Prendiamo un caffè!

Citava una nota pubblicità: “Il caffè è un piacere se non è buono che piacere è!”. Ed aggiungo io: “Un piacere al quale si rinuncia raramente”. Negli anni lo abbiamo studiato, analizzato, accusato, osannato, ma è riuscito sempre ad essere il protagonista non solo di momenti di relax ma anche di accesi dibattiti. Dobbiamo dire però che restano numerosi ed importanti i suoi riflessi sul complesso aspetto dell’alimentazione. Tutti sappiamo per esperienza che quando si è costretti a seguire una dieta dimagrante molto rigida o si deve per qualche motivo ridurre l’assunzione di cibo una tazzina di caffè ci può aiutare ad attenuare la sensazione di fame. Da uno studio documentato risulta che l’attività metabolica si eleva del 10% (e quindi la quantità di calorie consumate) se si somministrano 3-4 caffè al giorno a consumatori non abituali.

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Certo non vogliamo in alcun modo affermare che il caffè “fa dimagrire”, però appare chiaro che esso può in una certa misura contribuire a limitare l’apporto di calorie e a favorire il dispendio di energia; difatti è stato classificato tra i “no nutritive dietary components”, cioè a livello dietetico non riveste un valore significativo in termini di apporto in nutrienti ed energia.
Ma non tutti lo sanno e continuano a chiedersi: “Quante calorie apporta una tazzina di caffè e  quanto incide sulla nostra alimentazione?” Una tazzina di caffè come tale (cioè senza aggiunta di zucchero o di latte) non apporta più di 2 calorie che, nell’economia generale dell’organismo, rappresentano evidentemente un valore del tutto trascurabile. Per fare un raffronto, si pensi che un bicchierino di cognac o di grappa apporta circa 80-100 calorie. In alcuni casi il caffè invece può avere riflessi significativi sull’alimentazione; quando cioè viene utilizzato in combinazione con alimenti di importanza primaria, ad esempio il latte,oppure lo zucchero, diventando in questo modo “veicolo” di nutrienti che di per sé non contiene ma che contribuisce in modo determinante a far assumere;facciamo un esempio: “Alla popolazione adulta, ma anche ai giovani, il latte bianco a volte può non essere gradito e viene consumato più volentieri sotto forma di caffellatte o di cappuccino; quindi, insieme al caffè vengono introdotti gli zuccheri, le proteine, i grassi, le vitamine e i sali minerali contenuti nel latte”.

Molti sono i vantaggi che una tazzina di caffè può offrire durante la giornata: “La mattina agisce soprattutto sui reni, i cui vasi sanguigni si dilatano, facilitando così la formazione dell’urina e l’eliminazione delle sostanze di rifiuto dell’organismo. Dopo pranzo è utile soprattutto per gli organi della digestione, facilitando la loro attività e quindi la digestione stessa. Durante pomeriggio contrasta la fase discendente del ciclo sonno-veglia, il che è utile soprattutto quando si svolge attività fisica o sportiva. Alla sera, soprattutto se si ha l’abitudine di lavorare anche dopo cena, agisce sui centri celebrali, attivando la fantasia, l’immaginazione, l’associazione di idee”.

Su di uno studio condotto da (Multiple Risk Factor Intervention Trial) pubblicato sul n. 53 dell’ American Journal of Clinical Nutrition (1991), sulla possibile attinenza tra malattie cardiovascolari e consumo di caffè, sono tutti concordi nell’affermare che il caffè, a patto che non lo si consumi in quantità esagerata per mesi se non per anni, non può essere considerato tra i fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, in particolar modo riguardo il presunto legame tra aritmie cardiache e caffeina. Studi effettuati sia su una popolazione campione sana sia su una popolazione campione sofferente di cuore (ischemia del miocardio), hanno concluso che la caffeina in dosi di 300-500 mg (circa 5/7 espressi bar), non provoca aritmie. Qualora ciò accada è una rarità: solamente in individui particolarmente sensibili alla caffeina. Viceversa la caffeina esercita una azione di tipo cardiotonica, oltretutto non provoca ipertensione (sempre in dosi valutabili intorno ai 4 caffè espresso al giorno) nei soggetti sani ed è quindi ovvio sconsigliarlo ai soggetti ipertesi. Per quanto relativo al colesterolo, uno fra i più importanti fattori di rischio nell’area delle malattie cardiovascolari, si può dire con certezza che il caffè “all’italiana” non incide sul suo incremento ematico. E’ stato anche provato che la possibilità di un aumento del colesterolo cattivo esista solo qualora il caffè venga bollito per il passaggio libero nella tazzina di cafeolo e cafestolo (due sostanze presenti nella frazione lipidica del caffè) cosa che non accade nel normale caffè espresso.

I chicchi di caffè sono molto elastici, quindi per riconoscere la loro bontà se ne deve buttare uno per terra: se rimbalza, significa che il caffè è buono. Per riconoscere, invece, la buona qualità del caffè in polvere, bisogna metterne un cucchiaino in un bicchiere di acqua: se il caffè è buono la polvere dovrebbe rimanere a galla.

La caffeina si trova in molte delle più comuni bevande consumate in tutto il mondo.
Ecco le quantità medie:

contenuto medio in Caffeina
Moka (una tazzina da 50 ml) 80 mg
Espresso (una tazzina da 30 ml) 40 mg
Filtrato alla Americana (una tazza da 150 ml) 115 mg
Caffè Istantaneo (tazza da 150 ml) 65 mg
Decaffeinato (una tazza da circa 150 ml) 3 mg
Tè classico (una tazza da 150 ml) 40 mg
Té freddo (240 ml) 45 mg
Bibite tipo Cola (una lattina da 330 ml) 46 mg
Cioccolata (una tazza da 150 ml) 2-20 mg
Bevanda Latte e cioccolato (240 ml) 5 mg
Cioccolato al latte (30 g) 6 mg
Cioccolato fondente semi-dolce (30g) 20 mg
Torta al cioccolato (30 g) 26 mg

Prof. Cesare Cilvini

Docente Formatore AUGE

 

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