La politica estera che divide

In Italia sono da sempre compresenti orientamenti di fondo, valoriali, antagonisti. C’è un’Italia che apprezza la democrazia liberale, l’economia di mercato, la ricerca scientifica, l’appartenenza al mondo occidentale, un Paese che difende le «libertà dei moderni». C’è poi una seconda Italia, molto forte anche se forse non più forte della prima, che subisce con ostilità ed astio quelle libertà: le considera una truffa perpetrata dai «potenti» (chiunque essi siano) ai danni dei cittadini. Questa spaccatura non è una novità. È un portato della nostra storia, è figlia di divisioni antiche. La presenza di una vasta platea di alienati, di persone ostili alla moderna società liberale, è una costante della storia d’Italia. Fra le due Italie può instaurarsi una condizione di equilibrio, di stallo ma talvolta una delle due riesce a prevalere sull’altra. Ciò dipende dalle condizioni internazionali. Durante la Guerra fredda, sia pure con fatica e con concessioni agli umori illiberali (soprattutto, ai danni dell’economia di mercato), i nemici della società libera vennero tenuti a bada. Il sistema delle alleanze occidentali era troppo solido per consentire loro di imporsi.

sondaggio_2016

 

Ma ora le condizioni internazionali sono cambiate e i rapporti di forza fra le due Italie potrebbero mutare. Un recente sondaggio Ipsos per Ispi-Rainews dedicato agli atteggiamenti degli italiani sulla politica internazionale conferma quanto già si sapeva. Conferma che la schiacciante maggioranza dei cittadini è poco informata sulla politica internazionale (ma ciò è vero in tutte le democrazie) e mostra anche che le divisioni sono, come sempre, profonde. Risulta, ad esempio, che sono di più (benché di poco) gli italiani che ritengono gli Stati Uniti più pericolosi di vari Stati autoritari, dall’Iran all’Arabia Saudita. Pur scontando l’effetto Trump , è un risultato significativo. D’altra parte, è noto, ad esempio, quanto sia diffusa la simpatia per la Russia di Putin.

Sono possibili due osservazioni. La prima è che c’è, in genere, una certa coerenza fra gli atteggiamenti sulla politica internazionale e gli atteggiamenti su altre questioni: per esempio, il fatto che si abbiano pregiudizi positivi oppure negativi nei confronti del mercato. È probabile che un atteggiamento antiamericano e filo russo vada di pari passo con l’ostilità per il mercato e la diffidenza per la società aperta (della quale ciò che viene impropriamente definito «globalizzazione» è una filiazione). Il contrario vale nel caso degli atteggiamenti filoamericani.

È diffusa una «sindrome illiberale» che porta con sé una particolare forma di miopia: essa impedisce di vedere che, quanto a capacità di oppressione e a fonte di pericolo internazionale, i regimi autoritari sopravanzano ampiamente le democrazie, quali che siano le magagne di queste ultime. Persino nell’epoca di Trump non c’è confronto possibile fra Stati Uniti e Russia che non si risolva a favore dei primi. Né fra Israele e l’Iran.

La seconda osservazione è che in un Paese spaccato , diviso sui «fondamenti», possono avvenire riallineamenti della collocazione internazionale del Paese senza che il grosso dell’opinione pubblica, nella fase iniziale, riesca ad accorgersene (se ne accorgerebbe dopo, ma a cose ormai fatte). Non bisogna confondere gli orientamenti di fondo (filoamericanismo/antiamericanismo, filo europeismo/antieuropeismo, eccetera) dei cittadini con il loro grado di attenzione e informazione sulle questioni internazionali. Mentre gli orientamenti di fondo sono in genere piuttosto stabili, attenzione e informazione sono fluttuanti e, in genere, scarsi (tranne nelle fasi in cui una crisi internazionale induca i cittadini a sentirsi minacciati direttamente).

A seconda del loro esito, dopo le prossime elezioni, potrebbero verificarsi cambiamenti di rilievo nella collocazione internazionale del Paese. Per esempio, un significativo rafforzamento dei 5 Stelle e della Lega a scapito di altre forze, potrebbe comportare (all’inizio in modo strisciante e poi in modo sempre più aperto) una forte accentuazione dei legami con la Russia e un allentamento netto di quelli con gli Stati Uniti (forse verrebbero messe in discussione anche le basi Nato in Italia). In Europa crescerebbero i contenziosi fra l’Italia e le autorità di Bruxelles (e non si sa su quali alleati europei l’Italia potrebbe allora contare) .

In Medio Oriente l’Iran, alleato dei russi, sarebbe un interlocutore privilegiatomentre per contro i rapporti dell’Italia con Israele diventerebbero pessimi. Pur con gli inevitabili compromessi, l’antioccidentalismo diventerebbe la «cifra» della politica estera italiana. È vero che l’Italia, ai tempi della guerra fredda, collaborava, in Medio Oriente e altrove, con i sovietici e i loro amici. Ma la sua appartenenza al campo occidentale impediva che certi limiti venissero superati. Oggi, in una fase di crisi dell’alleanza occidentale (testimoniata dal voto europeo nel Consiglio di sicurezza dell’Onu contro gli Stati Uniti sulla questione di Gerusalemme) , un eventuale nuovo posizionamento dell’Italia potrebbe anche essere interpretato solo come l’accelerazione e l’esasperazione di tendenze comunque in atto. Condizionati dal disinteresse dei cittadini, durante la campagna elettorale, i politici faranno pochi riferimenti alle questioni internazionali e alla futura collocazione del Paese. In altri termini, la cosa che più influenzerà il nostro futuro sarà quella di cui si parlerà di meno.

a cura di Maria Parente

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