Egitto: Al-Sisi, raffica di ritiri, presagi di plebiscito

“Un destino ignoto spetta a quanti troveranno il coraggio di candidarsi alle elezioni presidenziali egiziane” di marzo. Suonava come una nefasta profezia la frase con cui, a fine dicembre, una giornalista egiziana iniziava il suo articolo pubblicato rigorosamente su una testata straniera.  A neanche un mese di distanza, quella profezia è diventata realtà. Nelle settimane dedicate alla candidatura degli sfidanti del presidente Abdel Fattah Al-Sisi, in Egitto è infatti andata in onda una saga degli arresti che ha coinvolto quasi tutti coloro che hanno provato a evitare che le elezioni presidenziali tornino ad essere quel plebiscito che erano fino a sette anni or sono.

I militari non allineati
Il caso più eclatante è quello di Sami Anan, l’ex membro del potente Consiglio supremo delle forze armate egiziane (Scaf), che è stato arrestato poco dopo il sorprendente annuncio con il quale aveva fatto sapere di volere sfidare Al-Sisi. Anan era stato licenziato da Mohammed Morsi, il leader della Fratellanza Musulmana che nel 2013 era diventato il nemico numero uno dell’esercito. Per sbarazzarsene, il futuro presidente (e allora generale) Abdel Fattah Al-Sisi aveva organizzando un golpe.Anan non è certo un oppositore del regime, né un sostenitore della clandestina Fratellanza. Eppure, ai piani alti, qualcuno deve averlo considerato l’ultima possibile minaccia alla rielezione di Al-Sisi. Ecco perché Anan è stato accusato di avere falsificato alcuni documenti necessari per presentare la sua candidatura. Accuse ufficiali a parte, Anan è stato anche ritenuto responsabile di creare zizzania all’interno dell’esercito. La rabbia dei generali fedeli ad Al-Sisi è montata soprattutto quando Anan ha nominato come suo advisor Hisham Geneina, ex capo dell’agenzia indipendente per la revisione dei conti dello Stato, uomo inviso al presidente che nel 2016 lo ha licenziato, a seguito delle pesanti accuse di corruzione che questo aveva lanciato contro il governo del Cairo.

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Altri esclusi eccellenti
Ancora più intrigante la vicenda che ha coinvolto un altro uomo forte del vecchio regime, l’ultimo primo ministro di Hosni Mubarak e il suo più convinto gattopardo. Per Ahmed Shafiq quello della presidenza è un sogno coltivato almeno da cinque anni e mezzo, ovvero da quando ha perso al ballottaggio la sfida per la successione al vecchio raìs, consegnando il Paese in mano agli islamisti.È bastata la notizia dell’intenzione a correre a scatenare il putiferio, un giallo che ha coinvolto testate arabe e panarabe. Mentre alcune accoglievano e trasmettevano i messaggi dell’ex primo ministro,  altre confezionavano ad opera d’arte la versione da raccontare al grande pubblico. Ecco perché agli egiziani è stato a un certo punto annunciato che Shafiq aveva fatto ritorno in patria, ma non era andato a casa sua perché erano ancora in corso dei lavori di ristrutturazione.Nei fatti però, è più probabile che Shafiq sia stato arrestato dalle autorità emiratine, considerate vicine ad Al-Sisi, e consegnato all’Egitto. Versione, questa, smentita dallo stesso Shafiq in un’intervista rilasciata a una televisione egiziana – probabilmente sotto pressione -, che si concludeva con il suo passo indietro. Secondo notizie trapelate sulla stampa straniera, Shafiq si sarebbe ritirato dalla competizione elettorale sotto la minaccia della diffusione di alcuni video a sfondo sessuale che lo vedevano protagonista.

Fuori gioco anche il nipote del presidente Sadat
Militari non allineati a parte, il regime ha sbarrato la strada anche alla corsa di altri cittadini non certo miti nelle loro critiche a quanti sono al vertice del Paese.In primis Anwar Sadat, nipote del terzo presidente egiziano ucciso nel 1981. Un politico scomodo già da tempo, che lo scorso anno era stato espulso dal Parlamento egiziano, con l’accusa di avere divulgato informazioni sensibili a diplomatici occidentali. Non pago, Sadat voleva però tornare protagonista della politica egiziana e per questo si era lanciato nella pericolosa avventura. Nessun arresto per lui. Il suo è stato un ritiro “volontario”, motivato dal tentativo di proteggere i membri della sua campagna elettorale visto il clima attorno al voto, definito da lui di terrore e paura.

Alla lista dei ritirati “spontaneamente” si è infine aggiunto Khaled Ali, l’unico vero e propio rappresentante dell’opposizione al regime. Un avvocato da sempre nel campo dei diritti umani che aveva partecipato anche alle prime elezioni del post Mubrak.  A maggio, di ritorno da un viaggio in Italia, Khaled Ali era stato arrestato per 24 ore a causa di un gesto osceno immortalato da una foto scattata il 16 gennaio 2017.In quel giorno, la Suprema Corte amministrativa del Cairo aveva annullato l’accordo che prevedeva la cessione di due isole del Mar Rosso all’Arabia Saudita. Un accordo contro il quale aveva fatto causa Khaled Ali, che vincendo la sua battaglia è diventato il punto di riferimento per quanti hanno protestato per giorni nelle strade della capitale per opporsi alla svendita della terra egiziana ai protettori del regime. La vittoria in tasca non ha però sottratto Ali al processo per il “gesto osceno” fatto durante i festeggiamenti. Un processo ancora in corso che avrebbe potuto eliminarlo dalla corsa anche alla vigilia del voto.

fonte:affarinternazionali.it

a cura di Maria Parente

 

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