Libia, Serraj può favorire l’Isis. E trascinare l’Italia nei guai

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap375Le Nazioni Unite hanno mai risolto un conflitto? Prima d’appoggiare lo sbarco a Tripoli del carneade Fayaz Serraj e del suo sgangherato esecutivo il nostro Matteo Renzi e i suoi (poco) alleati inglesi e francesi avrebbero fatto meglio a chiederselo.

Il premier Fayez Serraj con l’inviato dell’Onu per la Libia Martin Kobler

Magari riflettendo sui fallimentari negoziati affidati all’Onu prima dell’intervento russo in Siria o, più indietro nel tempo, sui tragici epiloghi delle missioni Onu in Somalia nel 1993, in Rwanda nel 1994 o a Srebrenica nel 1995. La memoria da pesce rosso è però una prerogativa delle attuali Cancellerie occidentali. E la decisione di mandare allo sbaraglio Serraj ne è, in fondo, la naturale conseguenza. In questo contesto vi sono sei ottime ragioni per temere che la sconclusionata mossa messa a segno mercoledì si trasformi in un insperato regalo allo Stato Islamico.

Serraj, un estraneo contro tutti

Il governo Serraj sbarcato di soppiatto a Tripoli e rintanato in una base da cui non può uscire appare come un corpo estraneo privo di consensi e di reale sostegno. Un’immagine congeniale non solo allo Stato Islamico, ma anche agli altri suoi nemici. Prima fra tutti a quella coalizione islamista al potere a Tripoli che gli chiede di scegliere tra resa e ritirata e poi a quel Parlamento di Tobruk rifiutatosi, fin qui, di legittimarne l’autorità con il proprio voto. In questa situazione né l’Onu, né i grandi sponsor d’Italia, Francia e Gran Bretagna possono garantire la riuscita dell’impresa.

L’incognita milizie

L’unica previsione parzialmente attendibile sull’esito del blitz di Serraj si basa sulle trattative condotte con le milizie presenti a Tripoli dal generale italiano Paolo Serra, consigliere militare dell’inviato Onu in Libia Martin Kobler. I calcoli sui gruppi disposti a sostenere Serraj devono però tener conto della leggendaria inaffidabilità dei miliziani libici, sempre pronti a cambiar bandiera in base all’occasione e alla convenienza.

Le milizie islamiste e il rischio di una nuova guerra civile

La milizie islamiste appoggiate da Fratellanza Musulmana e gruppi salafiti al potere a Tripoli han fin qui governato grazie alla forza della armi e all’appoggio esterno di Turchia e Qatar. Lo sbarco di un esecutivo improvvisato, designato dall’Onu e dall’Occidente rischia però di risvegliare l’amor patrio dei libici regalando una parvenza di legittimità persino al cosiddetto «governo di salvezza» guidato da Khalifa Ghwell. Uno scontro armato tra le milizie armate fedeli a Ghwell e quelle schieratesi a fianco di Serraj aprirebbe un nuovo sanguinoso capitolo della guerra civile offrendo ulteriori spazi all’espansione dello Stato Islamico.

Misurata a rischio

Molte delle milizie arrivate da Tripoli per sostenere il governo Serraj fanno base a Misurata una città che ormai confina direttamente con i territori dello Stato Islamico di Sirte e dove il Califfato ha infiltrato più volte i suoi kamikaze. Uno scontro con le milizie di Tripoli nemiche dell’esecutivo Serraj rischia d’indebolire le difese di Misurata e offrire allo Stato Islamico l’occasione per un ulteriore allargamento.

Islamisti e Califfato, il rischio saldatura

Varie milizie islamiste di Tripoli sono guidate da ex militanti del Gruppo Islamista Combattente Libico la fazione di Al Qaida attiva in Cirenaica dalla metà degli anni 90. L’ideologia è dunque la stessa dello Stato Islamico. L’unico reale motivo di contrapposizione è stato, fin qui, la difesa del feudo di potere conquistato dagli ex alqaidisti a Tripoli con l’appoggio di Fratellanza Musulmana, Turchia e Qatar. Una sconfitta per mano del governo Serraj e dei suoi alleati occidentali potrebbe spingerli ad unirsi allo Stato Islamico rendendo ancor più problematica e complessa la guerra al Califfato.

L’intervento e lo stigma del neo-colonialismo

L’insediamento a Tripoli del governo Serraj è fondamentale, come è stato più volte detto, per arrivare ad un intervento occidentale contro le succursali libiche del Califfato legittimato da una richiesta d’aiuto di quell’esecutivo e da una successiva risoluzione dell’Onu. Il plateale traghettamento a Tripoli di un esecutivo scelto dall’Onu, ma privo di qualsiasi reale riconoscimento da parte delle istituzione libiche offre però ai suoi nemici, primo fra tutti lo Stato Islamico, l’opportunità di guadagnare facili consensi. E soprattutto d’accusare l’Italia e le altre potenze occidentali di utilizzare metodi e pretesti di stampo “coloniale” per giustificare una nuova invasione del paese.

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