Attentato Dacca. “Quel terrorista era mio allievo, ragazzo apatico e senza qualità”

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap3VENEZIA – Da “uomo senza qualità” a terrorista. Prima di sposare la causa jihadista e di posare sorridente avvolto dalla bandiera nera alla vigilia del massacro di Dacca, Rohan Ibne Imtiaz “era uno studente poco brillante”. In una parola, “uno invisibile”. È questo quanto rimane nella memoria di N. T., professore veneziano di storia, rimasto 13 mesi (tra il 2014 e il 2015) a insegnare a Dacca nell’università privata “Brac”. Il docente ci ha chiesto di mantenere l’anonimato perché, “dopo la strage temo per la mia sicurezza”.

Quando ha realizzato che uno degli autori del massacro era stato suo studente?
“Ho visto sui giornali le foto dei terroristi e ho sentito che venivano descritti come intellettuali. Allora mi è sembrato di riconoscere nel volto di Imtiaz (Rohan Ibne Imtiaz, ndr) lo studente di “Business” che avevo conosciuto nella primavera del 2015, quando frequentava il mio corso obbligatorio. Contrariamente a quanto ho letto e sentito, non era affatto una persona colta. Semmai lo definirei uno studente senza qualità”.

In che senso?
“Uno che non partecipava attivamente durante le lezioni: non interveniva, non ascoltava, nonostante si trovasse in una classe di persone molto vivaci. Si era iscritto nell’agosto del 2014, ma a fine 2015 aveva già mollato”.

Rohan Ibne Imtiaz aveva amici?
“Non era uno che spiccava per simpatia, ingegno o socievolezza. È vero che il mio corso era obbligatorio, ma la classe era vivace. Lui, ripensandoci, sembrava vuoto. All’epoca avevo 35 studenti che ho visto per tre mesi, tre ore alla settimana. Non sapevo nemmeno che fosse figlio di uno dei leader del partito Awami”.

Che cos’altro direbbe di lui?
” Tra gli studenti c’è chi è furbo, chi cerca lo scontro, chi è simpatico ma non studia, chi si impegna, chi fa tutto con naturalezza e ha ottimi risultati. Imtiaz non rientrava in alcuna di queste tipologie. Lo ricordo come uno qualunque, nel senso diminutivo del termine, un mediocre che avevo dimenticato”.

Ci può descrivere l’università Brac?
“È un buon ateneo privato, ma non è esclusivo. A Dacca chi ha i soldi manda il proprio figlio all’estero. La Brac costa circa 60 mila taka a semestre, l’equivalente di 690 euro, abbastanza per il Bangladesh, ma non una cifra impossibile, anche perché se sei bravo hai diritto a una borsa di studio. Dire che è per ricchi è un’esagerazione”.

Pensa che potessero esserci dei reclutatori all’interno?
“Mi sembra impossibile. L’università è uno spazio controllato e sicuro. I ragazzi e le ragazze, così come i colleghi, sono votati a valori assolutamente opposti a quelli della violenza, senza contare che i bengalesi hanno una cultura profonda dell’ospitalità. Io non mi sono mai sentito fuori posto, anzi. Durante la mia permanenza il Bangladesh ha vissuto una stagione fenomenale nel cricket e tutti tifavano per la squadra nazionale. I ragazzi seguivano lo sport, ma anche la musica, il cinema, come i loro coetanei nel resto del mondo”.

Che rapporto c’era tra studenti e religione?
” Se ci fosse stato un clima di intolleranza non sarei mai stato accettato. Faccio un esempio: durante le cerimonie di laurea si leggono testi tratti da Corano, Bhagavad Gita (i canti hindù, ndr ), Bibbia, e testi buddisti. L’università è un luogo di pluralità, anche religiosa. Ci sono professori cristiani, indù, buddisti e musulmani. Tra gli studenti ci sono quelli più o meno devoti, ma non ho mai avuto la sensazione che ci fossero posizioni fondamentaliste”.

Come si spiega il coinvolgimento del suo studente nella strage di Dacca?
“Se uno si poteva annidare in uno spazio così, crollano tutte le mie certezze, ma voglio ricordare quello che mi ha scritto uno studente indù: “Prof, non abbiamo potuto salvare i nostri fratelli e le nostre sorelle. In Bangla diciamo otithi narayan, significa che l’ospite è Dio. Non ce l’abbiamo fatta a salvarli, ma alla fine sono certo che vincerà il dialogo”.

Ha mai percepito tensioni nei confronti degli stranieri?
“No. Gli scontri a cui ho assistito si sono verificati tra gennaio e febbraio 2015, tra sostenitori del governo e opposizione, in quello che è stato chiamato Oborudh, il blocco dei trasporti, ma nulla contro gli stranieri”.

Cosa pensa, dopo quanto è avvenuto?

“La strage ha avuto su di me un effetto di straniamento totale, di dolore per le vite spezzate e di rabbia per questo atto efferato. Sento una grande tristezza per quanto sta accadendo in Bangladesh: quella per me, è una seconda casa dove vorrei tornare”.

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