Il buon lavoro di Gentiloni e i rischi futuri

Titoli di coda per una legislatura tra le più imprevedibili, ultimo atto che si apre su una stagione elettorale altrettanto, se non di più, imprevedibile.Oggi il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, traccerà il bilancio di un anno del suo Governo. Il quinto ed ultimo anno della legislatura dopo il passo leggero di Enrico Letta e dopo i mille giorni del ciclone Matteo Renzi. Nell’incertezza sul domani politico una certezza sull’oggi: Gentiloni, con stile asciutto ed equilibrato, ha fatto nel complesso un buon lavoro.Sostenuto dall’esperienza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e coadiuvato in questo dai ministri Pier Carlo Padoan e Carlo Calenda, non era facile riuscire a guadagnare fiducia e insieme salvaguardare l’impianto riformista della sfida lanciata da Renzi, naufragata poi sugli scogli del referendum costituzionale del dicembre 2016. Ma a partire dal Jobs Act e dalle misure per Industria 4.0, che si stanno rivelando sempre più decisive per gli investimenti del futuro, Gentiloni ha tenuto la barra dritta. Non alzando i toni e affermando il profilo di un politico credibile, fatto che nel disincanto generale nei confronti della politica – ad alta personalizzazione che diventa banalizzazione, come ha scritto Sergio Fabbrini su questo giornale – è ormai un’assoluta rarità.Certo, la legge di bilancio ha finito per proporre il record di 1.247 commi come il più vetusto ed elettoralistico provvedimento “mille proroghe”. Certo, in tema di privatizzazioni e contratto statali (del famoso “merito” si sono perse le tracce) il bilancio è deludente. Ma essere riusciti nell’intento di non far smontare ciò che il presidente Emmanuel Macron progetta, con grande enfasi, di costruire per la Francia non è risultato da poco e va evidenziato.Paolo_Gentiloni

Detto questo, il quadro politico generale non offre certezze. Al contrario, anche a motivo di una riforma della legge elettorale niente affatto incisiva per assicurare un’accettabile governabilità, si naviga al buio con i sondaggi alla mano, constatando in partenza un equilibrio tripolare (centro-destra, centro-sinistra, Movimento 5 Stelle) e immaginando alleanze tra partner sulla carta impossibili, composizioni e scomposizioni all’interno di coalizioni eterogenee.Così si proseguirà con un leader contro l’altro fino al voto di marzo e se, con ogni probabilità, non emergeranno maggioranze certe per governare, i “giochi” si apriranno per cercare una soluzione con accordi impensabili, o non dichiarabili, fino a un minuto prima del voto. Nel frattempo, magari in vista di un nuovo ricorso alle urne che dovesse rendersi necessario, si potrà contare comunque sulla continuità della linea-Gentiloni. Del resto, come disse un politico americano di lungo corso, Mario Cuomo, «durante la campagna elettorale fai poesia, poi però governi in prosa».Ma la prosa dei numeri e dell’economia reale suggerisce anche altre considerazioni. La prima. Il Prodotto interno lordo (Pil) italiano è ancora oggi inferiore di 6 punti rispetto a quello pre-crisi del 2008 mentre quello dell’Eurozona è superiore di 7 punti. Vuol dire che l’Italia deve recuperare 13 punti di competitività e che il lavoro da fare è ancora molto. Lo stesso vale per il debito pubblico, tema praticamente rimosso dal dibattito politico al pari della riforma dell’Eurozona e del confronto in Europa, sollevato dalla Germania, sulla riduzione rapida e consistente dei debiti sovrani in pancia alle banche (italiane, naturalmente). Il tutto mentre si va esaurendo il quantitative easing (Qe) voluto dal Presidente della Bce Mario Draghi. Incognite, punti interrogativi che attengono all’interesse nazionale ma che in una campagna elettorale dove lo statalismo sgangherato riemerge a braccetto della decrescita felice si perdono tra ingiurie e frasi fatte.La seconda considerazione riguarda l’economia reale. L’Italia è in ripresa e gli investimenti delle imprese sono ripartiti. Non solo. Come hanno dimostrato le inchieste del Sole 24 Ore, ci sono zone dove i miracoli economici non sono in lista d’attesa ma si sono già concretizzati. È il caso di Verona, la città-mondo dove manifattura italiana ed estera convivono a ritmi di crescita esplosiva. È il caso dello sviluppo lungo la via Emilia, dove le 189 multinazionali estere (in particolare tedesche e austriache) insediate nella regione hanno perso quote di produttività dal 2008 ad oggi e sono state ora raggiunte e battute dalle imprese italiane sulle tecnologie 4.0.

a cura di Maria Parente

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