Istat, Banca d’Italia: l’economia di regioni ed enti locali

44577-320x225“La facoltà degli enti di indebitarsi è limitata al finanziamento degli investimenti ed è soggetta a vincoli specifici. Le Amministrazioni locali gestiscono all’incirca un quinto delle entrate tributarie e il 30 per cento della spesa dell’intero aggregato delle Amministrazioni pubbliche; esse rispondono di una quota pari al 4 per cento del debito pubblico complessivo”.
Lo scrive la Banca d’Italia nella sua relazione sull’economia delle regioni italiane.
Nel contempo l’Istat pubblica i dati sui bilanci degli Enti locali riferiti al 2015: le entrate complessive accertate per le amministrazioni comunali sono state 86,6 miliardi di euro (+4% rispetto al 2014), con una capacità di riscossione del 71,7% (+2,5 punti percentuali). Le riscossioni ammontano a 78,4 miliardi, con le entrate tributarie che rappresentano il 46,2% del totale riferisce l’Istat.
Le spese impegnate sono pari a 83,4 mld di euro (+3,9%), in prevalenza per beni e servizi (36,6%) e per il personale (17%). Sono in aumento le spese per investimenti in opere (+10,2%). Le entrate correnti superano le spese di 6,8 miliardi.
La Banca d’Italia fornisce i dati sulla spesa primaria nei territori nel periodo 2013-15: la spesa primaria riferibile al Mezzogiorno è stata pari a circa 11.000 euro pro capite, contro gli 11.800 nella media delle regioni del Centro Nord. Il divario a sfavore del Mezzogiorno è essenzialmente ascrivibile alle prestazioni sociali (4.440 euro pro capite al Sud, contro i 5.700 del Centro Nord) e in particolare alla spesa per pensioni, su cui incidono la diversa struttura per età della popolazione e il maggiore importo medio delle erogazioni nelle regioni in cui i redditi da lavoro sono più elevati; anche la spesa sanitaria è generalmente più contenuta nel Sud.
All’opposto sono i divari relativi alla spesa per istruzione e a quella in conto capitale (rispettivamente pari a circa 1.000 e 1.070 euro pro capite al Sud, contro 850 e 900 al Centro Nord). Ciò riflette il maggiore ruolo degli interventi cofinanziati con risorse comunitarie nelle regioni meridionali.
Nel 2016 il Pil è cresciuto dello 0,9% sia al Centro Nord sia nel Mezzogiorno, ritornando così in positivo dopo sette anni consecutivi di calo. Ma resta ancora il ritardo del Mezzogiorno.
Nel periodo 2013-15 – riferisce sempre la Banca d’Italia – la spesa primaria corrente in termini reali si “è sostanzialmente stabilizzata al Centro Nord ed è lievemente aumentata nel Mezzogiorno”, dopo la riduzione registrata nel biennio precedente in entrambe le aree.
La spesa in conto capitale in termini reali ha invece iniziato a ridursi dal 2004 nel Mezzogiorno e a partire dal 2010 anche al Centro Nord. Nel 2015 si riscontra una ripresa nel Mezzogiorno “in connessione con l’accelerazione delle erogazioni relative alla Programmazione comunitaria”.
Nel 2016 il prodotto per abitante delle regioni meridionali è stato pari a circa il 56% di quello delle altre aree, rileva la Banca d’Italia.
Nelle regioni centrosettentrionali la crescita è stata più intensa nel Nord Est grazie a servizi e turismo. Nel primo semestre 2017 si segnala un consolidamento della crescita in tutte le macroaree, più marcata al Centro-Nord.
“Nel complesso, – rileva Banca d’Italia – l’eccedenza delle entrate sulle spese del Centro Nord finanzia il saldo di segno opposto del Mezzogiorno. Tali flussi finanziari riflettono la più elevata capacità fiscale dei residenti nelle regioni del Centro Nord (che hanno generalmente redditi più elevati), a fronte di livelli di spesa pro capite relativamente più omogenei fra le diverse aree del Paese”.
Secondo l’Istat, invece, nei comuni della Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste si registra la spesa pro capite più elevata (1.848 euro), in quelli del Veneto il valore più basso (657 euro). Rispetto al Pil la maggiore incidenza delle spese correnti si ha in Sardegna (5,5%), il valore più contenuto in Veneto (2,1%).
In Sicilia si registra la spesa per abitante più bassa (90 euro), in Basilicata quella più alta rispetto al Pil (1,3%).
Per l’Istat nel 2015 le entrate complessive accertate per le amministrazioni comunali sono state pari a 86,6 miliardi di euro (+4% rispetto al 2014), con una capacità di riscossione del 71,7% (+2,5 punti percentuali). Le riscossioni ammontano a 78,4 mld, con le entrate tributarie che rappresentano il 46,2% del totale.
“Sulla base di una simulazione relativa a una famiglia tipo, – scrive la Banca d’Italia – con presupposti impositivi calibrati sulla media italiana, si può stimare che nel 2016 la quota di reddito assorbita dal pagamento dei tributi locali sia stata all’incirca pari al 4 per cento per le famiglie residenti nelle regioni meridionali e in quelle centrali; l’incidenza della fiscalità locale sul reddito imponibile familiare è inferiore di circa 0,5 punti percentuali per i nuclei residenti nelle regioni nordoccidentali e nordorientali”.
La spesa corrente è aumentata dell’1,5 per cento, a 211,2 miliardi. Oltre la metà (i tre quarti se si considera il solo comparto delle Regioni) è assorbita dalla sanità. “Fra il 2010 e il 2016 la spesa sanitaria è lievemente aumentata in termini nominali (a 112,5 miliardi), mentre si è ridotta in termini reali (in media dello 0,7 per cento l’anno); nel decennio precedente era invece significativamente cresciuta (in media del 6,2 per cento l’anno in termini nominali, del 3,6 in termini reali)”.
La spesa in conto capitale è diminuita significativamente rispetto al 2015, riflettendo una contrazione molto pronunciata degli investimenti fissi (-14,0 per cento, a 18,5 miliardi). Tale andamento è in larga parte riconducibile alla componente cofinanziata con risorse europee, soggetta a notevoli fluttuazioni a seconda delle fasi dei cicli di programmazione: dopo l’accelerazione registrata nel 2015, in seguito alla chiusura del ciclo 2007-2013 (cfr. il riquadro: Le politiche di coesione 2007-2013 nel Mezzogiorno), la spesa ha subito ritardi nel 2016 in parte legati all’introduzione di alcune novità regolamentari per il ciclo 2014-2020.
Il contenimento dei costi ha prodotto risultati differenziati sul territorio – rileva la Banca d’Italia – poiché le Regioni sottoposte a Piano di rientro (Pdr) dai disavanzi sanitari, fra le quali rientrano la maggior parte delle regioni meridionali, sono state sottoposte a misure particolarmente restrittive (fra cui ad esempio il blocco del turnover del personale).
I costi del servizio sanitario sono diminuiti a partire dal 2010 nelle Regioni con Pdr, mentre nel resto del Paese hanno continuato ad aumentare, sebbene a ritmi più contenuti rispetto al passato.
I meccanismi di controllo della spesa farmaceutica, basati sulla fissazione di tetti di spesa e su rimborsi a carico degli operatori (pay-back) nel caso di eventuali sforamenti, hanno determinato un calo degli esborsi nel periodo 2010-12. “Dal 2013 la spesa ha ripreso a crescere, sospinta dall’introduzione di farmaci innovativi. Il perseguimento di margini di risparmio da parte delle Regioni ha anche indotto un continuo ridimensionamento, a partire dal 2010, della componente di spesa erogata attraverso farmacie convenzionate a fronte del contestuale incremento di forme di distribuzione diretta. Vi è evidenza che nelle regioni con Pdr il calo della spesa nel triennio 2010-12 sia stato più pronunciato
(e l’incremento degli ultimi anni più contenuto), analogamente al ridimensionamento della componente convenzionata”.
La spesa per il personale sanitario risulta in diminuzione da sei anni. “Tale dinamica è associata alla contrazione degli organici ed è stata concentrata nelle Regioni sottoposte a Pdr; ne è conseguito un ampliamento dei divari territoriali per quanto attiene sia all’età media del personale, sia ai profili professionali (con carenze soprattutto fra gli infermieri e il personale tecnico nelle realtà con Pdr)”.
Per quanto attiene agli aspetti qualitativi del servizio sanitario, la Banca d’Italia riferisce i dati dell’Agenas, che segnalano un generale miglioramento degli esiti delle prestazioni ospedaliere nelle Regioni in Pdr, benché, per alcune delle attività monitorate nell’ambito dei Livelli essenziali di assistenza (LEA), gli standard richiesti dalla legge non siano ancora stati conseguiti. È invece peggiorato il grado di soddisfazione dei cittadini relativamente ad alcuni profili delle prestazioni sanitarie, quali i tempi di attesa allo sportello o l’accesso ai pronto soccorso, più influenzati dal ridimensionamento degli organici e dalla ristrutturazione della rete ospedaliera.
a cura di Maria Parente
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