Libia/Italia: la missione navale e la Legge sulle missioni internazionali

Il Consiglio dei Ministri del 28 luglio ha varato la missione della nostra Marina Militare nelle acque libiche allo scopo di contrastare il traffico illegale di migranti e di addestrare la guardia costiera libica. A quanto risulta, c’è stata una precisa richiesta del Governo libico facente capo ad al-Serraj, peraltro prontamente smentita, ma poi riaffermata, per quanto riguarda l’ingresso di navi italiane in acque libiche, territoriali ed interne. Di nuovo membri del Governo e/o dell’ambiente militare hanno smentito che la Marina italiana possa entrare in acque libiche per la lotta agli scafisti senza un permesso ad hoc e dato di volta in volta. Piroette quasi quotidiane!

La Legge 145/2016
Le missioni internazionali, sia quelle che riguardano la partecipazione italiana a missioni Onu, Nato o Ue, sia quelle intraprese singolarmente, necessitano, dopo l’entrata in vigore della Legge 145/2016, dell’autorizzazione parlamentare.Ora l’iter è molto preciso e irto di paletti a garanzia delle prerogative del Parlamento e la L. 145, inutile nasconderlo, ha imbrigliato severamente l’azione governativa. La missione deve essere deliberata dal Consiglio dei Ministri. previa comunicazione al presidente della Repubblica ed eventuale convocazione del Consiglio supremo di difesa. La delibera del Consiglio viene trasmessa alle Camere che, con appositi atti di indirizzo (mozione o risoluzione), autorizzano ovvero negano lo svolgimento della missione. L’autorizzazione può essere sottoposta a condizioni, ad esempio con la formulazione di caveat per quanto riguarda le modalità. Senza l’assenso parlamentare la missione non può essere effettuata.

La deliberazione governativa deve essere molto precisa e contenere tutti gli elementi che mettano in grado il Parlamento di esprimere un giudizio sulla congruità della missione, autorizzandola o negandola. Il Governo deve infatti indicare:

  1. L’area geografica d’intervento;
  2. Gli obiettivi;
  3. La base giuridica di riferimento;
  4. La composizione degli assetti da inviare e il numero massimo delle unità di personale coinvolte;
  5. La durata programmata e il fabbisogno finanziario per l’anno in corso in cui si svolge la missione.

Inoltre la missione deve aver luogo nel rispetto:

  1. a) dei principi stabiliti dall’art. 11 della Costituzione,
  2. b) del diritto internazionale generale,
  3. c) del diritto internazionale umanitario,
  4. d) del diritto penale internazionale.

I nodi principali della missione libica
Senza conoscere i dettagli della missione, è difficile pronunciarsi sulla sua conformità alla L. 145. A nostro parere le questioni principali sono due.

La prima riguarda il consenso dell’avente diritto, cioè dello stato Territoriale – in questo caso, la Libia -. La sua mancanza, in assenza di una risoluzione autorizzativa del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, renderebbe la presenza delle nostre navi nelle acque territoriali libiche illegittima e non conforme al diritto internazionale generale.

La questione non è di poco momento per due motivi: sia perché il Governo Serraj è solo un ente fiduciario, legittimato dalle Nazioni Unite, ma la cui effettività è scarsa; sia perché non mancano affermazioni contraddittorie, come è avvenuto di recente, con cui il governo Serraj ha affermato, poi negato, e successivamente confermato di avere prestato il consenso. Si badi bene che il consenso potrebbe essere ritirato in qualsiasi momento, rendendo illegittima la presenza italiana. Quanto all’effettività del Governo Serraj basti pensare al suo diretto competitor, Generale Heftar, e ad altri signorotti della guerra e capitribù che controllano vaste porzioni del territorio libico.La seconda questione riguarda la conformità dell’operazione libica ai diritti dell’uomo, una delle condizioni richieste dalla L. 145. E’ certamente conforme ai diritti dell’uomo l’addestramento della guardia costiera libica e l’aiuto a sconfiggere il traffico illegale di migranti. Non lo è, stando ad una giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, il respingimento di migranti e rifugiati verso le coste libiche. Non sarebbe un alibi far fare il “lavoro sporco” ai libici, poiché si potrebbe configurare una nostra corresponsabilità nell’illecito.

 

a cura di Maria Parente

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