Perché i cristiani in Pakistan sono tre volte vittime

A cura di: Giuseppe Catapano

Ci hanno pensato gli utenti di Twitter a colorare di bianco e di verde, perlomeno virtualmente, la Tour Eiffel dopo il sanguinoso attentato di Lahore che ha ucciso settantadue persone, uomini, donne e bambini che stavano festeggiando la Pasqua cristiana. L’hanno fatto, perché, nella realtà nessuno aveva pensato di rendere loro omaggio, così com’era accaduto per le vittime del terrorismo di Parigi e Bruxelles, nei mesi precedenti.

Forse hanno ragione. Un po’ di luce in più se lo meritano, i morti di Lahore. E non per ecumenismo, perché i morti sono tutti uguali. Al contrario, perché quelle vittime, nella terra dei puri – questo significa Pakistan in urdu – sono ancora più vittime. Perché diversi e impuri. Minacciati, anche da vivi, da un’accusa costruita appositamente per loro da uno Stato ostile, quella di blasfemia. E ignorati da chi, in Occidente, si auto-proclama difensore del mondo libero, salvo poi chiudere gli occhi di fronte alle prevaricazioni, se chi le compie è un importante alleato, ancorché ambiguo e dotato di bomba atomica.

In Pakistan, giusto per fare un ripasso, è attiva dal 1986 una legge sulla blasfemia che punisce col carcere a vita o con la morte chi pronunci invano il nome di Maometto o profani il Corano, anche in modo accidentale. Il fatto che l’accusatore non debba provare ciò che dice la rende un odioso strumento per regolare i conti con i propri nemici. E, in particolar mondo, un perfetto strumento per prevaricare le minoranze religiose.

Chiunque abbia provato a contrastare questa legge, come il governatore musulmano del Punjab Salmaan Taseer o il ministro per le minoranze religiose Shahbaz Bhatti, cristiano, è stato assassinato dai fondamentalisti islamici. Così come accade spesso a chi viene rilasciato, in seguito a tale accusa. Dal 1986 a oggi, la legge sulla blasfemia avrebbe fatto più di mille vittime.

Ah, per la cronaca: oggi nemmeno c’è più, il ministro per le minoranze religiose. Però c’è un presidente come Nawaz Sharif che ha sostenuto le iniziative che migliorassero la vita delle donne e delle minoranze religiose ha permesso di riconoscere la Pasqua e altre feste hindu come feste pubbliche e soprattutto ha sta portando avanti un progetto di riforma per la legge sulla blasfemia. Tutto questo mentre gli integralisti sostengono a gran forza che il governo debba invece adottare la Shaaria e depurare il Paese dalle minoranze impure.

I cristiani sono nel centro del mirino, più o meno, dall’11 settembre del 2001. Ancor di più con l’intensificarsi degli attacchi dei droni americani contro le postazioni talebane sul territorio pakistano. Il 22 settembre 2013 sono morti circa 85 fedeli sul sagrato di una chiesa di Peshawar, vittime dell’attacco di due kamikaze. E il 15 marzo 2015, sempre a Lahore, un attacco simultaneo a due chiese aveva fatto 17 morti.

Risultato? Tra il 2001 e il 2014, il Pakistan è il terzo paese al mondo in cui il terrorismo ha fatto più vittime: 13.524 contro le 17mila afghane, le 43mila irachene e le 420 europee. Così, giusto per dare degli ordini di grandezza. Tuttavia, in Europa siamo noi. E in Afghanistan e Iraq, in qualche modo, dobbiamo occuparcene. Col Pakistan e con i cristiani pakistani possiamo invece permetterci di fare spallucce.

Loro, intanto muoiono tre volte. Vittime dei terroristi e del fondamentalismo islamista. Vittime di un Paese che li considera – ancora, nonostante tutto – cittadini di serie b e che ieri è sceso in piazza non per loro, ma per chiedere l’esecuzione capitale di Asia Bibi, cristiana, in carcere dal 2009 per blasfemia. E vittime di un occidente che, evidentemente, non ritiene valgano una crisi diplomatica col Pakistan. Che si colori di bianco e verde una torre di lamiera ce ne importa il giusto. Che l’Occidente si faccia sentire con chi di dovere a Peshawar è doveroso. Qui sì, ne va dei nostri valori.

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