Blitz antimafia in 4 regioni: 23 arresti

ROMA – Operazione antimafia con arresti in quattro regioni e sequestro record di beni e aziende per 280 milioni di euro nella capitale. Nelle province di Roma, Napoli, Milano e Pescara, i carabinieri del comando provinciale di Roma, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip presso il Tribunale di Roma su richiesta della locale Dda, nei confronti di 23 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di appartenere a due distinte associazioni per delinquere finalizzate all’estorsione, l’usura, il riciclaggio, l’impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, e il fraudolento trasferimento di beni o valori. All’operazione hanno partecipato anche i finanzieri del Nucleo polizia tributaria di Roma. La figura “imprenditoriale” di Vitigliano emerge a partire dal 2011, in concomitanza con la sua scarcerazione da Rebibbia, dove era detenuto per traffico internazionale di stupefacenti tra l’Olanda e l’Italia. Da quel momento, Vitagliano erige un vero e proprio impero, creando attorno a sé un’articolata organizzazione criminale dedita al riciclaggio e al consequenziale reimpiego di proventi illeciti. Ecco, dunque, l’aumento esponenziale degli investimenti del gruppo facente capo a Vitagliano in bar, ristoranti, gelaterie, pasticcerie, sale slot e tabacchi, gestiti tramite società intestate a prestanome e a congiunti.Le indagini hanno accertato rapporti per il riciclaggio di denaro sporco tra Gaetano Vitagliano e Davide Siciliano, detto “Capitone”, noto esponente del clan camorristico Amato-Pagano, detenuto per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti aggravata dal metodo mafioso. A tenere i contatti tra Vitagliano e il camorrista detenuto, Luigi Siciliano e Gennaro Capasso detto “Genny”, rispettivamente fratello e cognato di Davide Siciliano.

Dalle intercettazioni, gli appostamenti e gli accertamenti bancari, la ricostruzione del modus operandi. Vitagliano usava i grandi capitali accumulati col narcotraffico per acquisire numerosi locali a Roma e Milano. Il denaro veniva ripulito passando attraverso società “fantasma”, anche con la complicità di quattro funzionari di banca infedeli, due dei quali tratti in arresto. Una volta sterilizzati, i capitali fluivano nel circuito legale, tramite società create per la gestione degli esercizi commerciali, tutte fittiziamente intestate a terzi. Allo stesso modo Vitagliano riciclava i proventi illeciti della famiglia Siciliano, da cui riceveva denaro “sporco” che restituiva dopo averlo ripulito mediante cambiali e assegni bancari emessi da imprenditori compiacenti tra cui Giampiero Mei, uno degli arrestati.Ed è proprio per il tramite dell’imprenditore Scanzani che Vitagliano si lega alla seconda organizzazione criminale, capeggiata da Giuseppe Cellamare, elemento di spicco della Sacra Corona Unita trasferito sotto protezione a Monterotondo, hinterland romano. Dove Cellamare ricostruisce il suo gruppo criminale, particolarmente violento e attivo nell’estorsione e usura con il metodo mafioso e nel successivo impiego dei proventi illeciti in bar e sale giochi, ancora intestati a prestanome. All’organizzazione è stato sequestrato un vero e proprio arsenale, costituito da armi e munizioni comuni e da guerra.

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