Ue: il male oscuro, la tenuta della democrazia

Vi è un male oscuro nel futuro dell’Ue. Non si tratta tanto dell’economia o della Brexit o dei difficili rapporti con Donald Trump. E’ la tenuta della natura democratica dell’Unione europea e della democrazia in alcuni suoi a preoccuparci. Da questo punto di vista il 2018 si apre con alcuni eventi significativi.A Budapest si precipita il nuovo primo ministro della Polonia Mateusz Morawiecki a cercare e ricevere il pieno sostegno del suo collega Viktor Orban nella difesa dalla procedura di sanzione aperta dalla Commissione per violazione dell’art. 7 del Trattato. La politicizzazione del sistema giudiziario voluta da Varsavia si pone contro qualsiasi modello di separazione dei poteri, vero cardine della democrazia occidentale. L’intervento di Bruxelles era quindi inevitabile. Ma perché la sanzione, fra cui l’esclusione dal voto nelle sedi comunitarie, diventi operativa occorre l’unanimità da parte degli altri Stati membri. Come c’era da aspettarsi, il leader ungherese ha promesso al premier polacco di opporre il veto dell’Ungheria, Paese, anch’esso, in odore di atteggiamenti liberticidi nei confronti della stampa e con un accentramento eccessivo di potere esecutivo nelle mani di Orban.In parallelo scoppia un profondo dissidio fra Slovenia e Croazia sull’applicazione di un arbitrato da parte della Corte permanente dell’Aja relativo alla definizione di una vecchia disputa di confine sul Golfo di Pirano nell’Adriatico. A Zagabria l’attribuzione di tre quarti della costa a Lubiana non va bene. Non basta la sentenza “super partes” della Corte. La contesa viene quindi riportata in modo provocatorio in sede di Commissione europea, ben sapendo che sul tema dei confini essa è molto riluttante a intervenire, anche in considerazione del fatto che si tratta di due Stati membri dell’Unione e che questioni del genere non dovrebbero più esistere o quasi.

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Due presidenze: Bulgaria e Austria
Sullo sfondo del 2018 si profilano poi due presidenze di turno. La prima, da poco avviata, è della Bulgaria. Il nuovo presidente Rumen Radev è certamente molto fiero di assumere questo importante compito. Peccato che, proprio nei giorni iniziali della presidenza Ue, Radev abbia deciso di porre il veto su una legge anticorruzione votata a dicembre dal suo Parlamento. A tale proposito va forse ricordato che in termini di corruzione la Bulgaria si colloca al 109° posto su 180 paesi scrutinati da Reporters Without Borders e che la Commissione di Bruxelles si occupa della questione con grande preoccupazione attraverso una procedura di cooperazione e verifica per aiutare questo Paese ad uscire dalla sua una galoppante corruzione. Anche in questo caso, poi, sussistono molti dubbi sullo stato della libertà di stampa e sul ruolo della legge.Il secondo semestre di presidenza Ue si prospetta in modo ancora più ambiguo, allorquando le redini del Consiglio passeranno sotto la guida dell’Austria, dove, come è ben noto, il partito estremista di destra (Fpoe) detiene oggi le leve di tre ministeri chiave: Esteri, Difesa e Interno. A differenza del 2000, quando una simile coalizione di governo creò una fortissima reazione di ripulsa nei confronti dell’Austria da parte dell’Ue, in questa occasione le preoccupazioni di Bruxelles sono state molto più caute, anche perché ormai la destra fascista e/o estremista alligna nell’intera Unione, con partiti molto vicini a conquistare il potere, come si è più volte rischiato nel 2017.

 

L’illusione del binomio automatico Ue/democrazia
Ci eravamo illusi che il binomio Ue/Democrazia fosse quasi automatico. Negli importanti allargamenti degli Anni ’80 l’adesione alla Comunità da parte di paesi appena usciti da regimi dittatoriali, Grecia, Spagna e Portogallo, aveva come significato quello di consolidare il ritorno alla democrazia e di fare prevalere il ruolo della legge sull’arbitrio e la sopraffazione. Nel 2004 con il grande allargamento all’Est si pensava di avere ottenuto un analogo risultato: ormai, si diceva, la nascente democrazia nei paesi ex-sovietici avrebbe trovato uno straordinario incentivo ed ancoraggio nella partecipazione diretta ai processi decisionali tipici di una istituzione sovranazionale quale si riteneva fosse l’Unione.Le ragioni di tale difficoltà sono più di una, ma un paio giocano un ruolo chiave. La prima è che il nazionalismo ad est tende a prevale sulla ricerca della democrazia: i confini hanno riacquistato una grande importanza nella definizione e consolidamento delle varie identità nazionali, anche a costo di violare i processi democratici importati dalle esperienze dell’Ovest. La seconda e più consistente ragione ha a che fare con la degenerazione del processo decisionale comunitario, ormai completamente sbilanciato sul metodo intergovernativo: metodo che rimette in gioco il ruolo fondamentale degli stati nazionali all’interno dell’Unione.A perdere in entrambe i casi è il ruolo della democrazia, dal voto a maggioranza alla distinzione e bilanciamento di ruoli fra le diverse istituzioni. Ci vorrà quindi ben altro slancio, rispetto ai vari problemi oggi sul tappeto dell’Unione (dal completamento dell’Unione bancaria a una nuova politica dell’asilo) per rivitalizzare la natura valoriale di un processo di integrazione che sta perdendo gradualmente il suo significato originario di democrazia sovranazionale a vantaggio dei propri membri statuali. Se questa sfida non verrà presto affrontata ci troveremo a rimediare malamente, giorno dopo giorno, ai guasti del nazionalismo e dei fascismi risorgenti.

a cura di Maria Parente

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