60 anni fa moriva Curzio Malaparte, il dandy che odiava D’Annunzio e amò Capri

Il 19 luglio 1957 muore Curzio Malaparte, erede intellettuale di D’Annunzio. Ma lo fu davvero? Questo legame, anche solo supposto, lo caratterizzerà per tutta la vita: alcuni definirono Malaparte “un D’Annunzio volgare e deteriore, in formato ridotto”, anche se lui stesso considerava il Vate “meno di zero”. Ma è forse proprio a partire da questo semplicistico parallelismo attraverso il quale per anni è stata letta la sua opera che è possibile, a sessant’anni dalla sua morte, riscoprire chi fu, davvero, Curzio Malaparte.

Lo scrittore pratese percorse con ancora più determinazione e caparbietà la strada tracciata da D’Annunzio, sia nei riferimenti letterari che nella vita vissuta come in un salotto mondano: ma Malaparte fu uomo estremamente più complesso, ridondante in certi aspetti ma anche minimale in altri. Dalla scrittura alla vita privata, Malaparte fu forse, ancor più che D’Annunzio, il vero specchio di cosa voleva dire essere “intellettuali” negli anni Trenta. O almeno, di cosa voleva dire scegliere di essere un determinato “tipo” di intellettuale.

Sostenitore di una “rivoluzione” che nel fascismo vedeva la sua più alta realizzazione e nella marcia su Roma il preludio del suo compimento, Malaparte ben presto si allontanò dal regime pur rimanendo intimo amico di alcuni dei suoi protagonisti più controversi. Dalla collaborazione con gli Alleati negli anni Quaranta all’avvicinamento al Partito Comunista dopo la guerra il passo fu breve: “A un matrimonio vuole essere la sposa, a un funerale il morto”, disse qualcuno.

 

“È la sola città del mondo che non è affondata nell’immane naufragio della civiltà antica. Napoli è una Pompei che non è stata mai sepolta. Non è una città: è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno. Napoli è l’altra Europa. Che, ripeto, la ragione cartesiana non può penetrare. Non potete capire Napoli, non capirete mai Napoli.”

a cura di Maria Parente

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