Delitto Yara, confermato l’ergastolo a Bossetti

Dopo oltre 15 ore di camera di consiglio, i giudici della Corte d’assise d’appello di Brescia hanno confermato l’ergastolo a Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio. In lacrime lui e la moglie. I legali del muratore di Mapello parlano di «clamoroso errore giudiziario» e annunciano ricorso in Cassazione. «Giustizia è stata fatta», afferma invece l’avvocato di parte civile. Bossetti dopo la sentenza ha pianto, così come la moglie, Marita Comi e sua madre Ester Arzuffi. Il muratore si era difeso ieri nelle dichiarazioni spontanee, ribadendo la sua innocenza: ha detto di essere vittima «del più grande errore giudiziario di tutta la storia» e della ragazzina morta ha detto: «poteva essere mia figlia, la figlia di tutti noi. Neanche un animale avrebbe usato tanta crudeltà». Poi ha concluso: «Non sono un assassino, mettetevelo bene in testa».

La difesa aveva chiesto l’assoluzione o la ripetizione dell’esame del Dna. «Siamo disponibili a metterci la faccia e Bossetti ci metterà il suo sangue, ma dateci questi accertamenti per comparare il Dna dell’imputato con la traccia genetica trovata sul cadavere», avevano chiesto con forza, inascoltati, i suoi legali. «Altrimenti – hanno aggiunto – Bossetti va assolto».Per l’accusa, invece, è «ineccepibile» la sentenza con cui la Corte d’Assise di Bergamo, un anno fa, lo aveva condannato all’ ergastolo per l’omicidio della tredicenne. Dalla prova del Dna è arrivata la «assoluta certezza» della sua responsabilità; più una serie di indizi che fanno da corollario: il suo furgone nelle immagini delle telecamere nei pressi della palestra da cui Yara scomparve, le fibre trovate sul corpo della ragazza, compatibili con quelle dei sedili del Fiat Daily del muratore. Da qui la richiesta della conferma del carcere a vita e anche di sei mesi di isolamento diurno per aver “incolpato” un collega, cercando di indirizzare le indagini su si lui. Dalla presunta calunnia Bossetti era stato assolto in primo grado. E così è stato anche in appello. La Corte d’Assise d’Appello ha insomma accolto in pieno quanto formulato nella sentenza di primo grado.

a cura di Maria Parente

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