Renzi- Meloni faccia faccia in tv. Sul dopo referendum pesa incognita del voto

A cura di: Giuseppe Catapano

giucatap700Giorgia Meloni contro Matteo Renzi. A Porta a Porta è andato  in scena un duello senza risparmio di colpi. Meloni non ha lesinato  battute nei confronti del premier. E’ accaduto quando ha rimproverato  a Renzi di “aver votato 148 volte su 148” come voleva l’Unione europea e di esser ricorso all’opposizione sul bilancio per ottenere aperture da Bruxelles sulla manovra. Renzi vorrebbe intervenire per replicare, ma Meloni lo stoppa: “Non faccia tutti questi movimenti. Tanto poi mi risponde”.    La parola passa al premier, ed è un fiume in piena. “Non cadrò nel tranello che Giorgia Meloni molto amabilmente sta costruendo sul populismo e sull’Europa. Fate conto che su questo io non ci sia. Perche’ il 4 dicembre non si vota sui ‘magici sogni’ della Meloni ma sul confronto tra la situazione esistente e la riforma costituzionale”.    Quindi Renzi rievoca la festa dei giovani di An, Atreju, che Meloni ha lanciato negli anni di governo del centrodestra. “Mi ricordo che Berlusconi fece spellare le mani a tutti, compresa Giorgia Meloni, nel dire che il tran tran Camera-Senato non funziona. Ed erano tutti d’accordo”, dice Renzi imputando a Meloni di aver cambiato idea sulla riforma del bicameralismo paritario.    “Eppure- aggiunge il premier- Meloni nei dieci anni di parlamento e al governo la riforma non l’ha fatta”. Meloni prova a interromperlo. E Renzi: “E’ sempre la solita regola. Quando interrompono è perche’ sono in difficolta’”. La leader di Fdi alza gli occhi al cielo e sbuffa: “E daje…”.  Quindi, quando arriva il suo turno di parola, replica: “Io ero ministro senza portafoglio della gioventù. Lei è presidente del consiglio. Abbia pietà”.     Intanto sul fronte del dopo-voto  molti renziani ancora avvalorano la tesi di un premier pronto, qualora il No vincesse il referendum il 4 dicembre, a scendere il giorno dopo in campagna elettorale, accordando eventualmente la fiducia ad un governo politico (non guidato da un Pd ma con qualche dem di ‘seconda fascia’) non tecnico, con lo scopo di varare una nuova legge elettorale, ma per poi puntare in breve tempo alle urne e a ‘logorare’ l’accozzaglia che salirebbe sul carro dei vincitori. Ma le altre anime del partito del Nazareno – e anche molti fedelissimi del premier in verita’ – frenano. “E’ determinante – ragiona per esempio un franceschiniano – non solo se vince il no o il si’ ma soprattutto quale sarà la reazione di Renzi”. “Se vince il no avanti con il governo Renzi”, ha ribadito oggi il ministro della Cultura.  Al di là dell’esito del confronto tra Renzi e Mattarella – i due si sono visti ieri alla vigilia del Consiglio supremo di Difesa – il presidente della Repubblica, si interrogano molti dem, potrebbe prevedere anche il rinvio del premier alle Camere per valutare i numeri della maggioranza, poi sarebbe il Capo dell’esecutivo a fare ovviamente le sue valutazioni. “Ma l’obiettivo comune deve restare la stabilità del sistema”, argomentano anche nelle file centriste. Tanto che in Senato per iniziative interne all’area di centro si sta già mettendo in conto – come piano B – una ‘mission’ di salvaguardia nazionale nelle truppe del centrodestra.     Discorsi ovviamente prematuri, in primo luogo perche’ il presidente del Consiglio punta all’obiettivo e per raggiungerlo ora si sta concentrando sulle aree dove il fronte del Si’ e’ piu’ forte (tipo in Emilia e Toscana), per arrivare all’en plein in quelle regioni. Renzi è convinto quindi che il pacchetto costituzionale taglierà il traguardo ed è tutto il Pd (tranne la minoranza) a seguirlo. Il premier però ha messo in chiaro che nel caso il sì dovesse fallire non farà parte di governicchi e tuttavia un’ala del Pd sotto traccia mira a puntellare la solidità della maggioranza in ogni caso, dice no ad una deviazione dal percorso verso una battaglia anti-sistema, ritiene che il pericolo sia Grillo e che occorra scommettere sul ‘fronte del si” anche dopo la consultazione.

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