Ue: un’atmosfera di forzato immobilismo, ma non pessimista

Un’atmosfera di forzato immobilismo pervade l’Unione europea alle soglie di settembre. Tutto, o quasi, è fermo in attesa della fatidica data del 24, giorno delle elezioni generali in Germania. È un appuntamento, spiace riconoscerlo, di gran lunga più importante dangela-merkel.jpgelle elezioni del Parlamento europeo, che spostano di ben poco il discorso sul futuro dell’Unione. Il che la dice lunga sul ruolo che gli Stati, grandi o piccoli che siano, giocano oggigiorno all’interno dell’Ue.Va anche detto, tuttavia, che la stessa atmosfera è meno pessimista di quanto ci si aspettasse solo qualche mese fa, allorquando l’ondata anti-Unione sembrava prevalere. Le elezioni in Austria, Olanda e Francia hanno parzialmente allontanato lo spettro di un progressivo sgretolamento dell’Ue, ancora sotto lo shock della Brexit. Ciò non significa che nazionalismo, sovranismo, euro-scetticismo, e via declinando, siano scomparsi dallo scenario politico, ma almeno ci avviciniamo alle elezioni tedesche nella speranza che “Mutti” Merkel confermi con un buon risultato uno stop deciso all’anti-europeismo.Ma va anche subito aggiunto che se questo prevedibile risultato positivo in Germania (che non muterebbe nel caso, ormai altamente teorico, di una vittoria di Martin Schulz) significasse poi immobilismo sui temi europei, allora la via verso la frammentazione dell’Unione riprenderebbe con tutto il suo negativo vigore.

Le opzioni, e le preoccupazioni, tedesche
A preoccupare un po’ è innanzitutto il fatto che il tema Europa non è molto presente nel dibattito elettorale tedesco, come se l’opinione pubblica di quel Paese fosse infastidita dall’assedio che la Germania sta subendo da tempo da parte dei suoi partner a Sud, che chiedono meno austerità, e da quelli dell’Est (il gruppo di Visegrad), che mettono in dubbio il valore dell’integrazione e guardano alla Brexit con malcelata simpatia.In secondo luogo rimane il dubbio sul tipo di coalizione che emergerà dalle elezioni tedesche. Dato per scontato che Angela Merkel non potrà, in caso di vittoria, governare da sola, un’eventuale coalizione con i liberali rischierebbe di indurire ancora di più i rapporti con i partner del sud e con la Francia sul tema delle garanzie bancarie e della disciplina fiscale. Diversa la situazione se si dovesse ritornare ad una ‘Große Koalition’ con i socialdemocratici.

I dossier aperti europei: tanti e complessi
Ma a parte queste prospettive politiche interne, la questione vera è che sul tavolo di Bruxelles il numero e l’importanza dei dossier aperti è a dir poco drammaticamente complessa. Brexit, ripensamento dell’Uem, terrorismo, immigrazione, sicurezza e difesa europea attendono una risposta da parte delle istituzioni dell’Unione, a cominciare dal Consiglio europeo che, come è noto, domina largamente i giochi.Il guaio è che sui singoli dossier le posizioni dei 27 non sono del tutto convergenti. Basti solo guardare alla questione dell’immigrazione o dei rapporti con la Libia per rendersi conto che i punti di vista sono abissalmente divergenti. In attesa di comprendere la validità degli accordi raggiunti a Parigi lunedì 28 agosto, l’Italia è rimasta fino ad oggi sola, tanto da essere stata obbligata negli ultimi tempi a lanciare un’operazione navale a sostegno della guardia costiera libica per frenare un’immigrazione ormai fuori controllo.

Libia: l’Italia si muove sul filo del rasoio e da sola
È chiaro tuttavia che ci stiamo muovendo sul filo del rasoio, malgrado le massicce dosi di realpolitik, ispirate dal ministro dell’Interno Marco Minniti. Il suo sforzo rischia di essere fragile proprio alla luce della solitudine con cui il nostro governo è costretto a muoversi. A latitare di più è proprio l’Europa. Si pensi che la missione navale Ue Sophia doveva fare esattamente, nella sua terza fase operativa, le stesse cose che oggi fa la nostra marina di fronte alle coste di Tripoli. Peccato che la terza fase non sia mai decollata. L’Ue dovrebbe inoltre vegliare sulla lunga costa della Libia (circa 3000 km) per filtrare l’immigrazione africana: esiste infatti un’operazione Eubam Lybia. Peccato, anche in questo caso, che i componenti della missione si siano acquartierati in Tunisia, in attesa di tempi migliori sul piano della sicurezza in Libia. Ed infine l’Ue dovrebbe varare un grande prestito per costruire e trasformare gli indecenti ‘campi di accoglienza’ in Libia. Alla Turchia per gestire sul proprio territorio l’immigrazione siriana sono stati concessi 6 miliardi di euro. Alla Libia, per ora, 90 milioni.C’è quindi da chiedersi come sia possibile ri-orientare in senso comunitario una questione che vede i nostri partner europei muoversi in ordine sparso.

La Merkel e l’ambizione della responsabilità
Lo stesso si può dire anche per gli altri temi oggi sul tavolo dei 27. Per uscirne è abbastanza evidente che ci si aspetta un qualche ruolo guida e di maggiore responsabilità da parte della Germania. La speranza di tutti è che una Cancelliera giunta al suo quarto mandato abbia finalmente l’ambizione di prendersi questa responsabilità. In realtà si tratta di una riflessione che abbiamo sentito fare anche in occasione delle precedenti rielezioni della Merkel.Oggi a darci qualche motivo di fiducia in più concorrono alcuni elementi. Il primo è che per Angela Merkel la prossima legislatura potrebbe essere l’ultima: così facendo, raggiungerebbe il record di Kohl di 16 anni al potere. Il secondo, e ben più consistente motivo, è la coincidenza di una quasi-sincronizzazione al potere per quattro anni della Merkel e del presidente francese Emmanuel Macron, proprio nel periodo in cui la Gran Bretagna sta allontanandosi e altri stati membri, Polonia e Ungheria, danno segnali di progressivo distacco dall’Unione. Il ritorno al vecchio modello di tandem franco-tedesco può quindi avere una sua ragione d’essere. Un terzo motivo è che nelle previsioni di alcuni economisti, l’economia tedesca, che ha ottenuto enormi vantaggi dall’esistenza di un’eurozona “alla tedesca”, stia perdendo alcuni gradi di competitività e veda al contempo crescere le disuguaglianze interne. Potrebbe essere questa l’occasione per un ripensamento molto più coraggioso dell’eurozona, con un proprio bilancio autonomo, un diverso sistema parlamentare di controllo, un ministro per l’eurozona e un rapporto più bilanciato fra risk reduction e risk sharing.Detto questo, per il tandem franco-tedesco sarà molto difficile creare un consenso interno al Consiglio. Una vecchia prassi dell’Unione sarà quindi quella di mettere assieme in un unico pacchetto i vari dossier, in modo da accontentare la maggior parte dei 27. Ma oltre a ciò, sarà necessario avere il coraggio di percorrere fino in fondo le diverse forme di cooperazioni rafforzate previste dai trattati o inventarsene, se necessario, di nuove. Insistere per tenere nello stesso gruppo tutti i 27 significherebbe avviare l’Ue verso un inevitabile declino.

fonte:affarinternazionali.it

a cura di Maria Parente

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