Yara, l’ultima difesa di Bossetti: «Poteva essere mia figlia »

 

Brescia- Oggi si chiude il secondo atto del processo per l’omicidio di Yara Gambirasio, davanti alla Corte d’Assise d’Appello del tribunale di Brescia. Massimo Bossetti, in primo grado, era stato condannato all’ergastolo e, ora attraverso i legali, fa sapere di «confidare» nella possibilità che i giudici gli «diano finalmente retta». Il procuratore generale, Marco Martani, ha chiesto la conferma della pena e, in più, per il reato di calunnia, per il quale Bossetti era stato assolto in primo grado, ha chiesto l’isolamento diurno per sei mesi. I difensori di Bossetti, gli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporino, durante la loro arringa hanno cercato di smontare la «prova regina» a carico dell’operaio di Mapello: il suo dna nucleare trovato sugli slip e i leggins della ragazza. Non solo hanno messo agli atti una foto satellitare che porta la data del 24 gennaio 2011, un mese e due giorni prima del ritrovamento del corpo di Yara nel campo di Chignolo d’Isola. «L’immagine – hanno spiegato – mostra l’esatto punto del ritrovamento del corpo della vittima che, tuttavia, parrebbe non essere identificabile».Le foto satellitari, secondo il Pg, «non provano nulla». Per l’accusa, il cadavere di Yara è stato lì per tre mesi, e il «cadavere è stato lasciato nel luogo stesso dove è stato uccisa, e Yara è stata uccisa la sera stessa». E tutto ciò è dimostrato dall’esame autoptico che ha individuato «una serie di elementi che ci portano al campo. Non ci sono elementi, invece, che dimostrerebbero che Yara è stata uccisa in altro luogo e poi portata in quel campo. Non ci sono segni di lacci ai polsi o alle caviglie, nessuna violenza sessuale e non è mai stato richiesto un riscatto». Inoltre la risoluzione delle immagini «è tale da non permettere di vedere un cadavere. È come trovare un ago nel pagliaio».

La difesa del carpentiere di Mapello è tornata con forza, durante l’arringa, sulla prova del Dna che, secondo loro, «non è» quello di Bossetti. «Andiamo a fare la perizia sul Dna», ha detto in aula l’avvocato Salvagni. «È stata detta una cosa sbagliata e fuorviante sull’elemento cardine», cioè sul dna: «Questo dato così roboante e sensazionale è un dato sbagliato». «Ma si può condannare un uomo – ha chiesto retoricamente – sulla base di queste incertezze? Perché su 101 “amplificazioni” (prove di Dna, ndr.) 71 sono riconducibili a lui? Cosa che comunque non è vera. Si può condannare un uomo con queste incertezze sul dna mitocondriale? Ritengo che si possa arrivare a una condanna solo dopo aver tentato in tutto e per tutto di toglierci questi dubbi». «Il punto – ha aggiunto il difensore – è che quel Dna ha talmente tante criticità, che sono più i difetti che i marcatori». Sulla prova del dna prodotta durante il processo di primo grado «c’è assoluta certezza», ha ribadito, invece, il procuratore generale, Marco Martani, durante la sua requisitoria. «La tipicizzazione del dna, prima attribuita a Ignoto 1 – ha spiegato il pg – e poi a Bossetti, è stata fatta correttamente e processualmente utilizzabile. La probabilità scientifica che diventa assoluta certezza». Il pg, inoltre, ha spiegato che «raramente nella mia carriera ho visto risultati di ottimizzazione statista così rassicuranti». Infine il pg ha spiegato che il «dna nucleare identifica in maniera certa un certo individuo e solo quello», e ha aggiunto che è «grottesco pensare, come ha fatto la difesa, che il dna ritrovato sugli slip di Yara sia stato costruito ad hoc per incastrare qualcuno». Per il pg, insomma, «non è stato tralasciato nulla, altrimenti non si sarebbe mai arrivati a questo processo. È stato fatto uno sforzo unico e raro nella storia investigativa italiana».

Il capo «di imputazione – ha concluso il pg – è sufficientemente dettagliato, la ricostruzione della responsabilità di Bossetti è ineccepibile, completa e logica», per questo ha chiesto la conferma della condanna in primo grado: ergastolo.La difesa, invece, da parte sua sottolinea che per condannare Massimo Bossetti nel processo di appello «dobbiamo essere sicuri che è colpevole. Se permangono dei dubbi, dovete assolvere. Questo è il nostro ordinamento». L’avvocato Salvagni, poi, ricorda una frase detta in occasione della sentenza del giocatore di football O.J. Simpson, assolto dall’accusa di aver ucciso la moglie, e cioè: «Credo che probabilmente sia stato lui ma non ci sono abbastanza prove». «Questo è lo stato di diritto – ha detto il difensore – il baluardo che non deve essere sorpassato». Secondo il legale, ci sono troppe incongruenze, «non ci si può accontentare di risposte filosofiche. Qui c’è in ballo la vita di un uomo. Questo non vuol dire dimenticarsi di Yara. Ma al contrario, significa volere per Yara il vero responsabile di questo omicidio».

a cura di Maria Parente

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