Facebook non è più diario personale. Condivido notizie, tutto il resto è vita

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap443AIUTO, la gente non si racconta più su Facebook. Invia link, segnala articoli e video interessanti, scambia informazioni su questo e su quello, ma non mette abbastanza contenuti “originali”, cioè notizie, immagini o filmati su di sé e sulla propria vita. Si dirà: ammesso che sia davvero così, che cosa c’è di male? A prima vista niente, ma dipende dai punti di vista. Un osservatore neutrale può pensare che sia in atto una semplice e forse anche positiva trasformazione nell’uso della rete sociale, ma fonti interne al social network, citate dal giornale specializzato “The Information”, raccontano che il fondatore Mark Zuckerberg sia piuttosto preoccupato. La minore propensione a parlare di sé renderebbe più difficile “profilare” ogni singolo utente in base a gusti, abitudini e caratteristiche personali, cioè quelle informazioni che Facebook raccoglie gratuitamente e senza fatica per poi trasformarle in moneta sonante sul mercato pubblicitario. Le anonime fonti hanno fornito a “The Information” anche dei dati: rispetto alla metà del 2015 i cosiddetti “contenuti originali” sarebbero calati del 21%, a fronte di una riduzione dei materiali condivisi ben inferiore (meno 5,5%).

VISTA la situazione, nel quartier generale di Menlo Park in California si starebbe correndo ai ripari. Il lancio recente di “Facebook Live”, ossia l’opzione che consente di condividere video in modalità streaming, sarebbe parte di questa strategia. Mark Zuckerberg è arrivato a diffondere un video-appello (guardato da cinque milioni di utenti) nel quale esorta tutti gli iscritti a “postare” filmati originali di qualunque tipo, anche le sedute dal parrucchiere.
“The Information”, nel suo servizio sul dichiarato “context collapse” (così Facebook avrebbe battezzato la crisi in corso), spiega che anche la semplificazione dell’applicazione per Android e la funzionalità “On this day” (che segnala vecchi post da ricondividere) sono state introdotte per favorire la pubblicazione di contributi personali, guardando soprattutto al pubblico dei giovanissimi, perché proprio gli under 30 sarebbero i principali responsabili del calo di contributi originali. Che i più giovani siano i più diffidenti? I più gelosi della propria privacy? O magari i più capaci di un uso evoluto e personale (ma non per questo più gradito) del social network?

IN VERITÀ non si hanno informazioni certe di quel che sta avvenendo fra gli utenti del network. L’allarme lanciato da Facebook stessa non poggia su dati o ricerche verificabili e in un ambito volatile come il mondo della rete aleggia sempre il sospetto che si tratti di manovre pubblicitarie o comunque connesse a precise esigenze aziendali. E tuttavia che il modo di stare in Facebook sia in evoluzione, è una certezza.
Pina Lalli, docente a Bologna di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, una studiosa attenta al mondo dei social network, commenta il dichiarato “context collapse” con una certa prudenza: «Facebook dispone di dati che noi non abbiamo e, per quanto ne sappiamo, l’intera operazione potrebbe anche essere un enorme spot nel momento in cui viene lanciato il nuovo servizio Facebook Live, simile a quelli offerti da altre piattaforme». È però plausibile, riconosce Lalli, che si stia diffondendo l’abitudine a condividere in modo prevalente contenuti esterni, che siano link a siti Internet, immagini o video di altri, a discapito di documenti e post sui propri comportamenti quotidiani. «Se davvero è così – continua la studiosa – ben venga. Sappiamo già, grazie a ricerche condotte in questi anni, che in Facebook si sono formati e moltiplicati gruppi raccolti attorno a specifici interessi e che quindi condividono informazioni attinenti ad essi; per non dire dei gruppi che nascono come supporto per le attività di studenti o attorno a pazienti che devono curare specifiche malattie».

C’È DUNQUE un uso evoluto e mirato di Facebook che non corrisponde più allo stereotipo del “diario privato” messo a disposizione degli amici virtuali. «È probabile che i più giovani – aggiunge Lalli – siano più attenti e più bravi nell’usare i social network in modo differenziato. Si può incuriosire ed essere accattivanti nel presentarsi agli altri, anche condividendo contenuti interessanti…».
A voler essere maliziosi, si potrebbe anche pensare che il fondatore di Facebook, fingendo di preoccuparsi per il cambiamento in atto, stia in realtà informando che nel suo network, grazie alle condivisioni “non originali”, si trova tutto il meglio che circola in Rete. «In questi giorni – conclude Lalli – un giornale americano commentava il lancio del servizio di video in streaming sostenendo che Facebook coltiva un desiderio segreto: “essere Internet”».

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