UE: basta con lo spreco alimentare

Secondo la Fao, più di un miliardo di tonnellate di cibo sono sprecate ogni anno, per cause diverse, nei Paesi sviluppati  e in quelli in via di sviluppo.
La proposta di direttiva della Commissione sui rifiuti (di cui lo spreco alimentare fa parte) prevede tra le altre misure: la creazione di una metodologia comune entro il 2017 volta a misurare il fenomeno ed effettuare comparazioni tra i diversi Stati membri; la definizione di una chiara gerarchia del cibo che metta al primo posto il consumo umano rispetto alla sua conversione in mangime per animali o alla produzione di prodotti non edibili (biocarburanti, ecc.); la riduzione dello spreco nel settore primario, nella distribuzione, nella ristorazione e a livello domestico.

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La proposta della Commissione ha suscitato inevitabilmente delle critiche da parte di vari attori. Non sarà facile raggiungere un accordo su una definizione condivisa di spreco e perdite alimentari e sulla metodologia di calcolo. Gli attori del terzo settore per esempio vorrebbero che oltre a misurare la quantità di cibo sprecato o perso nel corso della filiera si calcolasse anche la quantità di cibo recuperato. La misurazione dovrebbe coinvolgere inoltre gli sprechi e le perdite generate nel settore primario, dove spesso i produttori sono costretti a produrre fino al 30 per cento in più per rispettare i loro contratti.Sul fronte della donazione del cibo ci sono poi problemi importanti relativi al rispetto dei princìpi igienico-sanitari del cibo donato, soprattutto nel caso di cibi freschi per i quali bisogna garantire la tutela della catena del freddo e che richiedono strutture di cui le associazioni di volontari non necessariamente dispongono.
Infine le linee guida europee devono a tutti i costi evitare che si arrivi a creare due categorie di individui: una che ha accesso a cibo sano e nutriente e una che può essere nutrita solo con le donazioni di surplus di cibo. L’obiettivo finale deve essere quello di rendere il sistema di produzione del cibo sempre più sostenibile, facendo sì che gli sprechi e le perdite alimentari cessino di costituire un elemento quasi intrinseco al sistema di produzione alimentare.

Il tema ha suscitato una grande reazione non solo di istituzioni nazionali e internazionali, ma anche della società civile. Non è un caso che esso sia stato inserito nella “Carta di Bologna per l’ambiente”, firmata l’8 giugno durante uno dei tanti eventi collaterali alla ministeriale del G7 sull’Ambiente dell’11 e 12 giugno.
Nel frattempo Francia e Italia hanno già compiuto i passi più significativi a livello normativo nella lotta allo spreco alimentare. Entrambi hanno infatti emanato leggi molto importanti anche se gli approcci utilizzati differiscono in modo significativo. La Francia ha adottato una legge piuttosto punitiva, volta ad eliminare la piaga del surplus di cibo  invenduto e letteralmente distrutto praticata da alcuni grandi supermercati. È stato quindi istituitol’obbligo per i supermercati dalla superficie di almeno 400 metri quadri di donare il surplus di cibo a enti caritatevoli, con multe fino a 3.750 euro per i trasgressori.
In Italia invece, la recente legge Gadda ha visto il coinvolgimento di numerosi attori, con l’obiettivo di semplificare le procedure per la donazione del surplus di cibo, attraverso incentivi fiscali (come la riduzione della Tari) per chi dona cibo ad enti caritatevoli, ma anche intervenendo sul tema delle etichette (si pensi alla differenza spesso poco chiara al consumatore tra “scade il” e “consumarsi preferibilmente entro”) e costituendo un tavolo di confronto a livello di ministero dell’Ambiente per coordinare i vari attori coinvolti.
fonte: affarinternazionali.it

a cura di Maria Parente

 

 

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