Qatar: nel Golfo, una crisi tra strategia e tattica

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La crisi diplomatica che ha caratterizzato le ultime settimane nel Golfo e culminata con la decisione del 5 giugno dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti di tagliare completamente i rapporti con il Qatar è senza precedenti.In primis perché la crisi spacca a metà il Consiglio di Cooperazione del Golfo: mentre il Bahrein (con Egitto e Yemen) ha a sua volta tagliato i rapporti con Doha, il Kuwait si è proposto come mediatore, con frequenti visite dell’amiro Al Sabah a Doha, e l’Oman non ha pubblicamente preso posizione, ma ha mandato il suo ministro degli Esteri Yusuf bin Alawi a rendere visita all’emiro qatariota il 5 giugno stesso.Secondariamente questa crisi risulta molto più dura rispetto a qualsiasi divergenza passata – inclusa quella datata 2014 quando Riad, Abu Dhabi e Manama ritirarono i loro ambasciatori da Doha per 8 mesi – perché comprende la chiusura dei confini terrestri e il divieto di utilizzo degli spazi aerei e marittimi dei Paesi coinvolti. Per l’Emirato, un piccolo Stato estremamente globalizzato, queste mosse sono particolarmente problematiche. La sua economia è strutturalmente intrecciata con quella delle altre monarchie del Golfo: ad esempio, riceve il 40% del suo fabbisogno alimentare attraverso il confine con l’Arabia Saudita.
Inevitabile chiedersi quali possano essere le ragioni scatenanti di tali risoluzioni. Nominalmente agenti scatenanti sarebbero stati commenti conciliatori nei confronti del ruolo regionale dell’Iran pronunciati dall’emiro del Qatar, il giovane Tamim Al Thani, apparsi sul sito dell’agenzia di stampa nazionale Qatar News Agency lo scorso 24 maggio. Tali commenti hanno scatenato un’intensa offensiva mediatica da parte di media sauditi ed emiratini, che è proseguita anche dopo la dichiarazione di Doha che i commenti erano stati pubblicati da un hacker.
Inoltre fonti locali sostengono che Doha abbia finanziato l’hackeraggio il 3 giugno della casella email del potente ambasciatore di Abu Dhabi a Washington, Yousef Al Otaiba, mettendo alla luce il suo coordinamento politico con fondazioni americane filo-sioniste e tra cui la Foundation for Defense of Democracies (FDD), impegnata a Washington in una importante campagna di lobbying anti-Fratelli Musulmani. Avviene inesorabilmente la rottura dei rapporti e la chiusura dei confini con l’accusa a Doha di sostenere il terrorismo internazionale. L’argomentazione, di grande presa mediatica soprattutto per l’audience occidentale, è stata accolta anche dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che l’ha strumentalizzata come un successo della sua recente campagna retorica anti-terrorismo a Riad. Nonostante il viaggio di Trump sembri effettivamente legato alla crisi, le connessioni sembrano del tutto diverse da quelle dichiarate. Il Vertice di Riad ha rilanciato l’asse Usa-Arabia Saudita, saldando il rapporto con il vice-principe della corona saudita Mohammad bin Salman, attuale architetto della politica estera e di difesa saudita, e con Mohammad bin Zayed, principe della corona degli Emirati Arabi Uniti e leader della politica estera di Abu Dhabi soprattutto nella sua linea anti-Fratelli Musulmani.
La strategia di pressione sul Qatar acquista un senso strategico più chiaro se analizzata nel contesto del disegno di schiacciare il dissenso interno in vista della grande campagna anti-iraniana lanciata dal Summit e del supporto incondizionato ricevuto dal presidente Trump. In questo senso questa crisi rappresenta in buona parte un sottoprodotto di politiche estere divergenti tra Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita in Egitto, Libia e Siria dopo il 2011.Il vero rischio è che, se la crisi dovesse proseguire a lungo, si potrebbero incrinare altri rapporti – la Turchia, alleato di ferro del Qatar e ostile agli Emirati, difficilmente potrà evitare di restare coinvolta – o prendere misure da cui sarebbe arduo tornare indietro. Probabilmente anche per questo l’offensiva contro il Qatar è stata così intensa: l’obiettivo è giungere ad una capitolazione rapida e decisiva e, probabilmente, lanciare un messaggio ad altri Paesi dissidenti, primo tra tutti l’Oman.

 

 

 

 

fonte:affarinternazionali.it

a cura di Maria Parente

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