L’economia è ripartita ovunque, ma c’è un ma

A dieci anni dall’inizio della crisi economica più grave dell’ultimo secolo, i segnali di una forte ripresa sono finalmente arrivati. Le economie di Europa, Stati Uniti, Cina e Giappone stanno crescendo molto, insieme a quelle dei più grandi paesi in Asia, Africa e Sudamerica. Il fatto che tutti questi paesi siano contemporaneamente in una fase espansiva è un “indicatore cruciale”, ha scritto il New York Times in un articolopubblicato questa settimana. “Siamo di fronte a un’ondata sincronizzata di crescita che sta creando posti di lavoro, producendo ricchezza e temperando i timori di scontento sociale”. download

La ripresa
È abbastanza normale che dopo una grave recessione i segnali di ripresa vengano trattati con cautela. Timori e prudenze, però, non possono nascondere un fatto: l’economia mondiale è ripartita, i mercati azionari sono ai loro massimi storici e parecchie persone in tutto il mondo sono molto più ottimiste sul loro futuro di quanto non lo fossero negli ultimi dieci anni. Secondo il Fondo Monetario Internazionale l’economia mondiale crescerà del 3,9 per cento nel corso del 2018, rispetto al 3,7 del 2017 e al 3,2 per cento del 2016. Secondo il Fondo era dal 2010 che non si vedeva un simile periodo di espansione economica mondiale. Il 57 per cento dei 1.300 amministratori delegati intervistati nel corso di un’indagine della società PWC ha detto di essere ottimista sull’andamento dei prossimi dodici mesi, il doppio di chi aveva dato la stessa risposta un anno fa.

Non c’è una spiegazione unica per questa situazione: la ripresa è mondiale e l’ottimismo è diffuso, ma le ragioni sono diverse e specifiche per ogni paese. Negli Stati Uniti, per esempio, la crescita economica è stata in buona parte alimentata dalla spesa pubblica aumentata durante la presidenza Obama, mentre l’ottimismo degli amministratori delegati è in gran parte dovuto dal recente taglio fiscale dell’amministrazione Trump. Nel frattempo in Europa si sono finalmente iniziati a sentire gli effetti degli stimoli monetari della Banca Centrale Europea. In Cina si sono attenuati i timori di un “hard landing”, una brusca riduzione della crescita economica, mentre il paese modifica la sua struttura economica da quella di un paese in via di sviluppo a una moderna economia industrializzata. La lenta risalita dei prezzi del petrolio, precipitati tra 2014 e 2015, sta dando un po’ di respiro alle economie dei grandi esportatori, soprattutto Russia e Arabia Saudita. A un anno dall’inizio della presidenza Trump, le minacce di scatenare una guerra commerciale non si sono concretizzate, risparmiando a paesi come il Messico un potenziale periodo molto difficile. Anche il Brasile, che negli ultimi anni sembrava a un passo da una grave e prolungata recessione, sta mostrando segni di ripresa.

I rischi
Durante la riunione a Davos, il World Economic Forum (WEF) ha presentato un’indagine sulle opinioni di mille esperti sui rischi che corre l’attuale ripresa economica, per certi versi speculare a quella di PWC, in cui ad essere intervistati erano invece solo amministratori delegati di grandi società. Praticamente tutti gli esperti sentiti dal WEF, il 93 per cento degli intervistati, sostengono che rispetto al passato oggi siamo di fronte a rischi maggiori di scontri politici o economici. Una percentuale altissima, il 79 per cento, ritiene che siano più probabili che in passato persino gli scontri militari, mentre il 73 per cento vede nel prossimo futuro un aumento degli ostacoli al libero commercio.

È abbastanza chiaro da dove arrivino questi timori. Gran parte degli esperti intervistati e degli ospiti di Davos più in generale, teme che Donald Trump faccia qualcosa di stupido. Ad esempio, scatenare una guerra in Corea del Nord, con conseguenze imprevedibili per Corea del Sud, Giappone e Cina. Oppure potrebbe iniziare una guerra commerciale, imponendo tariffe e altre barriere doganali alle importazioni provenienti da paesi come Messico e Cina. I quali, probabilmente, risponderebbero a loro volta con tariffe e barriere doganali in un circolo vizioso che potrebbe facilmente sfuggire al controllo. «La cosa più preoccupante è se finissimo nel mezzo di una guerra commerciale», ha detto al New York Times Ben May, economista della società di consulenza Oxford Economics: «L’impatto sulla crescita globale sarebbe piuttosto forte». E a pagare di più questa situazione sarebbero i paesi che hanno una forte vocazione alle esportazioni (tra cui c’è anche l’Italia). Proprio pochi giorni fa Trump ha intrapreso il primo passo concreto di questa politica che aveva già annunciato durante la campagna elettorale stabilendo nuove tariffe per penalizzare le importazioni di lavatrici e pannelli solari.

Uno degli avvertimenti più importanti a non farsi trascinare dall’entusiasmo è arrivato proprio dal Fondo Monetario Internazionale, l’organizzazione che con le sue stime di crescita è stata la prima a segnalare l’inizio di una nuova e contemporanea ripresa globale. «La prossima recessione potrebbe essere più vicina di quanto pensiamo e le munizioni con cui combatterla sono molto più limitate di dieci anni fa», ha detto ad esempio il capo economista del Fondo, Maurice Obstfeld, nel corso di un evento con la stampa. Obstfeld si riferisce a un fatto ben conosciuto e discusso dagli economisti. Negli ultimi anni le banche centrali hanno creato moltissima liquidità nel tentativo di rivitalizzare le economie colpite dalla crisi. I tassi di interesse sono stati abbassati ai minimi storici, diventando in alcuni casi negativi, mentre sono stati approvati programmi straordinari di acquisto di titoli da parte delle banche centrali. In altre parole, le armi che tradizionalmente vengono usate per contrastare gli effetti negativi delle recessioni sono state spremute fino al massimo delle loro capacità. Nella sua dichiarazione Obstfeld si sta implicitamente domandando: che cosa succederebbe se in questa situazione ci trovassimo ad affrontare una nuova recessione?

a cura di Maria Parente

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