Trump,uomo di parola: America fuori dagli accordi di Parigi

Donald Trump si dimostra un uomo di parola: così come promesso in campgna elettorale,ha deciso di condurre gli Stati Uniti fuori dell’Accordo di Parigi, al cui successo – nel dicembre 2015 – aveva fortemente contribuito l’azione del suo predecessore alla Casa Bianca, Barack Obama.

download.jpgLe rigide posizioni di Trump sul clima hanno avuto l’effetto di spaccare il G7 riunitosi a Taormina. Nonostante dai primi giorni della sua campagna elettorale, la retorica del neo-eletto presidente fosse chiaramente contro ogni tentativo di rafforzamento della cooperazione globale in materia climatica, la comunità internazionale probabilmente sperava di poter smorzare la veemenza trumpiana sul tema.
Ma alla fine, i sei leader di Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia e Regno Unito hanno dovuto prendere necessariamente atto di una situazione probabilmente senza via

 

di ritorno e spaccare con modalità senza precedenti la posizione del Gruppo su un tema di così grande rilevanza per il destino dell’umanità. Anche Papa Francesco, autore

dell’enciclica “Laudato si”, aveva provato ad ammorbidire la posizione di Trump regalandogli pubblicamente un volume sui cambiamenti climatici. Evidentemente, anche lui senza successo. L’elezione di Macron in Francia, e la sua decisione di nominare un ministro per la Transizione Ecologica (anziché per l’Energia) offre una chiara spinta propulsiva verso una ancora maggiore ambizione europea su questi temi.

Ma l’Europa non è più sola in questa battaglia globale, anzi. Perché se gli Stati Uniti, entrati nel club grazie alla sensibilità di Obama, se ne escono sbattendo la porta, ecco che nuovi attori internazionali annunciano (e dimostrano) di voler partecipare seriamente alla partita climatica. Cina e India hanno infatti iniziato a muoversi in questo contesto, con Pechino (principale responsabile delle emissioni con il 29% del totale) fortemente impegnata in un percorso di decarbonizzazione tanto necessario a livello domestico

 

quanto benvenuto sul piano globale. Non dimentichiamo che l’impegno cinese, in partnership con gli americani, è stato tra i principali driver del successo dell’Accordo di

Parigi. Purtroppo per Trump, l’azione cinese non si limita alla promozione di politiche di decarbonizzazione in ambito domestico. Nel 2016, mentre il presidente americano progettava di smantellare l’Epa, Pechino ha investito 32 miliardi di dollari in energie rinnovabili all’estero, tanto in paesi industrializzati come Germania e Australia, quanto in economie emergenti come Brasile, Cile, Indonesia, Egitto, Pakistan e Vietnam. Perché il cambiamento climatico è, volenti o nolenti, anche business.

Le dimensioni del mercato interno e l’aggressività commerciale della Cina sul piano internazionale possono garantire alle aziende cinesi vantaggi comparati eccezionali nei confronti dei competitor occidentali. Da un lato ciò posiziona il Paese in prima fila nello sviluppo, produzione e commercializzazione di una serie di tecnologie destinate a una diffusione esponenziale su scala globale. Dall’altro, assicura un potente strumento di penetrazione politica, economica e sociale in aree e regioni chiave per gli interessi geostrategici di Pechino.Nel mezzo di questa straordinaria rivoluzione tecnologica e industriale, stride l’obiettivo della Casa Bianca di salvare circa 50mila posti di lavoro nel settore del carbone, il cui numero di addetti (così come l’utilizzo della materia prima) è in costante e inesorabile declino.

fonte:affarinternazionali.it

a cura di Maria Parente

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