdelhakim Belhadj è ormai saldamente indicato come il comandante organizzativo della presenza ISIS all’interno della Libia. Un funzionario dell’intelligence degli Stati Uniti, ha confermato che Abdelhakim Belhadj sta sostenendo e coordinando gli sforzi dei centri di formazione ISIS in Libia orientale intorno alla città di Derna, una zona a lungo conosciuto come un focolaio di militanza jihadista.

A partire dal 2011 USA e NATO hanno ritratto Abdelhakim Belhadj come un  “combattente per la libertà.” i suoi compagni degli “amanti della libertà” contro la “tirannia despota” di Gheddafi. Belhadj ha servito la causa degli Stati Uniti così bene che egli ha ricevuto riconoscimenti dal senatore John McCain, che parla di Belhadj e dei suoi seguaci come eroi. Inizialmente è stato ricompensato dopo la caduta di Gheddafi, con l’incarico di comandante militare di Tripoli , anche se è stato costretto a cedere il passo ad un “governo di transizione” politicamente più presentabile.

La storia di Belhadj di attività terroristiche include tali “successi”, come la collaborazione con Al Qaeda in Afghanistan e in Iraq, e, naturalmente, la sua comoda servitù alla furia sponsorizzato USA-NATO in tutta la Libia che, tra le altre cose, hanno causato uccisioni di massa di libici neri e chiunque sospetti di far parte della Resistenza verde (quelli fedeli alla Libia guidata da Gheddafi). Anche se i grandi media hanno cercato di fare un martire di Belhadj per la sua presunta tortura attraverso il programma di consegne della CIA, ovunque è andato egli ha lasciato una scia violenta e sanguinosa.

Ci sono ampie prove documentate di associazione di Belhadj con Al Qaeda. Diversi rapporti hanno evidenziato le sue esperienze di combattente in Afghanistan e altrove, e lui stesso si è vantato di aver ucciso truppe Usa in Iraq. Tuttavia, il suo momento d’oro è stato in Libia nel 2011, dove Belhadj è diventato il volto pulito dei “ribelli” che cercavano di rovesciare Gheddafi e il governo legale della Libia.

L’inchiesta del Congresso americano sui fatti di Bengasi del settembre 2012, in cui alcuni jihadisti libici uccisero l’ambasciatore americano Christopher Stevens, ha portato in evidenza documenti che scoperchiano i retroscena dell’attacco effettuato dalle forze NATO contro il regime di Gheddafi nel 2011.

I rapporti più rilevanti riguardano il ruolo della Francia. Lookout News ha sempre scritto che, sotto la copertura delle primavere arabe, il rovesciamento di Gheddafi fu preordinato, organizzato e sfruttato soprattutto da Francia e Inghilterra. La storia raccontata dall’Eliseo dell’orrore provato da Sarkozy per la brutale repressione di Gheddafi contro i dimostranti libici, che lo avrebbe convinto a un intervento armato “umanitario” è dunque una balla e cede adesso il passo alla cruda realtà che emerge dai memorandum inviati dal consigliere Sidney Blumethal all’allora segretario agli Esteri americano Hillary Clinton.

Nei documenti emerge in chiaro che la Francia, attraverso il servizio estero DGSE (Direction générale de la sécurité extérieure), era già in contatto con i futuri leader del Consiglio Nazionale Libico ossia con i Fratelli Musulmani di Libia. A loro aveva promesso guida, denaro e un pronto riconoscimento di legittimità, in cambio di privilegi per le aziende francesi, soprattutto nel settore petrolifero, ma non solo.

Nel memorandum inviato alla Clinton del 22 marzo 2011 è detto in chiaro che l’offerta portata dal DSGE veniva direttamente dal presidente Nikolas Sarkozy. Le controparti libiche, Mustafa Abdul Jalil e il generale Abdul Fatah Younis, avevano accettato l’offerta e mantenuto i contatti con gli agenti del DSGE.

Nel rapporto del 5 maggio 2011 è riportato che fonti ad alto livello del Consiglio hanno rivelato che con i voli umanitari iniziati il 13 aprile 2011 per l’invio di medicine e generi di supporto, erano arrivati in Libia anche alti dirigenti di compagnie francesi e altri ufficiali e personale (para-militare) del DSGE. Tra i dirigenti era presenti quelli della major Total, del colosso delle costruzioni Vinci e dell’European Aeronautic Defence and Space Company, che ha fornito gli aerei umanitari. In altri voli sono arrivati quelli di Thalis e di altre grandi compagnie francesi. Dopo la messa a punto degli accordi con i libici, che hanno fatto il paio con quelli conclusi tra Gheddafi e Berlusconi l’anno prima, i manager hanno raggiunto in auto l’Egitto via Tobruk, sotto la scorta dei gruppi speciali di azione del DSGE.

In un altro documento, del settembre 2011, è riportato che nel viaggio compiuto quel mese a Tripoli, il presidente Sarkozy in persona ha chiesto ai libici una riserva del 35% del loro petrolio per la Total. I documenti non fanno soltanto riferimento a fonti interne al Consiglio libico ma anche al DSGE. Da qui la rivelazione che il generale Younis aveva legami di lungo tempo con il servizio di intelligence francese.

Stranamente questi memorandum erano stati inviati da Blumenthal a un indirizzo e-mail privato che Hillary Clinton aveva mantenuto anche durante il mandato ministeriale. Una irregolarità che ha fatto infuriare i rappresentanti repubblicani del comitato. E alla quale si è aggiunto il fatto che, proprio perché privati, non figuravano nell’elenco del materiale che la Clinton avrebbe dovuto consegnare al termine del suo mandato, né in quello, da lei selezionato, sui fatti di Bengasi oggetto dell’indagine congressuale.

Tra quelle e-mail ce ne sono 22 che sono state secretate nelle quali l’ambasciatore Chris Stevens chiedeva un rafforzamento del proprio servizio di protezione in quanto si sentiva costantemente minacciato di morte. Non pare che quelle e-mail abbiano avuto un seguito. Però le esatte circostanze della morte dell’ambasciatore Chris Stevens non sono state ancora chiarite. Pare che egli si stesse attivando per trasferire un notevole quantitativo di armi trafugate dagli arsenali di Gheddafi dalla Libia alla Siria ove era in corso la rivolta dei cosiddetti ribelli moderati (l’equivalente dei Fratelli Musulmani in Egitto e in Libia) i quali chiedevano di essere armati, destando però l’ostilità dei servizi segreti francesi i quali avevano invece interesse acché le armi rimanessero a presidiare il contesto libico che era quello che interessava loro. Così come invece si è chiarito che la protesta contro il film “blasfemo” e l’annuncio dell’uccisione del n. 2 di Al Qaeda siano stati solo il pretesto per l’assalto. C’era invece un piano preordinato per colpire proprio l’alto diplomatico, che era appena arrivato a Bengasi in vista della seduta del Congresso libico e per – evidentemente –  mandare un messaggio ostile a Hillary Clinton e John Mc Cain.

I miliziani islamici ieri a Bengasi “erano armati, avevano bloccato tutte le strade di accesso alla sede Usa e dicevano di voler uccidere tutti quelli che si trovavano dentro”: lo racconta un testimone ai media francesi, suffragando quindi l’ipotesi di un attentato preordinato e organizzato in tutte le sue parti. “Quando ho visto il caos sono andato lì con il mio Ak47, faccio ancora parte di una milizia per la sicurezza a Bengasi”, racconta Sofian Kadura, un pilota di aerei. “Avevano bloccato tutte le strade, avevano Ak47, Rpg, mitragliatrici pesanti montate sui Pick-up”. “Erano certamente miliziani islamici. Non mi hanno fatto passare”.

Queste nuove informazioni sulla associazione di Belhadj con l’ISIS rafforzano la tesi sostenuta da molti commentatori che la guerra USA-NATO sulla Libia è stata condotta da parte di gruppi terroristici apertamente e tacitamente sostenuti dai servizi segreti americani,  dai servizi segreti francesi dai servizi segreti inglesi e da quelli del Qatar e che tuttora lo sono. Il gruppo Anshar al Sharia che ha materialmente condotto l’assalto contro Chris Stevens era direttamente finanziato e sostenuto dal Qatar.

A questo punto una domanda si impone: Furono i servizi segreti francesi e i servizi segreti del Qatar a organizzare quell’attacco? Un fatto è certo. Nel giugno 2013 quindi nemmeno un anno dopo ò’eccidio di Bengasi (11 settembre 2012) l’emiro del Qatar al potere dal 1995 fu costretto ad abdicare.

Secondo i più recenti rapporti, Belhadj è direttamente coinvolto con il supporto di centri di formazione ISIS a Derna. Naturalmente Derna dovrebbe essere ben noto a chiunque abbia seguito la Libia dal 2011, perché quella città, insieme a Tobruk e Bengasi, sono stati i centri di reclutamento di terroristi anti-Gheddafi nei primi giorni della “rivolta” per tutto l’anno 2011. Ma Derna era conosciuta anche molto tempo prima come luogo di estremismo militante.

Questo ci porta a tre conclusioni interconnesse, e altrettanto importanti,. In primo luogo, Derna  ancora una volta sta per fornire fanti per una guerra del terrore che sta per essere condotta sia in Libia, che nella regioni circostanti eventualmente anche contro i soldati italiani che andranno a combattere lì. E questa è la ragione per cui i governi occidentali vogliono ritardare il più possibile questo intervento, ora invocando un governo di unità nazionale per ricevere l’invito ad intervenire, ora invocando l’assenso dei propri parlamenti nazionali, ora invocando una delibera del Comitato di Sicurezza delle Nazioni Unite che coinvolga anche la Russia (quindi sperando che anche la Russia intervenga affinchè si faccia sul serio) . Il secondo è il fatto che i siti di formazione jiaidista a Derna saranno supportate e coordinate da risorse  USA. E in terzo luogo, che la politica degli Stati Uniti di sostenere “ribelli moderati” e i fratelli musulmani di Egitto e LIbia è semplicemente una campagna di pubbliche relazioni progettato per convincere gli americani medi (e il pubblico occidentale) che gli USA non stanno sostenendo il terrorismo, anzi lo stanno combattendo, nonostante tutte le prove del contrario.

Le notizie su Abdelhakim Belhadj l’uomo che una volta era Al Qaeda, poi è diventato un “moderato” e “il nostro uomo a Tripoli,” poi ancora è diventato il “leader della minaccia ISIS” in Libia, soggetto quindi che si interscambia secondo le esigenze fra Fratelli Musulmnani e ISIS, ciò dovrebbe essere ancora un’ulteriore prova che la nozione di “ribelli moderati” o di “Fratelli musulmani” votati alla  democrazia sostenuta dagli Stati Uniti è un insulto all’intelligenza di osservatori politici e del pubblico in generale.

Per più di tre anni, Washington ha strombazzato la sua politica dichiarata di sostegno ai cosiddetti ribelli moderati in Siria e ai Fratelli Musulamani in Egitto e in Libia Sfortunatamente per propagandisti americani e guerrafondai assortiti di varia natura, questi gruppi insieme a molti altri hanno solo dato armi e uomini volontariamente o forzatamente a Jabhat al-Nusra a ISIS / ISIL ad Al Qaeda e a consorterie terroristiche varie. Null’altro. Ecco perchè – giustamente – Romae ancora consilitur. Ma Sagunto rischia di essere espugnata.

Michle Imperio 3- continua

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