Russia, i cicli di Mosca e il destino di Zar Vladimir

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap677Stratfor, la nota rivista Americana di geopolitica, nel numero 1025, del 25 ottobre, pubblica un fluviale articolo di Lauren Goodrich sulla Russia (quasi 2.600 parole), che tuttavia è molto interessante. Eccone un riassunto. “Per quasi otto secoli la Russia è stata intrappolata in un largo ciclo: si solleva dal caos, si ripresenta come una potenza regionale e a volte globale, diviene aggressiva nel momento in cui il sistema vacilla, e poi cade prima di risollevarsi di nuovo. Questo ciclo dipende, più che da scelte politiche, da ineludibili costrizioni geografiche”. Per cominciare, questo è “il più grande Paese del mondo, che copre tredici fusi orari”. Il cuore della nazione va da San Pietroburgo verso sud attraverso Mosca fino alla regione del Volga”. “Una serie di pianure, vulnerabili da tutti i lati”. Ciò che ha spinto la Russia ad “espandere i suoi confini” e a creare “una zona cuscinetto fra il centro della nazione e le potenze regionali rivali”.

Ma questo ha immensi costi finanziari, militari, politici e sociali. E questo, come nel caso dell’Unione Sovietica, può condurre al collasso sociale, col perpetuo ciclo: crollo, risurrezione e fragilità dopo l’apogeo. La risurrezione si ottiene sotto il segno di una forte personalità, che propugna anche un forte senso di identità nazionale. Ecco gli esempi, di cui l’articolista ricorda la storia: Ivan III, il primo zar dei Romanov, Michele I, Pietro il Grande, Caterina di Russia, Lenin, Stalin e ora Putin. Nei momenti in cui queste grandi figure provano ad “espandere l’influenza russa, praticamente assicurando la loro stessa caduta, che sia politica, sociale, di sicurezza od economica. [E in quel periodo] Mosca tende a stringere la sua presa e a comportarsi più aggressivamente all’interno e fuori dai suoi confini”.

“Questo è il tempo della fragilità”. “Dopo il crollo sovietico”, “il Paese cadde nel caos. I servizi di sicurezza e il potere militare furono ulteriormente indeboliti dal presidente Boris Yeltsin”. E questi “nel 1998, nominò un burocrate di San Pietroburgo, Putin, come capo del nuovo KGB”. Egli pensava che, essendo un outiseder, a Mosca, Putin non sarebbe stato capace di fargli ombra. Ma questi, aiutato dai suoi fedelissimi, l’anno seguente era già primo ministro. E infine soppiantò Yeltsin come presidente. “In quel momento, Putin fu visto come un grande riformatore, che consolidò la nazione economicamente, politicamente e socialmente. Limitò energicamente il potere degli oligarchi e si impossessò delle grandi risorse economiche, strategiche per lo Stato, in particolare il settore dell’energia”.

Egli fu anche aiutato dalla fortuna, in particolare dai prezzi dell’energia. “Il pil russo salì di dieci volte tra il 2000 e il 2009. Il livello di vita russo aumentò di quattro volte, e il reddito effettivamente disponibile salì del 160%. I tassi di disoccupazione e di povertà furono ridotti di metà. E con i maggiori incassi vennero maggiori spese militari: sotto Putin la spesa per la difesa aumentò di cinque volte”. “Ciò dette la possibilità, a Mosca, di concentrarsi sui Paesi limitrofi”. Per assicurarsi che l’Ucraina e la Georgia non sarebbero state incluse nella Nato, la “Russia invase la Georgia nel 2008, e la Nato non intervenne. Nel 2010 Mosca fece pressione sull’Ucraina perché eleggesse un leader più amico della Russia. Dal 2010 al 2015 la Russia si è dilatata” ma, “malgrado la sua popolarità, la leadership di Putin comincia a mostrare segni di debolezza. Innanzi tutto, il governo ucraino amico della Russia è stato rovesciato.

Mosca ha tentato di incitare il Paese contro quello che giudicava un colpo di Stato sostenuto dall’Occidente ma i suoi tentativi hanno soltanto rivelato i limiti del potere russo. Ora la Russia ha soltanto una limitata influenza su un pezzetto dell’Ucraina orientale, tenuto dai ribelli sostenuti dalla Russia”. Inoltre ha subito e subisce una serie di sanzioni economiche. “Nel frattempo, i prezzi del petrolio sono crollati, cadendo da numeri a tre cifre al barile, a metà del 2014, al basso livello di 40 dollari al barile di oggi”. “Gli investimenti stranieri in Russia sono caduti del 50% nel 2014. Nel 2015, sono scesi quasi fino a zero. Il rublo russo è caduto del 40% nel 2014 ed è rimasto instabile nell’anno seguente, e i capitali sono fuggiti dal Paese, 160 miliardi nel 2014 e altri 85 miliardi nel 2015.

I cittadini russi stanno sopportando il peso più grande della sofferenza economica. Col declino della valuta, il 25% dei russi hanno avuto un taglio dei salari, e il 15% hanno addirittura perso il lavoro. Il salario medio è caduto al di sotto dei 450 dollari al mese, meno che in Cina, in Romania e in Serbia. In media, i russi hanno speso la metà dei loro redditi per mangiare, quest’anno. E i russi, per più della metà, pensano che la loro condizione economica peggiorerà negli anni avvenire”. “Il Cremlino ha sporadicamente ottenuto un sostegno nazionale, durante gli ultimi due anni, con l’annessione della Crimea e il suo intervento in Siria, atti contrari a ciò che desiderava l’Occidente, ma simili atti hanno soltanto momentaneamente aumentato il patriottisimo. Al contrario, la crisi economica e quella estera cominciano ad essere un notevole fardello per il governo di Putin, forzando il leader russo a divenire sempre più autoritario, come vuole il ciclo” di collassi e riprese. E “Putin potrebbe avere lo stesso destino” degli altri grandi leader.

Egli è stato capace di governare la Russia col pugno di ferro per 16 anni per la popolarità del suo governo, ma anche questa sta scivolando via. Le quote di approvazione per il governo sono cadute dal 66 al 26%, e la personale approvazione di Putin è caduta dall’88% al 74% nel corso degli ultimi due anni. Nelle recenti elezioni parlamentari in settembre, l’affluenza alla urne è stata la più bassa dalla storia post-sovietica, rivelando così una mancanza di fiducia nello strumento del voto e nel governo”. E “sotto un leader ogni giorno più autoritario, il governo ha votato una serie di leggi draconiane per reprimere il popolo russo, nel caso il dissenso dovesse trasformarsi in instabilità”. “Tutto ciò non significa che la Russia sia sul punto di crollare, significa soltanto che il Paese sta entrando nella prossima fase del suo ciclo storico, nel quale lo Stato è altamente vulnerabile e tuttavia sempre più aggressivo. Putin per conseguenza agirà mosso più da un’esigenza di sopravvivenza che da una posizione di forza”.

Sintesi e traduzione di Gianni Pardo. Se c’è un commento da fare, è quello sul destino dei popoli. In questo campo si va dal massimo di generosità, che si è manifestato nei confronti degli Stati Uniti, al massimo di sfortuna, riguardo alla Russia. Gli Stati Uniti hanno un territorio immenso e tutto utilizzabile, vicini pacifici, due oceani migliori di qualunque Stato cuscinetto e ottime comunicazioni interne, anche per l’immenso (e navigabile) bacino del Mississippi-Missouri. Inoltre, stabili tradizioni democratiche. Per la Russia tutti questi vantaggi vanno rovesciati. Il suo territorio è immenso ma per la stragrande maggioranza non vale niente, tanto che la “vera” Russia è un Paese sdraiato lungo il suo confine occidentale.

È malauguratamente sprovvisto di frontiere naturali. Le comunicazioni interne sono difficili, quando non pessime, e i governi sono tradizionalmente autoritari, anche per la necessità di tenere insieme e governare un immenso territorio. La conclusione più semplice è bene espressa con una barzelletta, che rielaboro per l’occasione. Una notte Putin sognò Dio, il quale gli disse: “Voi russi siete sfortunati. Voglio fare qualcosa per voi. Esprimi un desiderio”. Putin rispose: “Vorrei che ad ogni capofamiglia fosse regalata un’automobile nuova fiammante”. “Mi dispiace, disse Dio, non dispongo di una fabbrica. Puoi esprimere un altro desiderio?” “Per la verità, disse Putin, io vorrei che tu cambiassi la geografia della Russia, il suo clima e i suoi sbocchi sui mari caldi. La geografia è roba tua, no?” Dio si rassegnò: “Di che colore le vuoi quelle automobili?”

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