Dum Romae consilitur Saguntum expugnatur (4)

Omar al Gawari, ministro dell’Informazione del governo libico di Tobruk – l’unico ufficialmente riconosciuto dalla comunità internazionale – intervistato dall’Ansa ci aveva avvertito tempo fa del possible arrivo di nuovi barconi. Che stavolta, oltre ad ospitare a bordo centinaia di migranti disperati, dovrebbero contenere anche miliziani di “Daesh”, vale a dire combattenti dello Stato Islamico.

Secondo Gawari, Italia e Malta stanno per essere interessate da un flusso di nuovi migranti provenienti dai porti controllati da Fajr Libia, le milizie filo-islamiche che controllano la capitale Tripoli. E in effetti la situazione è abbastanza preoccupante”, ha detto Rajoy il premier spagnolo. “La Libia è un paese dove Daesh (Stato Islamico) sta conquistando posizioni, è un paese utilizzato dalle mafie del traffico di persone… Vedremo cosa fare”.

L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) ha avvertito che “la rotta dalla Libia all’Italia sta diventando molto attiva”, col salvataggio in mare di 2.000 persone negli ultimi tre giorni, ha detto un portavoce da Ginevra. Inoltre è giunto l’annuncio di un prossimo arrivo di altri 200.000 migranti nei prossimi mesi (vedi:http://www.repubblica.it/esteri/2016/03/19/news/l_allarme_del_viminale_sulla_libia_con_la_rotta_balcanica_chiusa_200mila_profughi_pronti_a_partire_-135818264/)

Per il ministro di Tobruk, l’unico modo per contrastare efficacemente l’emigrazione clandestina – compresa quella jihadista – è di equipaggiare efficacemente le forze armate libiche di Tobruk, quelle ufficialmente riconosciute guidate dal generale Haftar. Da Tobruk arrivava quindi l’ennesimo appello a porre fine all’embargo di armi nei confronti della Libia, condizione indispensabile per poter fronteggiare al meglio la minaccia fondamentalista.

Dal ministro una considerazione anche sulla politica estera dell’Italia, ritenuta sino ad oggi “troppo debole” e troppo legata agli Stati Uniti, spiegando che senza un deciso cambio di rotta ed una maggiore autonomia di Roma sulla questione libica c’è il rischio concreto di subire una marginalizzazione crescente nell’area, con la perdita dei contratti petroliferi a favore in particolare di Russia e Cina, con le quali evidentemente i leaders di Tobruk stanno riprendendo i rapporti . Da Gawari inoltre arrivava anche un ulteriore avvertimento alla comunità internazionale, chiedendo di fare pressione sui “golpisti di Tripoli” per porre termine ai contrasti con Tobruk, lasciando pieno margine operativo al governo ufficialmente riconosciuto.

A supporto di questo intervento nella sua recente intervista aRepubblica il presidente egiziano Al Sisi sostenitore del governo di Tobruk e del generale Haftar ci mette in guardia dai rischi di una missione in Libia.

“Mi sembra opportuno – dice Al Sisi – porre cinque domande. Uno: come entriamo in Libia e come ne usciamo? Due: chi avrà la responsabilità di rifondare le forze armate e gli apparati di polizia? Tre: nel corso della missione, come si farà a gestire la sicurezza e proteggere la popolazione? Quattro: un intervento sarà in grado di provvedere ai bisogni e alle necessità di tutte le comunità e i popoli della Libia? Cinque: chi si occuperà della ricostruzione materiale? Perché un intervento esterno abbia successo è necessario che riesca a farsi carico di tutti gli aspetti della vita del paese. Si tratta dei problemi con cui dovremmo misurarci nell’eventualità di una operazione sul campo. E in ogni caso è molto importante che ogni iniziativa italiana, europea o internazionale avvenga su richiesta libica e sotto il mandato delle Nazioni Unite e della Lega Araba”.

Ma gli sforzi per rendere funzionante il governo unitario di Fayez Al Serraj, formato con la mediazione delle Nazioni Unite finora non hanno avuto successo Il primo ministro del governo di Tripoli ha minacciato addirittura di far arrestare Fayez Al Serraj se dovesse arrivare nella capitale libica. Khalifa al-Ghwell ha detto di non aver intenzione di cedere i suoi poteri al governo Al-Serraj nato sotto l’egida dell’Onu, in quanto non ha l’appoggio del parlamento di Tripoli, General National Congress (Gnc), nato dalle prime elezioni libere della Libia, nel 2012, ma sconfessato a livello internazionale.

Al-Serraj aveva ricevuto da USA e da Unione Europea il via libera a prendere i poteri in base agli accordi siglati in Marocco a dicembre. Ue e Usa avevano invitato gli altri due governi, quello di Tripoli e quello di Tobruk, a farsi da parte a cedere i poteri all’esecutivo di unità nazionale. Al-Serraj era stato sollecitato a entrare a Tripoli al più presto. Ma la situazione nella capitale è estremamente ostile. «Se Al-Serraj vuole entrare come cittadino libico – ha detto Al-Ghwell appoggiato da una alleanza di milizie islamiche di Tripoli e Misurata, – è il benvenuto. Ma gli sconsigliamo di entrare come capo di governo, perché violerebbe le leggi libiche e sarebbe trattato secondo le leggi». Cioè arrestato.

Non va meglio per Al-Serraj sull’altro fronte, a Tobruk. Solo 22 parlamentari della Camera dei rappresentanti (Hor) si sono presentati per votare la fiducia. Niente quorum. E un leader importante, Mahmoud Jibril, ha avvertito che il governo di unità dovrà passare per il vaglio del parlamento, senza scorciatoie. Un fuoco di sbarramento meno brutale di quello di Tripoli ma altrettanto netto.

 “Sin dall’inizio – dice Al Sisi – l’Egitto ha avuto un ruolo per arrivare alla nascita di un governo nazionale unitario in Libia e ha spinto in questo senso assieme ai paesi amici come l’Italia. Stiamo incoraggiando il parlamento di Tobruk ad approvarlo. Secondo Al Sisi c’è però un errore di fondo: “Gli europei guardano alla Libia come se l’Isis fosse l’unica minaccia: Dobbiamo capire – dice Al Sisi – che la minaccia è nell’ideologia estremista che chiede ai propri seguaci di uccidere chi è fuori dal gruppo e bisogna essere consapevoli del fatto che abbiamo davanti sigle differenti con la stessa ideologia: cosa dire delle reti qaediste come Ansar al Islam, come gli Shabab somali fino a Boko Haram in Africa?”. E anche se il presidente egiziano non ne fa cenno, in Libia operano diverse organizzazioni jihadiste di questo tipo, sostenute e protette dal governo islamista di Tripoli che – dunque – è da considerare un nemico.

Un esempio? Le  sconvolgenti rivelazioni sulla vicenda dei quattro italiani rapiti a luglio scorso. Secondo un miliziano di Sabratha, intervistato da SkyTg24, l’uomo che garantiva per conto dell’Eni, la sicurezza dell’impianto Eni di Mellitah era un noto trafficante di esseri umani e al tempo stesso  anche il leader locale dell’Isis. Egli si chiama Abdallah Dabashi, arrestato nel corso dell’operazioen che ha portato alla liberazione dei due tecnici della Bonatti rimasti vivi. Ma è impensabile che l’Eni abbia stretto accordi con l’Isis.Tutt’al più li avrà stretti con chi pensava facesse parte del governo di Tripoli.

Invece Abdallah Dabashi al momento dell’agguato aveva in mano i quattro dipendenti della Bonatti. Poi a un certo punto due ha continuato a tenerli in mano lui due li ha presumibilmente ceduti a un’altra milizia dell’Isis. Peraltro “i corpi dei due italiani uccisi in Libia sono stati trovati con delle armi in pugno”. Lo sostiene il capo del “Sabrata Media Center”, Esam Krair. I nostri connazionali quindi sarebbero stati scambiati per miliziani pro-Isis siriani dalle milizie anti-Isis libiche che hanno attaccato il convoglio sul quale viaggiavano e avrebbero quindi cercato di difendersi. Il mandante del sequestro dei tecnici della ditta Bonatti di Parma, poi sarebbe stato l’autista che accompagnava i nostri connazionali al momento del rapimento, quindi anche lui legato all’Isis. Il coinvolgimento di quest’ultimo nella vicenda del rapimento, infatti, era emerso fin da subito. Ma può  l’Eni affidare quattro tecnici della Benatti a un autista dell’Isis, e affidare la tutela di uno stabilimento all’Isis perchè da questa organizzazione si sentirebbe protetta? Peraltro la Libia è l’unico paese che vede insediarsi e crescere indisturbato il Califfato. A Derna, Sirte, ma anche a Tripoli e Sabratha. Solo che a Derna e Sirte quelli dell’Isis per avanzare combattono, a Tripoli e Sabratha no. Ancora più inquietante poi è il fatto che Romano Prodi abbia detto che l’agguato non è stato un incidente ma un messaggio rivolto dfa qualcuno all’Italia. Perchè anche questa è un’ipotesi: si cerca una guerra con fazioni islamiste schierate da una parte e dall’altra perchè così alla fine al momento della spartizione il bottino potrebbe essere maggiore. Cosa che si è cercato di fare in Siria (Turchia e Qatar da una parte, Isis dall’altra).

L’intervento occidentale quindi non è l’unica opzione sul tavolo. Al Sisi suggerisce un’alternativa: appoggiare l’Esercito nazionale libico del generale Haftar, l’armata legata al parlamento di Tobruk. “Ci sono risultati positivi che si possono raggiungere sostenendo l’Esercito nazionale libico. “Se forniamo armi e supporto all’Esercito nazionale libico, questo può fare il lavoro molto meglio di chiunque altro, meglio di ogni intervento esterno che rischia invece di portarci in una situazione che può sfuggire di mano e provocare sviluppi incontrollabili” così come è già avvenuto in Afghanistan e in Somalia. Lì ci sono stati interventi stranieri più di trent’anni fa e quali progressi sono stati raggiunti da allora? I risultati sono sotto gli occhi di tutti: la storia parla chiaro”. Il problema è lo stesso, che si è ripetuto anche nell’Iraq del dopo Saddam e nella Siria della guerra civile: “Se le istituzioni vengono distrutte, per ricostruirle occorre molto tempo e sforzi significativi. Questa è l’origine delle nostre grandi paure riguardo alla Libia: più tardi agiamo, più rischi si generano. Dobbiamo agire in fretta e difendere la stabilità di tutti i paesi che non sono ancora caduti nel caos, per questo ci vuole una strategia globale che non riguardi solo la Libia ma tutta la regione. Problemi che poi possono trasformarsi in minacce alla sicurezza pure in Europa. Guardate cosa sta succedendo con le persone in fuga dalla Siria: cosa accadrebbe ad esempio se l’Europa dovesse misurarsi con un’ondata di profughi due o tre volte più grande di quella attuale? Partiamo dalla definizione di immigrazione illegale – dice Al Sisi – che cos’è? Un movimento di persone che cercano un luogo dove vivere in modo migliore. Questa è la definizione corretta. Quando parliamo di sforzi per contrastare il traffico di esseri umani non possiamo pensare di eludere o dimenticare le radici di questo fenomeno. Ci sono ragioni politiche, i conflitti, le violenze, il terrorismo e la mancanza di sicurezza, ma anche ragioni sociali come povertà, disoccupazione e fame. L’Unione Europea può avere un ruolo fondamentale per lavorare sulle cause, aiutando i paesi da cui partono i migranti e collaborando agli sforzi per diminuire i conflitti e eliminare il terrorismo.

Ma più che l’Unione Europea è la Cina che può fare questo. E il problema sta proprio qui in questo contrasto che si è creato fin dal 2007 fra Stati Uniti di Obama e Clinton e Francia di Sarkozy da un lato (la Francia di Hollande è cosa diversa) e Cina dall’altro.

Il campanello d’allarme risuonò a Washington nel 2007 quando il Presidente cinese ospitò un summit storico a Pechino, il Forum per la cooperazione sino-africana (FOCAC), che riunì nella capitale cinese  quasi cinquanta capi di stato e ministri dei governi africani. Nel 2008, completando un tour in Africa che toccò otto nazioni in dodici giorni il Presidente cinese Hu Jintao annunciò un programma triennale da tre miliardi di dollari di prestiti ed altri aiuti umanitari per l’Africa. Questi fondi si aggiunsero ai 3 miliardi di dollari di prestiti e 2 miliardi di dollari in crediti da esportazione che Hu Jintao aveva già precedentemente annunciato.

Nei quattro anni seguenti (2008-2012), il commercio tra Cina e nazioni africane aumentò vertiginosamente nella misura in cui l’influenza francese e statunitense sul “continente nero” diminuiva. Secondo le statistiche cinesi il volume degli scambi tra Pechino e l’Africa raggiunse i 166 miliardi di dollari nel 2011 e le esportazioni africane verso la Cina – in particolar modo materie prime necessarie all’industria cinese – salirono a 93 miliardi dai 5,6 miliardi del decennio precedente. Nel luglio 2012 la Cina offrì alle nazioni africane 20 miliardi in prestiti per il triennio successivo, un ammontare doppio rispetto ai prestiti concessi nel triennio precedente .

Washington volle allora rendere operativo il progetto AFRICOM. che fu sciaguratamente ideato  dal Presidente republicano George W. Bush sul finire del 2007. Con nazioni normali si sarebbe cercato di coordinare iniziative cinesi e iniziative occidentali, salvaguardando gli interessi occidentali. Invece il compito che venne dato fu quello di contenere con ogni mezzo lecito o illecito la influenza economica e politica della Cina in Africa. Da quando l’amministrazione Bush-Cheney firmò la direttiva AFRICOM nel febbraio 2007, questa è stata la risposta idiota alla riuscita diplomazia economica della Cina in Africa: destabilizzare tutte le nazioni africane che avessero coltivato progetti di cooperazione con la Cina.

In particolare l’intervento destabilizzante culminato con il rovesciamento del regime di Mohamned Gheddafi e il suo barbaro assassinio fu dovuto a queste ragioni e mise fine a una oculata ed equlibrata gestione del potere in Libia da parte del’ex dittatore. Gheddafi aveva amministrato in modo molto oculato il proprio paese tanto da generare ben 200 miliardi di riserve auree in un paese che aveva solo 6.000.000 di abitanti.

La Libia finì in quel modo proprio perché accusata di intrattenere eccessivi rapporti con la Cina. Al tempo dell’intervento militare in Libia lavoravano oltre 30.000 operai cinesi. Pare che nel corso di una telefonata in cui l’ex segretario di Stato Hillary Clinton invitò Gheddafi a chiudere con la Cina, l’ex dittatore libico trattò in malo modo il segretario di stato americano assumendo che se proprio avesse dovuto cacciare qualcuno avrebbe cacciato proprio gli Stati Uniti.

Al tempo delle sommosse libiche artatamente create dagli americani le maggiori compagnie petrolifere straniere che operavano in Libia erano la francese Total, l’italiana Eni, la British Petroleum, il consorzio petrolifero spagnolo Repsol, e poi Exxon Mobil, Chevron, Occidental Petroleum, Hess, Conoco Philps e la China National Petroleum Corp (CNPC), tutte poi rimaste senza lavoro tranne l’Eni che comunque ha dovuto rinunciare alle sue postazioni a terra.

La China National Petroleum Corp (CNPC) in particolare aveva chiesto di fare nuove esplorazioni per eventualmente scoprire nuovi pozzi di petrolio nel Frezzan, che pare ci siano relamente, essendo questa cosa già stata verificata dalla Schell qualceh anno prima. In cambio di queste concessioni la Cina avrebbe fatto investimenti in Libia per 14 miliardi di euro, investimenti che avrebbero portato crescita e sviluppo e occupazione per i migranti.

C’erano poi le commesse di Gheddafi in quanto leader libico. L’Italia godeva di una condizione di leggero vantaggio riuspetto a tutte le altre nazioni. Quando era Gheddafi a dominare la scena politica, le commesse per gli investitori italiani ammontavano a più di due miliardi di euro così suddivisi: un miliardo di euro nelle grandi opere (Impregilo), 740 milioni nelle ferrovie (Ansaldo), 125 milioni nelle infrastrutture stradali (Anas), 68 milioni nelle telecomunicazioni (Sirti), 60 milioni per le piccole e medie imprese. Questi investimenti (circa 2 miliardi e 100 milioni di euro) avrebbero generato migliaia di nuovi posti di lavoro.

Ma era soprattutto nel Mali dove ci sono le miniere di uranio e di oro che tanto appetiscono alla Francia per alimentare le sue centrali nucleari che la Cina si proponeva di realizzare investimenti  miliardari (98 miliardi di nuovi investimenti più una centrale idroelettrica), che la destabilizzazione del paese procurata dall’Isis sotto la guida della Francia e degli Stati uniti ha praticamente impedito.

Se viceversa fossero stati realizzati tutti questi investimenti, oggi da un’Africa stabile e pacificata non sarebbe emigrato più nessuno. Le imprese della fascia europea meridionale avrebbero conosciuto nuovi più vicini mercati. La Cina avrebbe avuto una ragione in più per spostare la sua logistica dai porti settentrionali di Rotterdam e di Aversa nei porti meridionali dell’Europa latino-mediterranea. Lascio immaginare al lettore quale sarebbe stato lo spostamento del baricentro mondiale dell’economia se questo progetto si fosse realizzato.

La Libia, sicuramente sotto la guida cinese inoltre aspirava a diventare nazione guida del continente africano suscitando così i sospetti e le invidie dell’Arabia Saudita e del Qatar con la creazione di una nuova moneta africana e la creazione di una nuova banca africana, cosa che poteva fare data la sua enorme ricchezza

Da quando l’amministrazione Bush-Cheney firmò la direttiva AFRICOM nel febbraio 2007, questa è stata la risposta idiota delle forze occidentali alla riuscita diplomazia economica della Cina in Africa.

Tra tutte le maggiori compagnie petrolifere straniere che operavano prima dell’insurrezione in Libia, l’Italia godeva di una condizione di leggero vantaggio. Quando era Gheddafi a dominare la scena politica, le commesse per gli investitori italiani ammontavano a più di due miliardi di euro così suddivisi: un miliardo di euro nelle grandi opere (Impregilo), 740 milioni nelle ferrovie (Ansaldo), 125 milioni nelle infrastrutture stradali (Anas), 68 milioni nelle telecomunicazioni (Sirti), 60 milioni per le piccole e medie imprese. Questi investimenti (circa 2 miliardi e 100 milioni di euro) avrebbero generato in base ai parametri prima adoperati altri 6.000 nuovi posti di lavoro più altrettanti nell’indotto fanno 12.000 nuovi posti di lavoro che sommati agli 84.000 degli investimenti cinesi fanno 96.000 nuovi posti di lavoro. Senza parlare delle commesse di Gheddafi per le altre imprese di altre entità nazionali e senza parlare degli investimenti che la Cina si proponeva di realizzare nel Mali (98 miliardi di nuovi investimenti più una centrale idroelettrica). Poiché in Europa un posto di lavoro richiede un investimento di un milione di euro, in Africa ne occorrerà la metà se non un terzo. Quindi 14 miliardi di investimenti in Africa valevano 42.000 nuovi posti di lavoro più altrettanti nell’indotto che fanno 84.000 nuovi posti di lavoro. In Libia. considerando che un emigrante si porta appreso una famiglia di almeno cinque persone solo l’investimento di 14 miliardi di euro della Cina e l’investimento di 2 miliardi di euro della Libia verso l’Italia avrebbe ridotto l’emigrazione di almeno 320.000 unità. L’investimento in Mali, sei volte superiore, avrebbe ridotto l’emigrazione africana di altre 1.800.000 unità.

Insomma dopo questi investimenti, ove fossero stati realizzati, dall’Africa occidentale non sarebbe emigrato più nessuno. E le imprese della fascia europea latino-mediterranea avrebbero conosciuto nuovi più vicini mercati. Considerando che la Cina vuole spostare la sua logistica dai porti settentrionali di Rotterdam e di Anversa nei porti meridionali dell’Europa latino-mediterranea, ognuno può rendersi conto quanto il baricentro dell’economia mondiale sarebbe stato spostato da nord a sud da queste operazioni e quanto l’Europa latino-mediterranea ne avrebbe guadagnato. MJa se l’Europa latino mediterranea non prende coscienza della sua identità e dei suoi interessi e  se anzichè dare ascolto al generale Al Sisis, dum Romae consilitur Saguntum expugnatur, di che cosa stiamo parlando?

Michle Imperio 4. Continua

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