Arabia Saudita: bin Salman, hybris e azzardo

ddf123db-ca99-42f6-85fe-029afe0dce2d_16x9_788x442Mohammed bin Salman non smette di occupare il centro della scena. Eppure, il 32enne principe ereditario saudita non è ancora formalmente re, a dispetto della hybris mostrata finora. Impazienza, visione dicotomica della realtà e ostentata autosufficienza sono i tratti umani, psicologici che emergono dalle sue scelte politiche. In un paio di giorni, il numero due di Riad ha giocato forte su tutti i tavoli: gli arresti “per corruzione”, ma dal sapore politico, di principi e ministri, la forzatura delle dimissioni del premier libanese Saad Hariri annunciate a Riad, le esplicite minacce di guerra a Hezbollah eIran. Dato che il Golfo è il perno regionale e gli Stati Uniti stanno assecondando, acriticamente, ogni mossa dei sauditi, il Medio Oriente potrebbe presto conoscere nuovi fronti di crisi.

Tre partite, troppi rischi
Mohammed bin Salman vuole centrare tutti gli obiettivi e intende farlo adesso, contemporaneamente, senza gradualità: consolidare il potere futuro, trasformare la struttura economica saudita (Vision 2030), vincere la competizione per l’egemonia regionale contro l’Iran. Alzare così tanto la posta significa però intrecciare inestricabilmente i destini delle tre partite, amplificando l’effetto dei possibili errori: per esempio, i giovani sauditi plaudono alle retate anti-corruzione, che potrebbero però scoraggiare gli investitori stranieri.

Tra gli arresti selettivi, il nome più mediatico è quello del principe Alwaleed bin Talal. Occorre però tenere gli occhi sulla Guardia Nazionale: Mohammed bin Salman ne ha rimosso il capo, ovvero il principe Mutaib, considerato un possibile rivale. La Guardia Nazionale è il corpo d’élite meglio addestrato ed equipaggiato del regno: si occupa della protezione del regime, controbilanciando l’esercito. Il principe ereditario è anche al comando del ministero della Difesa, (sotto cui potrebbe ricondurre le forze d’élite) e controlla la presidenza della Sicurezza Statale, neo-organo che ha svuotato il ministero degli interni delle sue prerogative coercitive. Una  centralizzazione personalistica degli apparati di sicurezza vistosa, anche per l’Arabia Saudita.

Prassi e potere
Il modello di modernizzazione autoritaria, “dall’alto”, è peculiare della storia saudita. Però, le modalità e i tempi di Mohammed bin Salman sono molto diversi dalle abitudini di Riad e parlano un registro nuovo, tra l’aziendale e il mediatico, dirompente rispetto alla consueta dialettica interna del regno wahhabita. I cardini del processo decisionale saudita sono legge islamica (shari‘a), consenso da parte della comunità (ijma‘) e consultazione (shura): ma con Mohammed bin Salman “quasi-re” e la terza generazione degli Al-Saud al potere, la tipica prassi della modernizzazione consensuale, cioè negoziata tra dinastia regnante, clero conservatore e capi tribali, viene ora messa in discussione.

L’ostaggio Libano
Dopo aver fronteggiato sei anni di conflitto nella confinante Siria, il Libano è ora intrappolato nell’escalation tra sauditi e iraniani: Hariri, che non ha ancora formalizzato le dimissioni in patria, è la rappresentazione di un Paese ostaggio delle influenze esterne. Il consigliere diplomatico dell’ayatollah Ali Khamenei, Ali Akhbar Velayati, era stato ricevuto a Beirut, proprio da Hariri, venerdì 3 novembre: il giorno dopo, il premier è volato a Riad e si è dimesso.

Il Libano è purtroppo abituato a vivere in bilico: ma il “lasciate il Paese” che i governi di Bahrein ed Emirati hanno intimato ai loro cittadini suscita cattivi presagi, così come “il Libano ha dichiarato guerra all’Arabia Saudita” dell’influente ministro saudita per gli Affari del Golfo, Thamer Al-Sabhan.

La miccia Yemen
Nelle ore degli arresti e della paralisi istituzionale libanese, un missile partiva dal nord dello Yemen, controllato dagli insorti sciiti, destinazione Riad: mai i frammenti di un missile avevano colpito la capitale nei pressi dell’aeroporto internazionale, pur senza causare vittime o feriti perché intercettato da un Patriot del regno. Secondo i sauditi, il missile era un Burkan 2 (ovvero una modifica iraniana degli Scud di fabbricazione sovietica, questi già dell’esercito yemenita e ora nelle mani degli insorti).

L’intensità delle dichiarazioni supera persino i copioni abituali. L’ambasciatrice statunitense all’Onu Nikki Haley ha rimarcato che un precedente missile sparato in Arabia dagli huthi era di nuova fornitura iraniana. La Coalizione militare a guida saudita in Yemen rivendica il “diritto alla difesa” e Mohammed bin Salman ha definito il lancio del missile, nonché le forniture militari di Teheran agli insorti, come “aggressioni militari dirette” dell’Iran. Contro il rafforzamento dell’embargo, gli huthi hanno minacciato di colpire porti e aeroporti sauditi ed emiratini.

Allineamenti e minacce
Per Arabia Saudita, Stati Uniti e Israele,  l’Iran e Hezbollah sono le prime minacce regionali. In più, Riad ha un problema di sicurezza nazionale: il confine con lo Yemen. L’accordo sul nucleare iraniano è stato politicamente “azzoppato” da Trump e i sauditi hanno spaccato il compromesso libanese: gli ultimi freni sulla strada di un confronto frontale, e disastroso, con Teheran, sono stati appositamente rimossi? La hybris di Mohammed bin Salman dice molto di come potrebbe evolvere la scena mediorientale.

fonte:affarinternazionali.it

a cura di Maria Parente

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